Writuals

Facciamo un gioco.

C’è un interessante articolo della BBC Irlandese sui rituali seguiti dagli scrittori nella loro attività quotidiana.
Interessanti le domande rivolte agli scrittori, e che giro ai complici di Alia.
Giochiamo.

http://staff.xu.edu/~polt/typewriters/underwood5small.jpgAllora, stai scrivendo…

  • Dove sei?
  • Con cosa stai scrivendo?
  • Qual’è l’oggetto piùstrano davanti a te?
  • Cosa stai ascoltando?
  • C’è qualcun’altro nella stanza?
  • Che ore sono?
  • Cosa consulti/osservi quando cerchi una ispirazione?
  • Cosa è garantito per disturbare la tua concentrazione?

Chi è il primo?

La chiave è la distribuzione?

Segnalo un interessante articolo comparso sull’Huffington Post, un quotidiano virtuale che esiste solo in rete.
In The Democratization of the Music Industry, Jeff Price (già proprietario della casa discografica di gruppi come i Pixies, Camper Van Beethoven, The Church etc.) racconta la propria esperienza di discografico indipendente, passato dal vinile alla vendita di Mp3 online.
Il discorso si fa interessante nel momento in cui Price identifica come elemento chiave dell’intero ambaradan la distribuzione, un primo grande filtro alla circolazione della musica…

For the past century, artists could record, manufacture, market, and,
to some degree, promote their own music, but no matter if they were The
Beatles, Elvis or Led Zepplin, they could not distribute it and get in
placed on the shelves of the stores across the country
[…]
Record labels were in a very unique position of power due to their
exclusive access to distribution, they were not only the singular
gatekeepers to a career for an artist by “signing” them to an exclusive
contract, but they were also the subjective “deciders” as to what music
was pushed out and promoted to the media outlets. With a “signing,” the
labels acquired exclusive rights to and from the artist. In return, the
label advanced money while providing the relationships, expertise and
infrastructure to record, manufacture, market, promote, distribute and
sell the music. Of all the artists and music creators in the world, far
less than 1% got chosen by the labels due to the risks and economics of
the “brick and mortar” world. Of all the music created around the
globe, even less has had the opportunity to be discovered and heard by
the masses.

Il parallelo con la situazioni degli autori di narrativa e delle case editrici mi pare molto forte.

Price prosegue analizzando il secondo filtro (la pubblicità/promozione) e come la distribuzione di musica in formato digitale stia alterando questo modello rimuovendo i due filtri.

Subjectivity and filters have been removed. All music can be
discovered, downloaded, shared, promoted, heard and bought directly by
the audience itself. It is truly the democratization of an industry.

Certo, ciò che Price descrive è colossale e coinvolge un elevato numero di fattori.
Probabilmente estendere il discorso all’editoria cartacea diventa molto più complicato – soprattutto perché alcuni fattori stentano a farsi coinvolgere.
Ma chissà che qualcosa non si stia muovendo….

Una nuova definizione

https://i0.wp.com/ecx.images-amazon.com/images/I/41h2EBho60L._AA240_.jpgUn annetto fa, LibriNuovi offrì al pubblico una breveintroduzione al cosiddetto “New Weird”, una sorta di metagenere (che parolona!) che si sta lentamente espandendo e che ha ormai varcato i confini fra fantastico emainstream.
Ora, Jeff Van Der Meer, uno dei responsabili della creazione di questò nuovo contenitore, pubblica presso una piccola casa editrice una raccolta, intitolata appunto The New Weird, editata insieme con la moglie Ann,il cui scopo è esattamente quello di definire ilgenere.
Il volume viene recensito qui da David Farnell, storico collaboratore di Alia.
Ed il lettore curioso noterà parecchi punti di contatto fra il libro di VanDerMeer – inclusi alcuni nomi noti nella lista dei partecipanti al progetto.

