A che cosa serve un editore? Capitolo 3

[riprendiamo il capitolo tre della discussione dal blog Fronte & Retro di Max Citi]

Sono contorto e quindi ritorno al primo post sul tema, ovvero al capitolo 1.
Ricordate? Elvezio Sciallis, lettore attento e acuto oltre che a sua volta autore, comunica a chiunque passi sul suo blog che non ha più intenzione di scrivere di libri editi a spese degli autori, autoprodotti eccetera. Una scelta che sembra andare nella direzione esattamente opposta alla scelta di autoproduzione che viene sempre più spesso adottata nel campo musicale e cinematografico.
Io, libraio e da lungo tempo collaboratore – oltre che editore, ma questo ha molta meno importanza – di una rivista di recensioni, non posso che dargli ragione. Assolutamente e completamente ragione.
Interrogo il me stesso di una decina di anni fa.
Che cosa avrei pensato di questo me stesso più vecchio, così reciso nel negare una possibilità a un nuovo autore?
Non troppo bene, certo.
«Bello st…zo».
Eppure penso di avere delle ragioni.
Altro passo indietro. Ricordate Viligelmo D. che ha speso cinque milioni per restare nessuno? Ho affermato che tale scelta smascherava un atteggiamento profondamente sbagliato nei confronti della narrativa.
Non sbagliato in un senso astrattamente morale. Siamo soltanto esseri umani, quindi lasciamo pure la morale a chi si illude di non esserlo.
Sbagliato nel senso di controproducente, ovvero autolesionista e ingannevole.
Perché controproducente?
Semplice. La fama di certi editori arriva ovunque. Essere pubblicati da uno di loro (ricordate “La Garaunta”?) è sicuro indizio quantomeno di un testo non curato né redatto o rivisto da nessuno che non sia l’autore o, al massimo, qualche amico o conoscente più o meno competente. Mentre scrivo mi basta alzare lo sguardo per vedere un mezzo scaffale carico di questo genere di libri inviati alla libreria o alla redazione di LN, libri mal impaginati, peggio corretti e con copertine nella migliore delle ipotesi artigianali, nella peggiore semplicemente grottesche.
Un aspetto importante ma spesso trascurato del libro è che esso è, entro certo limiti, un’opera collettiva, frutto del lavoro dell’autore ma anche di chi ne ha curato l’edizione, del correttore di bozze, del grafico che ne ha scelto la copertina, del tipografo che lo ha realizzato. In questo senso affidare il proprio libro a un editore di vanità (questa è la definizione corretta, anche se un po’ deprimente) è un modo egregio per sprecarlo – se vale qualcosa – o per autoilludersi e non imparare nulla sulla natura dei libri se il libro non vale granché o non vale nulla..
La funzione di un buon editore possiamo dire stia tutta in questa capacità di trasformare un sogno grezzo sognato dal suo solo autore in un sogno che tutti abbiano potenzialmente la possibilità di sognare. La realtà è che spesso i libri autoprodotti nascono per la stragrande maggioranza già morti. Una volta assolta la loro breve funzione di autoillusione diventano come quei ritagli di giornale che raccontano della volta che si è vinta la gara di biliardo o si è vinto un premio per la ceramica, dimenticati in un album e da nascondere ai figli.
Scopo di un buon editore è pubblicare libri che non scadano.
Ma che cosa debbono fare gli autori che non riescono ad arrivare alla pubblicazione?
Autoprodursi?
Può non essere un’idea da buttare via.
Cito da un intervento di Davide Mana sul suo blog strategie evolutive:

