L’Ucronia, il presente che non è – parte seconda

Ed ecco la seconda parte dell’articolo di Luca Masali, Ucronia, il presente che non è. Qui il link alla prima parte dell’articolo.

Tutti i miei migliori ringraziamenti all’autore dell’articolo e ai lettori che hanno partecipato venendo fin qui a leggerlo. Il fatto che la seconda parte dell’articolo esca nel giorno della festa dei lavoratori è ovviamente del tutto casuale e non intende affermare alcunché sul rapporto tra la storia dei lavoratori e l’ucronia. Giusto? Giusto.

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4. Ibridazioni pericolose

Il confine tra romanzo ucronico e romanzo storico talvolta è molto labile, può capitare che i due generi siano talmente avvinghiati che è impossibile dire dove cominci uno e dove finisca l’altro, così come spesso è arduo dire se un certo testo è fantascienza o ucronia, o anche se l’ucronia faccia parte della fantascienza o no. Visto che grazie al cielo in letteratura non esiste una cartina al tornasole per attribuire un certo testo a un genere o a un altro, lascerei volentieri la questione agli editor delle case editrici, che devono sbrogliare la matassa per decidere quale collana potrebbe ospitare il romanzo di difficile collocazione. Però forse si può fare qualche considerazione. Negli Stati Uniti, l’ucronia è generalmente accostata alla fantascienza, non foss’altro perché molti dei suoi testi migliori sono stati scritti da scrittori più o meno vicini al genere. In Italia invece l’ucronia ha origini più mainstream. Con questo voglio dire che i migliori testi ucronici nella nostra lingua sono stati scritti da scrittori che poco o nulla hanno a che fare con la fantascienza o qualsiasi altra etichetta dal sapore pulp. Penso soprattutto a Guido Morselli, che tra i sei romanzi pubblicati solo dopo la sua morte ha scritto ottime ucronie, come Contro-passato prossimo e Roma senza papa. Oggi Morselli è considerato una delle figure più significative del Novecento letterario italiano, ma finché era vivo non riuscì a pubblicare nulla. Anche perché l’ucronia è una brutta bestia da pubblicare, essendo ai margini di tutto: ai margini del mainstream, ma anche ai margini della fantascienza, una piccola nicchia in costante pericolo di estinzione. Per difendersi, spesso l’ucronia si maschera, e si contamina col genere che abitualmente viene considerato più vicino, la fantascienza, usando trucchetti che in qualche modo «giustificano» il cambiamento del corso della storia, come i viaggi nel tempo o i «mondi paralleli». Talvolta si tratta di un puro intervento cosmetico, che non aggiunge e non toglie nulla all’impianto della storia, mentre altre volte l’artificio diventa parte integrante della vicenda, consentendo all’autore di sfaccettare sempre di più il suo presente ucronico, visto che se c’è un mondo parallelo possono essercene antri centomila, e se si può cambiare il presente viaggiando nel tempo si possono fare non una, ma decine di «correzioni»:  per esempio, Black in time di John William Jakes, titolo che si regge sul gioco di parole tra «nero» e «indietro», è un’ucronia caleidoscopica dove il presente si modifica in continuazione a causa della lotta nelle pieghe del tempo tra un afroamericano deciso a migliorare le condizioni di vita della sua gente modificando il passato e un aguzzino del KKK che lo bracca tra i secoli. Divertentissima e scoppiettante, questa ucronia ha anche il pregio (ai miei occhi) di non essere per nulla politically correct. Più delicato è il caso in cui l’ucronia si ibrida col romanzo storico, magari con la foglia di fico letteraria di non portare l’ucronia fino in fondo, ma suggerendo che, se un piccolo evento si fosse (o non si fosse) verificato, le cose avrebbero potuto andare in modo diverso. È un caso che si verifica in moltissimi romanzi, anche in testi difficili come L’ultima tentazione di Cristo di Nikos Kazantzakis, diventato anche un film diretto da Martin Scorsese: l’ucronia-bomba, cioè la tentazione di Cristo di evitarsi la croce per crearsi una tranquilla famiglia con la Maddalena, si risolve in una fuga onirica dalla realtà, ma alla fine Gesù accetta il suo destino.
La commistione storia-ucronia è delicata, e non sempre il risultato è all’altezza delle premesse. Per esempio, nel testo di Robert Harris (solo quasi-omonimo del creatore di Hannibal) Fatherland, siamo di fronte a un classico dell’ucronia: l’azione si svolge negli anni sessanta «modificati», dove Hitler ha pareggiato la guerra, raggiungendo una pace onorevole. Il regime nazista, molto simile a quello che negli anni sessanta «reali» reggeva la Germania Est, va verso la dissoluzione a seguito di una indagine non autorizzata del classico sbirro dal volto umano (che qui veste i panni della Gestapo) che scopre la terribile verità nascosta dal regime, e cioè l’olocausto. Nonostante il testo sia considerato generalmente come un ottimo romanzo, personalmente mi lascia perplesso: l’olocausto è una realtà storica che conosciamo benissimo, non si capisce perché dovrebbe essere questa la sorpresa che incombe sulla cupa vicenda: o meglio, è ovvio che sia una rivelazione orribile per i personaggi, ma per chi legge è tutto ovvio. Volendo concedere a Harris il beneficio del dubbio si potrebbe pensare che voglia fare una satira contro le tesi negazioniste, ma le mie perplessità rimangono, e continuo a considerare Fatherland come un pasticcio, pretenzioso nell’impianto e mediocre nei risultati. Molto più divertente, sempre in tema di nazisti, Il signore della svastica di Norman Spinrad, dove Hitler emigra in America e scrive un romanzo di fantascienza. Il romanzo è per l’appunto uno dei testi di Hitler.