Interessante pure la definizione di Farnell…

But after thinking about the elements of that story which are shared by the others in the Stimuli section, it becomes clear the editors are letting readers see for themselves what nutrients the New Weird authors absorbed before they began writing the sort of stories featured under Evidence.

So going into that core section, readers have been prepared with the knowledge that the New Weird has drunk deep from the well of fantasy, but not the half-elves-and-heroes epic fantasy that crowds the bookstore shelves.

Instead, it is a more urban fantasy, featuring modern problems, fresh perspectives, and a less-heroic, more-realistic appraisal of its characters.

It has also sucked at the teat of horror, but refuses to deal with it as the typical horror story does, that is, keeping the horror at a distance, something alien to the characters, until they come together in cathartic climax. Instead, the worlds and characters of the New Weird unflinchingly embrace the horror from beginning to end, seeing it as the norm, sometimes unpleasant or grotesque, but often at the same time beautiful or at least necessary.

Much of the New Weird is thus strongly reminiscent of Lovecraft’s dark-fairy-tale stories of the Dreamlands, rather than his more well-known tales of cosmic horror.

In the latter, the horror is often born of a sort of culture shock on encountering the alien; in the former, as in the New Weird, culture shock is a part of living in a world where the alien is something to be understood and even loved, and where being shocked out of complacency is both necessary and welcome.

Il gioco delle definizioni, lo abbiamo detto, è perverso.
Tuttavia, una noticina a pié pagina, per far presente a tutti i pesi massimilà fuori che Alia ha pubblicato (anche) New Weird per cinque anni solidi sarebbe una bella rivalsa, ed una testimonianza di quanto avanti si sia col nostro progetto.

Per parafrasare Philip Dick, noi siamo vivi, loro sono morti.

2000!

E così siamo arrivati a 2000 hits.
Poche.
Ma comunque un inizio.

Grazie a tutti coloro che ci hanno fatto visita.
Ancora di più a coloro che hanno postato un commento.

Ci auguriamo che torniate di frequente, e che portiate anche i vostri amici.

ALIA Evolution riprende ora le trasmissioni normali.

Happy surfing!

Glossolalia

E così, mentre comincia il lavoro di traduzione per rendere il meglio Alia accessibile ai lettori di tutto il mondo, ho aperto un blog di lingua inglese nel quale annoterò gioie e dolori di questa nuova attività.

Gioie, perché tradurre autori eccellenti è sempre un piacere.
Dolori, perché rendere giustizia al loro linguaggio, e non solo alle loro idee, sarà un lavoro improbo.

Svolgerà, il blog furbescamente intitolato Glossolalia (stupidi giochini di parole – dieci punti a chi capisce), una funzione di pubblicità virale col pubblico di lingua inglese?
O sarà solo fatica sprecata?

Ma poi, perché sprecata?
Anche solo come valvola di sfogo, Glossolalia sarà prezioso.

E poi, come si diceva in un post precedente, il modo migliore per rendere reale qualcosa, è comportarsi come se reale lo fosse già.

Indistinguibile dalla Magia

Aveva detto che chiunque fosse arivato vivo nel 2010 avrebbe avuto una buona probabilità di vivere in eterno, e per molti anni aveva dato l’impressione di esere ben intenzionato a dare l’esempio.
Ma non ce l’ha fatta.
Sir Arthur C. Clarke si è spento poche ore fa a nella sua tenuta di Sri Lanka, dove viveva dal 1956.
Con lui se ne va l’ultimo e probabilmente il migliore dei “Tre Grandi” della scuola di Campbell.
Scienziato.
Scrittore di fantascienza.
Divulgatore.
Futurologo.

Meno portato a gigioneggiare rispetto ad Isaac Asimov, meno monocorde di Robert A. Heinlein, Arthur C. Clarke è stato molto vicino a meritarsi il titolo di miglior autore di fantascienza tecnologica dl secolo scorso – un autore la cui opera è stata l abase per le successivecreazioni di autori più giovani.

