Gabbie e Impalcature – le regole e i cliché del genere

[nota – questo è un remix di una discussione iniziata durante il weekend sul mio blog Strategie Evolutive. Lavorando di taglia e cuci l’ho trasformata in una specie di dibattito fra me e Max Citi, al quale tutti sono invitati a partecipare.]

La cosa è cominciata lunedì passato, discutendo con unamico di film di Hong Kong, di wuxia…
Si dibatteva sui meriti relativi di film quali La Foresta dei Pugnali Volanti o Hero su opere meno stilisticamente sublimi ma più emotivamente soddisfacenti come One Armed Swordsman, Zhu o qualsiasi cosa con Ti Lung prima che John Woo lo resuscitasse negli anni ’80 per i suoi film della serie A Better Tomorrow.

Da lì, si è passati a parlare delle regole del genere, e di cosa renda il genere piacevole a chi lo frequenta, e il discorso ha preso una piega più costruttiva – ed estendibile a qualsiasi narrativa “di genere”.

Premesso che con “genere” possiamo indicare una categoria più o meno ampia di opere o di autori ai quali facciamo riferimento nel creare ciò che scriviamo, e quindi non tanto un monolito teorico quanto un insieme organico, credo che siano accettabili le seguenti affermazioni:

  • il genere promette qualcosa di più o meno preciso al lettore
  • il genere fornisce una struttura di riferimento all’autore
  • la struttura può essere una intollerabile gabbia opprimente o una benedetta impalcatura di sostegno, a seconda di come viene affrontata e vissuta.

Proprio giocando con le aspettative del lettore, il genere ne stimola la partecipazione all’atto creativo (senza qualcuno che lo legga, il libro è un oggetto privo di vita o significato. Il lettore deve partecipare, contribuire con la propria immaginazione.
Ci piacciono delle storie sufficientemente familiari da permetterci di immergerci in esse, ma abbastanza diverse da sorprenderci.
Di solito questo è tutto ciò che si domanda all’autore di genere.

Sulla gabbia del genere, credo che le sbarre e le travi portanti siano definibili come segue:

  • il genere comporta delle regole o delle convenzioni (travi di una impalcatura)
  • il genere immancabilmente genera dei cliché (sbarre di una gabbia)

Nella narrativa lovecraftiana – per fare un esempio semplice – l’esistenza nel nostro universo di vaste forze incomprensibili ed indifferenti all’uomo è una convenzione imprescindibile.
Il tomo maledetto che svela l’arcano e l’entità sovrannaturale con troppe consonanti nel nome sono cliché, così come l’amico eccentrico collezionista di incunaboli e lo zio morto dopo una settimana dal suo rientro dall’Isola di Pasqua.

Si noti che i cliché non nascono come tali – idee all’origine piuttosto fresche diventano cliché a causa della pedestre ripetizione della struttura.
Il barbaro amorale e sbrigativo che guarda con sospetto la civiltà e desidera solo vivere un altro giorno per combattere, sbevazzare e andare a donne non è una brutta idea, come personaggio.
Al terzo clone di Conan il Cimmero diventa un cliché.

Potrei aggiungere qui un’idea – non sarà che il cinema di genere fa tanta acqua perché chi lo fa, non avendo amore o rispetto per il genere, tende a mescolare convenzioni e cliché, o a privilegiare questi ultimi tout court, perché di fondo sono più facili da gestire e cullano una certa fetta del pubblico – i più pigri – liberandoli dall’incombenza di dover contribuire con la loro intelligenza alla narrativa, sciogliendosi invece in un senso di tranquillità e deja-vu.

Consideriamo ad esempio un film come Kill Bill.
Tutti i personaggi, con l’eccezione della Sposa e di Bill, sono cliché.
Uno dei problemi del cinema di Tarantino è proprio questa apparente mancanza di riguardo alla divisione fra convenzioni e cliché – probabilmente una mancanza di riguardo voluta, e intesa come sberleffo anti-intellettual verso tutti quelli che il gioco non l’hanno capito.

Un buon metodo per identificare un cliché è questo – sono solitamente incapsulabili in una definizione sostantivo + aggettivo (o viceversa):

  • il pistolero solitario
  • il vampiro gay
  • il sofisticato agente segreto
  • il giovane mago
  • il pirata spaziale
  • l’aristocratica viziata
  • l’alieno impassibile

Il trucco, naturalmente, consiste nell’aderire in maniera ferrea e incondizionata alle convenzioni, disattendendo al contempo tutti i cliché.
Come se fosse semplice.