the iron dream5. Qualche tema alla moda

Qual è l’epoca che si presta meglio all’ucronia?
La risposta è: Boh!
In effetti gli scrittori si sono cimentati in un po’ tutte le epoche, quasi sempre tenendo conto della necessità di cui abbiamo accennato sopra, e cioè scegliere un evento che sia ben conosciuto e si presti a diventare simbolico. Vediamone qualcuno, in rigoroso ordine cronologico, tralasciando quelle che riguardano la seconda guerra mondiale, che sono talmente tante da diventare un caso particolare.

5.1. Cambriano (500 milioni di anni fa). Estinzione di massa dei dinosauri, evoluzione delle specie

Temi lontani ma ben rappresentati. Uno dei capisaldi è la trilogia Eden di Harry Harrison, dove l’estinzione di massa dei dinosauri non c’è mai stata, e i lucertoloni sono diventati intelligenti. Molto carino, per quanto riguarda la preistoria remota, il raccontino di Giù nel paleozoico di Robert Silverberg, che parla di una colonia penale, posta in un passato remotissimo: addirittura l’Ordoviciano, era in cui le terre emerse non erano ancora state colonizzate dagli animali e dalle piante, mentre c’era una discreta fauna marina a base di trilobiti, ammoniti e bestiacce consimili.
Il cuore della storiella (pubblicata in Urania nella raccolta Strade Senza Uscita. Il numero è il 505, quindi risale a un bel po’ di annetti fa!) riferisce come a un certo punto la colonia viene smobilitata a causa dell’incivilirsi dell’opinione pubblica, e i carcerati ritrasferiti nel nostro tempo. L’ultimo uomo che decide di fermarsi nell’Ordoviciano ha però nelle sue mani (o meglio nel suo piede) il destino di tutta l’umanità, perché mentre passeggia per la spiaggia primeva nota un trilobite che faticosamente esce dal mare, epigono dei successivi suoi fratelli che avrebbero conquistato i continenti, evolvendosi in dinosauri, scimmioni e uomini. Dopo lunghe riflessioni il nostro eroe decide (bontà sua) di non vendicarsi spatasciando l’animaletto.

winter in eden5.2 Grandi migrazioni attraverso lo stretto di Bering (12.000 avanti Cristo, più o meno)

Senza migrazioni, l’America non sarebbe stata popolata: niente Aztechi, niente Toro Seduto, niente conquistadores. Il tema è stato scelto da Harry Turtledove nel ciclo A Different Flesh, sette romanzi che raccontano la violenza e il razzismo della conquista delle Americhe immaginando che la mancanza di passaggio attraverso lo stretto di Bering abbia portato a un’evoluzione parallela in America, dove vivono ancora mammuth, tigri dai denti di sciabola e soprattutto un popolo strano, evolutosi dall’Homo erectus, considerato subumano e usato come schiavo e cavia per le ricerche mediche da parte degli europei.