La sua produzione letteraria è a tal punto vasta che isolare una manciata di titoli diventa il dominio del gusto assoluto.

Nel 1968, il suo racconto Sentinella divenne la base per la sceneggiatura di 2001 – Odissea nello Spazio, di Stanley Kubrik, ancora oggi il più influente filmdi fantascienza mai prodotto.
Altrettanto meritevoli di essere ricordati sono certamente Incontro con Rama, romanzo sul primo contatto con un vasto artefatto alieno, e Le Fontane del Paradiso, sulla travagliata creazione di un elevatore orbitale.
La Città e le Stelle affronta il tema del futuro destino tecnologico dell’umanità.
Polvere di Luna porta uno scrittore di fantascienza a confrontarsi con la realtà di un ambiente alieno ed ostile.
Personalmente, confesso una malsana passione per I Racconti del Cervo Bianco, che rimangono fra i favoriti di molti lettori.

Arthur C. Clarke fu anche autore di molti volumi di divulgazione, in particolare una notevole serie imperniata sulle sue immersioni subacquee in vare località del globo.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, Clarke sviluppò la teoria alla base dei satelliti di telecomunicazioni.
Pochi anni più tardi affermò che l’uomo sarebbe arrivato sulla Luna entro il 2000.
Nei primi anni ‘80 si disse convinto che presto sarebbero state disponibili piattaforme di comunicazione telefonica portatili personali.
Rimane da verificare la teoria del break-even point nel 2001.
Ma visto l’eccellente record di previsioni positive precedenti, noi ci contiamo.

E noi discutevamo di contenuti…

Di stile.
Di tecnica di scrittura.
Di ispirazione.
Balle.

Borders, catena di librerie statunitensi, ha fatto un esperimento.
Se in libreria si espongono i libri sugli scaffali “di faccia” anziché di costola, le vendite aumentano del 9%.

Certo, per fare questo giochetto, bisogna ridurre il materiale esposto.
Ma, incredibile ma vero, la percezione degli acquirenti è inversa – coi libri “di faccia”, la gente pensa che la libreria sia più fornita.

In altre parole – i libri di costola non se li fila nessuno.
La copertina è importante.

Della cosa si impossessa il solito Seth Godin.
Una libreria che decida di ridurre lo stock, mettere tutti i libri di faccia ed aggregarli per contesto e non per ordine alfabetico, potrebbe osservare un certo incremento nelle vendite, e cambiare il proprio rapporto con i lettori.

Bookstores that follow this strategy need to be pickier about what they carry, organized differently (alphabetical order again!) and staffed differently as well. Don’t put all the cookbooks in a little corner. Instead, put books for me (whether they are cookbooks or computer books) together and make me delighted I found you.
This kind of bookstore needs to sell and merchandise and promote and tickle and promise and tantalize and thrill.

Cibo per il pensiero per editori e librai, immagino….
Ma, d’altra parte, una libreria così la conosciamo già, no?

Microcelebrità

Segnalo un interessante articolo pubblicato sul blog di Kevin Kelly.

Kelly osserva che, se da una parte la globalizzazione ha creato sei miliardi e rotti di consumatori alla mercé di una piccola schiera di dominatori del mercato, dall’altra ha creato il fenomeno della microcelebrità.

Un artista creativo ha bisogno solo di 1000 Veri Fan per campare da signore.
Mille persone disposte a spendere cento euro al’anno per procurarsi qualsiasi cosa l’artista produca.
Anche le ristampe.
Mille, che spendono cento euro l’anno – centomila euro l’anno.
Da metterci la firma.

Anche considerando che, insieme con i veri fan, ci sono anche i fan qualsiasi.
Con i quali magari ci paghiamo le tasse.