. un titolo originale – credetemi, è di una difficoltà pazzesca.
. una bella copertina – assoldare un professionista per l’illustrazione potrebbe non essere una cattiva idea. Esistono siti nei quali artisti di professione e dilettanti mettono in mostra le proprie opere. Farci un giro e cercare contatti potrebbe essere una buona idea.
E poi necessario ricordare che una copertina non è semplicemente una figura con un testo appiccicato sopra, ma deve avere un certo design.
Scelta di caratteri (font, dimensione, colore, effetti), posizione dei diversi elementi e quant’altro è fondamentale – si può ammazzare un’immagine bellissima o aggiungere carattere ad una figura qualunque.
. editing e impaginazione professionali – un font di buon gusto, testo giustificato, interlinea che renda agevole la lettura, niente refusi, formattazione consistente…
Ne abbiamo già parlato ma lo ribadiamo: non limitarsi a Word o OpenOffice per preparare il testo finale, ma usare una cosa tipo LaTeX o Scribus.
Fin qui, per la parte di produzione del libro.
Lo scopo è quello di lucidare al massimo la nostra gemma, se vogliamo che brilli fra il pattume.
Veniamo ora alla promozione del nostro prodotto
. ISBN – primo e fondamentale accorgimento, distingue i libri seri dalle opere dei dilettanti. Costa, ma ci garantisce la rintracciabilità globale del testo; in questo modo anche le librerie on-line potranno ordinare e rivendere il volume.
. un sito di presentazione che riprenda illustrazione e design del volume, e che regali un capitolo in formato pdf e il wallpaper della copertina, per fare in modo che i lettori si facciano un’idea non solo della qualità del testo, ma anche della qualità dell’oggetto.
È probabilmente il caso di spendere 25 euro e comprarsi un dominio.
Il sito dovrà anche accogliere un calendario delle nostre apparizioni pubbliche (ne parliamo fra un attimo), e magari un po’ di blog per informare lettori e curiosi delle nostre attività.
Non sarebbe male poi avere un booktrailer (lo si fa con flash o con synfig) breve e di buon gusto da piazzare in giro sulla rete… YouTube, MySpace, siti e blog di amici e supporter etc.
. sbattersi – a morte. Conferenze, presentazioni, saloni, sagre di paese, serate in parrocchia, corsi per i boy scout. Senza svendersi, ma bisogna essere presenti.
Si comincia in piccolo, ovviamente, ma poi ci si può allargare. Senza bruciare le tappe.
Serve a vendere più libri?
Non credo.
Ma conoscere di persona i lettori potrebbe aiutarci a capire perché certi elementi di ciò che scriviamo piacciono ed altri no.
E le nostre foto circondati dal pubblico faranno un figurone sul nostro sito.

E se invece si volesse proprio cercare un editore interessato?
Beh, ne parliamo nella prossima puntata…

A che cosa serve un editore? Capitolo 2

[riprendiamo il capitolo due della discussione dal blog Fronte & Retro di Max Citi]