Molti pensano di cavarsela spostando un cliché in una ambientazione alla quale non appartiene: il pistolero solitario in una storia horror, il giovane mago in una space opera, il vampiro gay in un heroic fantasy…
Quelli veramente in gamba riescono anche a farci qualcosa di buono.

Ma quelli veramente in gamba… beh, sono in gamba

Consideriamo allora una cosa come Firefly/Serenity.
Tutti i personaggi si conformino alle convenzioni di due generi (il western e la fantascienza) e come tutti i cliché vengano disinnescati e capovolti.
Joss Whedon ha una mano eccellente nel delineare i personaggi – e sa tenersi alla larga dai cliché più grossolani, pur continuando a giocare secondo le regole del genere.

Quindi, rispettiamo la divisione.
Un buon sistema per cavarsi d’impaccio potrebbe allora essere compilare, in partenza, una lista delle convenzioni allequali si è deciso di aderire, ed un elenco parallelo dei cliché che vogliamo evitare – o al limite capovolgere per ottenere un effetto ironico o apertamente comico.

Di solito – e qui abbiamo un lato positivo – è sufficiente applicare la più stringente logica al cliché per tramutarlo in un effetto comico, come ha ben compreso Terry Pratchett.
Cos’è in fondo Cohen il Barbaro se non il “barbaro invincibile” portato alla sua estrema conseguenza logica? Un vecchio incartapecorito e letale, con il caratteraccio dell’età avanzata innestato sul pragmatismo barbarico originario, assolutamente incapace di farsi ammazzare.

Un altro sistema è quello di allargare il cliché, aggiungendo al personaggio stereotipato o alla situazione di routine una nuova dimensione.
Si tratta qui di riconoscere il fatto che le persone reali non si possono descrivere con un solo semplice “sostantivo + aggettivo” – che ciascuno di noi è una persona diversa in ambiti diversi, e non c’è un buon motivo perché i nostri personaggi debbano essere differenti.
Ed allo stesso modo, c’è una seconda versione di ogni storia che abbiamo vissuto – e lo stesso dovrebbe potersi dire dei nostri intrecci.

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4 thoughts on “Gabbie e Impalcature – le regole e i cliché del genere

  1. Apprezzo molto gli autori che, dimostrando una raffinata e profonda conoscenza di un genere letterario e delle sue convenzioni, sanno scrivere una storia che riesce a ricordare al lettore la loro esistenza ma, nel contempo, le elude.
    Un tipo di esercizio molto praticato, che io sappia, nella letteratura in lingua inglese. Utilizzato non soltanto per i personaggi e le vicende tratte dalla narrativa di genere ma anche per il mainstream. Disponibili in italiano ci sono, per esempio, le avventure di Thursday Next scritte da Jasper Fforde. Rubricati come gialli i romanzi di Fforde sono, in realtà, raffinati ed eruditissimi esercizi di ricombinazione narrativa.
    Il limite di questo ed altri giochi? La sensazione di post-tutto che inevitabilmente coglie. Il dubbio che in realtà non sia più semplicemente possibile inventare una trama e dei personaggi che non finiscano per essere il calco di qualcosa o il contro-calco – la parodia, la rivisitazione, la citazione – di testi già scritti. Si può giocare con abilità sempre maggiore, come no, e inventare meccanismi sempre più complessi ma temo che la sensazione finale del lettore possa essere di tristezza e rimpianto.
    Sacrosanto conoscere (e riconoscere) le convenzioni sia per poterle evitare che per poterle riutilizzare. Ma credo sia bene cominciare a ragionare sulla necessità urgente di liberarsi di contenitori predisposti. Basti pensare a che cos’è diventato il poliziesco, dove la garanzia di originalità di una vicenda è ormai data soltanto dalla bizzarria del personaggio-investigatore e dalle caratteritiche sempre più assurde dell’assassino. Una rincorsa francamente demente allo stupore a ogni costo che risucchia tutto quello che incontra: vicende storiche, studi di psicologia e chimica dei materiali.
    È già stata utilizzata qualsiasi cosa, in questo campo. Dall’investigatore cieco alla poliziotta lesbica. Io non leggo più polizieschi da molto tempo e ho definitivamente accantonato qualsiasi vago progetto di scriverne. Del genere non riesco che a vedere le sbarre e nessuna impalcatura. Soltanto sbarre.
    La fantascienza, genere che può vantare millanta cliché, ha il grosso pregio, in questa fase, che nessuno o quasi se la fila. Senza contare che gli outsider nel genere sono davvero tantissimi, come lo sono gli autori sul limite e ai confini.
    Ne ho letta probabilmente abbastanza da evitare piuttosto agevolmente le trappole dell’ovvio. Qual è il problema? Se riesci a essere coerente il lettore si sente spaesato, talvolta spaesatissimo (del mio Ola e Olb, pubblicato in ALIA Italia 2007, Vittorio Catani che tutto è meno che un pivello nel campo della SF mi ha scritto che era «il racconto più alieno che avesse mai letto). Un complimento, certo. Ma anche la garanzia che il lettore dovrà fare un percorso in salita. Di questi tempi quanti hanno voglia di farsi un percorso in salita?