L’unico trucco – avere un rapporto diretto e personale con i Veri Fan.
Rispondere alle loro mail.
Fermarsi a fare due chiacchiere dopo la presentazione dell’ultimo libro autoprodotto…

Se la cosa pare velleitaria, Kelly porta una quantità di esempi reali e funzionanti piuttosto interessanti.
Come ad esempio Lawrence Watt-Evans, che scrive romanzi fantasy.
Diane Duane, che scrive fantascienza e fantasy.
Come Sharon Lee e Steve Miller, che scrivono fantascienza.
Don Sakers, che scrive fantascienza.
E Greg Stolze, che crea giochi di ruolo.

E a quanto pare, questi signori guadagnano in media di più di quanto guadagnino autori che seguono canali tradizionali,magari con un bacino di pubblico più ampio.

L’articolo è consigliatissimo, e spero stimoli la discussione.

Tutto il Nero del Piemonte non si arrende

Apprendo con un certo piacere e prontamente divulgo urbi et orbi che a giorni il volume Tutto il Nero del Piemonte,
curato da Danilo Arona e Angelo Marenzana per Noubs, sarà disponibile
in tutte le librerie Feltrinelli della regione, oltre che in alcune
altre librerie torinesi.

Tutte le persone che hanno espresso interesse per il volume sono invitate a tenere gli occhi aperti.
A partire dal 10 del mese non dovrebbero più esserci problemi a reperire una copia.

E chissà poi cosa porterà il futuro.

Buona caccia a tutti!

A che cosa serve un editore? Capitolo 3

[riprendiamo il capitolo tre della discussione dal blog Fronte & Retro di Max Citi]

Sono contorto e quindi ritorno al primo post sul tema, ovvero al capitolo 1.
Ricordate? Elvezio Sciallis, lettore attento e acuto oltre che a sua volta autore, comunica a chiunque passi sul suo blog che non ha più intenzione di scrivere di libri editi a spese degli autori, autoprodotti eccetera. Una scelta che sembra andare nella direzione esattamente opposta alla scelta di autoproduzione che viene sempre più spesso adottata nel campo musicale e cinematografico.
Io, libraio e da lungo tempo collaboratore – oltre che editore, ma questo ha molta meno importanza – di una rivista di recensioni, non posso che dargli ragione. Assolutamente e completamente ragione.
Interrogo il me stesso di una decina di anni fa.
Che cosa avrei pensato di questo me stesso più vecchio, così reciso nel negare una possibilità a un nuovo autore?
Non troppo bene, certo.
«Bello st…zo».
Eppure penso di avere delle ragioni.
Altro passo indietro. Ricordate Viligelmo D. che ha speso cinque milioni per restare nessuno? Ho affermato che tale scelta smascherava un atteggiamento profondamente sbagliato nei confronti della narrativa.
Non sbagliato in un senso astrattamente morale. Siamo soltanto esseri umani, quindi lasciamo pure la morale a chi si illude di non esserlo.
Sbagliato nel senso di controproducente, ovvero autolesionista e ingannevole.
Perché controproducente?
Semplice. La fama di certi editori arriva ovunque. Essere pubblicati da uno di loro (ricordate “La Garaunta”?) è sicuro indizio quantomeno di un testo non curato né redatto o rivisto da nessuno che non sia l’autore o, al massimo, qualche amico o conoscente più o meno competente. Mentre scrivo mi basta alzare lo sguardo per vedere un mezzo scaffale carico di questo genere di libri inviati alla libreria o alla redazione di LN, libri mal impaginati, peggio corretti e con copertine nella migliore delle ipotesi artigianali, nella peggiore semplicemente grottesche.
Un aspetto importante ma spesso trascurato del libro è che esso è, entro certo limiti, un’opera collettiva, frutto del lavoro dell’autore ma anche di chi ne ha curato l’edizione, del correttore di bozze, del grafico che ne ha scelto la copertina, del tipografo che lo ha realizzato. In questo senso affidare il proprio libro a un editore di vanità (questa è la definizione corretta, anche se un po’ deprimente) è un modo egregio per sprecarlo – se vale qualcosa – o per autoilludersi e non imparare nulla sulla natura dei libri se il libro non vale granché o non vale nulla..
La funzione di un buon editore possiamo dire stia tutta in questa capacità di trasformare un sogno grezzo sognato dal suo solo autore in un sogno che tutti abbiano potenzialmente la possibilità di sognare. La realtà è che spesso i libri autoprodotti nascono per la stragrande maggioranza già morti. Una volta assolta la loro breve funzione di autoillusione diventano come quei ritagli di giornale che raccontano della volta che si è vinta la gara di biliardo o si è vinto un premio per la ceramica, dimenticati in un album e da nascondere ai figli.
Scopo di un buon editore è pubblicare libri che non scadano.
Ma che cosa debbono fare gli autori che non riescono ad arrivare alla pubblicazione?
Autoprodursi?
Può non essere un’idea da buttare via.
Cito da un intervento di Davide Mana sul suo blog strategie evolutive:

. un titolo originale – credetemi, è di una difficoltà pazzesca.
. una bella copertina – assoldare un professionista per l’illustrazione potrebbe non essere una cattiva idea. Esistono siti nei quali artisti di professione e dilettanti mettono in mostra le proprie opere. Farci un giro e cercare contatti potrebbe essere una buona idea.
E poi necessario ricordare che una copertina non è semplicemente una figura con un testo appiccicato sopra, ma deve avere un certo design.
Scelta di caratteri (font, dimensione, colore, effetti), posizione dei diversi elementi e quant’altro è fondamentale – si può ammazzare un’immagine bellissima o aggiungere carattere ad una figura qualunque.
. editing e impaginazione professionali – un font di buon gusto, testo giustificato, interlinea che renda agevole la lettura, niente refusi, formattazione consistente…
Ne abbiamo già parlato ma lo ribadiamo: non limitarsi a Word o OpenOffice per preparare il testo finale, ma usare una cosa tipo LaTeX o Scribus.
Fin qui, per la parte di produzione del libro.
Lo scopo è quello di lucidare al massimo la nostra gemma, se vogliamo che brilli fra il pattume.
Veniamo ora alla promozione del nostro prodotto
. ISBN – primo e fondamentale accorgimento, distingue i libri seri dalle opere dei dilettanti. Costa, ma ci garantisce la rintracciabilità globale del testo; in questo modo anche le librerie on-line potranno ordinare e rivendere il volume.
. un sito di presentazione che riprenda illustrazione e design del volume, e che regali un capitolo in formato pdf e il wallpaper della copertina, per fare in modo che i lettori si facciano un’idea non solo della qualità del testo, ma anche della qualità dell’oggetto.
È probabilmente il caso di spendere 25 euro e comprarsi un dominio.
Il sito dovrà anche accogliere un calendario delle nostre apparizioni pubbliche (ne parliamo fra un attimo), e magari un po’ di blog per informare lettori e curiosi delle nostre attività.
Non sarebbe male poi avere un booktrailer (lo si fa con flash o con synfig) breve e di buon gusto da piazzare in giro sulla rete… YouTube, MySpace, siti e blog di amici e supporter etc.
. sbattersi – a morte. Conferenze, presentazioni, saloni, sagre di paese, serate in parrocchia, corsi per i boy scout. Senza svendersi, ma bisogna essere presenti.
Si comincia in piccolo, ovviamente, ma poi ci si può allargare. Senza bruciare le tappe.
Serve a vendere più libri?
Non credo.
Ma conoscere di persona i lettori potrebbe aiutarci a capire perché certi elementi di ciò che scriviamo piacciono ed altri no.
E le nostre foto circondati dal pubblico faranno un figurone sul nostro sito.

E se invece si volesse proprio cercare un editore interessato?
Beh, ne parliamo nella prossima puntata…