Post che prevedo non troppo breve, ma spero non banale. O non troppo banale.
Si parlava di autori ignoti, di editori fraudolenti o distratti e di editoria di vanità, ovvero di libri pagati dall’autore.
Qual è il problema medio dell’autore ignoto?
Ha scritto qualcosa, non importa (ancora) che cosa, e vorrebbe farlo pubblicare. Importante il motivo per cui, prima di ogni altra cosa.
Non c’è mai un solo motivo.
Il narcisismo è il primo motore,naturalmente, ma questo non significa necessarimente MALE. Se suonate uno strumento anche solo così così, passato un certo tempo – a meno non siate dei completi imbecilli – vorrete suonare in pubblico e/o con altri. In questo la scrittura non è differente.
Il grosso problema è che esistono e sono esistiti eccellenti strumentisti autodidatti e altri – di nuovo eccellenti – che sono regolarmente andati a lezione, ma mentre suonare uno strumento non è un’attività quotidiana e richiede una quantità anche notevole di pratica e di nozioni specifiche, scrivere è all’apparenza un’attività che non richiede competenze maggiori di un discreto voto in italiano.
Questo crea l’illusione che scrivere sia facile e alla portata di tutti.
Non è affatto così. La scrittura professionale comporta la conoscenza e l’uso di strumenti di organizzazione di un testo che non vengono insegnati a scuola o all’università. Non solo, scrivere poesia o narrativa richiede una buona conoscenza di testi di altri – possibilmente non soltanto di autori che si amano alla follia – disciplina mentale e grande dedizione.
Dopo di ché c’è gente che passa la vita a fare il sessionman e gente che incide dischi e diventa famosa. Vivere non è facile.
Farsi il proprio libro da sè è paragonabile – musicalmente – al trovare una cantina/garage dove provare e fare piccolissime esibizioni. Non c’è nulla di sbagliato in questo.
Personalmente ho suonato quasi in ogni luogo possibile (garage, studi, tendoni, cantinacce fetide ecc. ecc.) senza però sentirmi praticamente mai un fenomeno.
Ci avviciniamo al cuore del problema
Lo scrivente (abbiate pazienza, la parola «scrittore» per me è riservata a gente tipo Kafka o Dostoevskij)è solo. Come diceva il «buon dottore» (ma mediocre autore) Isaac Asimov, una volta scritto qualcosa lo scrivente si sente infatuato di se stesso e sogna di farlo leggere a chiunque gli capiti a tiro, convinto che il lettore non potrà che condividere il suo parere.
Appunto, lo scrivente è solo.
Raramente troverà qualcuno che gli dirà che la sua intonazione è debole o incerta e che il suo staccato è fuori tempo come facilmente accade in musica. Amici e parenti gli diranno che è «bravo».
Essendo «bravo» sarà ovvio per lui mettersi a cercare un ente che si preoccupi di far conoscere la sua bravura al mondo.
Sto semplificando, ne sono conscio, ma è per comodità di esposizione.
Il nostro scrivente manderà quindi il suo / i suoi / testo/i in giro per il mondo. Da Bollati Boringhieri alla Feltrinelli, a Mondadori, a Garzanti, Newton Compton, via via fino a Zanichelli, ultimo editore della lista. Ben che vada riceverà mesi e mesi dopo una letteruzza che lo ringrazia e lo invita a non rompere più. Altrimenti il silenzio.
«Mascalzoni!» dirà lo scrivente e si metterà alla cerca di qualcuno più attento e sensibile. Se non è un completo impedito lo troverà perfino. Per esempio Edizioni «La Garaunta» di Prosdocimi e Zatteroni (nomi di fantasia, sia chiaro).
P&Z pubblicheranno il romanzo o la raccolta poetica nella famosa collana «Il Collante», lo distribuiranno «nelle principali librerie italiane» e «a mezzo internet» in cambio di un «contributo dell’autore».
È fatta?
È fatta.
Almeno sembra.
Un passo indietro.
Il nostro scrivente ha mandato il suo romanzo a tutti o quasi gli editori italiani, si diceva.
Si è preoccupato di capire, innanzitutto, quali sono gli editori che pubblicano libri almeno vagamente simili a quello che propone lui? Ha fatto un salto in libreria per farsi un’idea delle diverse produzioni editoriali, ha cercato informazioni e ne ha chieste a qualcuno del settore, anche solo al suo libraio di fiducia?
«Non ho un libraio di fiducia», dice lo scrivente.
«Kzzz», dico io.
Parlare con un libraio non è poi tanto facile, anche se si tratta, a ben vedere, dell’unica figura professionale del settore editoriale a portata di mano.
Quindi è bene per lui insistere.
E lo dico contro il mio interesse.
Se lo scrivente compra libri soltanto al supermercato o nelle Feltrinelli Village vien voglia di dire: «Beh, si arrangi e vada da P&Z», ma non lo dirò. Basta soltanto un’avvertenza: prima di firmare il contratto con P&Z faccia un salto in una libreria (una vera) e chieda a gran voce: «Avete libri delle edizioni “La Garaunta”?».
Se viene guardato come un povero deficiente è già mezzo salvo.
Ma P&Z sono due truffatori? E lo scrivente (lo S., per velocità) è un fesso o un furbastro? Propendo per il fesso, anche se non vedo nella di male (a parte ogni considerazione sulla carta sprecata) nel pagare una cifra ragionevole per avere il proprio testo stampato e rilegato. Fondamentale:
1) trovare qualcuno che per stampare con copertina a colori un romanzo di 200 pagine in 500 copie non chieda più di 1500-2000 euro.
2) non illudersi che il semplice riconoscere il proprio nome sulla copertina di un libro sia un passo verso la fama imperitura.
3) Non pensare che ciò che si tiene in mano sia davvero un libro. Esattamente come non si può dire di aver «fatto un concerto» se avete suonato la chitarra sulla spiaggia per quattro amici.
Ma che cos’è, allora, un libro?
Beh, cercherò di parlarne in uno dei prossimi post.
Per chiudere un piccolo aneddoto personale. Anni fa conobbi uno S. che, pubblicato un racconto in un’antologia, si autoconvinse di aver finalmente sfondato. Mesi dopo mi telefonò per dirmi che era uscita una sua antologia da le «Edizioni del Plantigrado». Me ne portò qualche copia in libreria, entusiasta in maniera imbarazzante.
«Bene», dissi, «quanto hai pagato?».
Il suo sorriso non si incrinò: «5 milioni (correva l’anno 1993), ma me lo mettono in tutte le librerie».
«Se è così…»
I suoi racconti non mi piacevano, ma il mio parere in fondo non era importante.
Conoscendo la fama de le «Edizioni del Plantigrado» dubitavo però con tutte le mie forze che il libro sarebbe andato in qualche libreria che non fosse la mia.
Telefonai per curiosità a un paio di colleghi: «Sai qualcosa di un’antologia di Viligelmo Diotallevi pubblicata dal Plantigrado?».
Siete svegli, avete già capito.
Adesso Viligelmo ha smesso di scrivere. O forse ha soltanto smesso di credere di poter diventare uno scrittore. Una cosa triste, certo. Ma la sua fretta di pubblicare a tutti i costi (Anche 5 milioni di allora per 500 copie e 120 pagine… un furto!) mi era parsa il segnale di un atteggiamento profondamente sbagliato verso la letteratura.
Del perché ne parlerò presto.