  2. La mia reazione istintiva è – se non hanno voglia di farsi il percorso in salita, che prendano la seggiovia; ci sono un sacco di seggiolini liberi.

    Ma è più complicato di così, naturalmente.
    D’altra parte, chi legge letteratura fantastica non dovrebbe leggerla per sentirsi rassicurato, ma per confrontarsi con qualcosa di nuovo, di insolito.
    Per sentirsi spiazzato, in altre parole.
    Al limite per essere obbligato a sforzarsi per capire.

    Detto ciò…
    Sul poliziesco, concordo, c’è un forte appiattimento.
    Ci sono solo più serial killer, solo più profilatori e agenti FBI.
    Investigatori ciechi, autistici, paraplegici…
    Ma questo è un vizio di pigrizia.
    C’è tutto un mondo di crimine là fuori che non viene utilizzato – o viene utilizzato male – e snobbato da chi privilegia l’omicidio come unico soggetto degno d’indagine.
    La truffa, ad esempio. Facile cadere in infinite repliche de “La Stangata”, certo, ma con un po’ di attenzione…

    Sulla prevalenza delle sbarre rispetto alle impalcature.
    Conosco la sensazione, ma riesco ancora a sfuggirle – probabilmente per incoscienza.
    Se poi io riesca a rimanere libero e bello, ah, è tutto da vedersi – tocca a chi legge dirmelo.
    Io ci provo, ovviamente, e continuo a pensare a “genere” come a sinonimo di “quali autori sto imitando”.
    Il trucco forse è mescolare una squadra abbastanza eterogenea di modelli.

    Che è poi ciò che fanno personaggi come il gallese fforde – che però fiscalizzarlo come poliziesco è proprio solo mentire per la gola.

  3. È molto vero che gli altri possibili reati sono ignorati dal giallo contemporaneo. C’è il furto, per esempio, che ha dato da mangiare ai creatori di Fantomas e di Lupin (Primo e Terzo) con esiti narrativi intelligenti e gradevoli. Ma il fascino della morte è potente. Poi dev’essere lo zeitgeist a ispirare soltanto omicidi grottescamente contorti e perversi. Un po’ come per il porno, genere quasi completamente scomparso dalle librerie – a parte le edizioni ES che però ristampano principalmente classici dell’erotismo come D.A.F. De Sade, Pierre Louys, Tanizaki, Cocteau ecc. – nel quale il meccanismo del rilancio ha finito per sostituire l’invenzione, il gusto, lo stile, la capacità di sorprendere e spiazzare il lettore. Se nel porno il meccanismo del rilancio è molto semplice – e automatico:dalla coppia, al trio all’orgia, nel giallo non è troppo diverso: 1. Ha grande successo il thriller con il protagonista che taglia il naso alle vittime.
    2. L’epigono necessario farà tagliare alle vittime il naso e le orecchie.
    3. Il ghost-writer dell’autore a corto di idee aggiungerà tutte le dita.
    4. L’ennesimo imitatore farà fare tutto questo ma da un assassino albino.
    5. Rilancio: Albino ed ermafrodito…

  4. Colin Wilson chiamava “legge di contrazione degli utili” quello che tu chiami “rilancio” – e proseguiva dimostrando come si tratti del meccanismo che in effetti motiva i serial killer…

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