5.3. Impero romano (753 a.C. – 395 d.C.)

Un tema sfruttatissimo, ovviamente. Tutto quello che avrebbe potuto succedere se Roma non fosse caduta. Ma anche che avremmo visto se Cartagine avesse vinto le guerre puniche, come scrive Pierre Barbet in Rome doit être détruite. O se i Romani avessero inventato la macchina a vapore (Aquilia in the New World, di S.P. Somtow) e scoperto l’America. Forse il testo più riuscito è Waiting for the Olympians, di Frederick Pohl, dove l’Impero Romano regna su tutta la terra e aspetta l’arrivo degli dèi dell’Olimpo, che sono extraterrestri.

5.4. Esecuzione di Gesù di Nazareth e avvento del cristianesimo (30 d.C.)

Altro tema ben rappresentato: divertentissimo Ecce homo, di Michael Moorcock, dove un curioso viaggiatore del futuro si lascia crocefiggere al posto di Gesù Cristo, per mettere a posto i pasticci seguiti dalla sua gita nel tempo. Nel racconto Ponzio Pilato, Roger Caillois immagina che Pilato liberi Cristo, così il cristianesimo non si afferma. E un saggio celta scrive un’ucronia in cui Pilato non libera Gesù… Il vecchio gioco delle scatole cinesi, peraltro molto ben raccontato.

5.5. Grande peste nera del Medioevo (1348 d.C.)

Ne La porta dei mondi, Robert Silverberg immagina che a seguito della peste nera i turchi abbiano conquistato l’Europa. Il romanzo, per ragazzi, è ambientato nel 1963 «modificato», dove la tecnologia è ferma più o meno all’epoca vittoriana e l’eroe scopre l’America, o meglio l’impero Azteco.

5.6. Scoperta dell’America

Oh yeah, non solo Benigni e Troisi in Non ci resta che piangere hanno cercato di pasticciare con il nuovo continente e la sua scoperta (in questo caso per evitare che la sorella di Troisi sposi un marinaio americano che si comporta da stronzo). Secondo L. Sprague de Camp (in Vineland) sono stati i vichinghi nel X secolo a colonizzare il nuovo continente, la cui capitale – New Belfast – guarda caso è proprio dove sorge New York. Anche i cinesi potrebbero aver fatto l’epocale scoperta, come capita in Ink from the New Moon di A.A. Attanasio. E magari avrebbero potuto scoprirla allo stesso tempo di Colombo, col risultato che gli uni spingevano la frontiera verso est, gli altri verso ovest, per incontrarsi al centro del continente più o meno verso il 1560: è quello che immagina ancora Sprague de Camp, in The Round-Eyed Barbarians.

amazing_stories_1992015.7. Rivoluzione francese e Napoleone

Uomo del destino per eccellenza, Napoleone ha ispirato moltissimi testi, ma che sarebbe stato di lui se Luigi XVI fosse stato un pochino più furbo e avesse dribblato Robespierre e soci? In tema di fallita rivoluzione francese c’è una vasta letteratura, un po’ accademica, fiorita in Francia tra gli anni venti e trenta, con autori del calibro di André Maurois e René Jeanne.

5.8. Guerra di Secessione

Tema ovviamente caro agli scrittori anglofoni, è stato anche esplorato da uno scrittore italiano, Pierfrancesco Prosperi, con Garibaldi a Gettysburgh. Divertente soprattutto all’inizio, quando il Nord perde la guerra per colpa dell’incapacità militare di Garibaldi.

5.9. Prima guerra mondiale e rivoluzione russa

Oltre al già citato Morselli di Contro-passato prossimo, la Grande guerra è diventata il campo di battaglia per le ucronie di molti autori. Paradossalmente non riscuote lo stesso successo la rivoluzione d’Ottobre, se si eccettua Alexandra, di Jacqueline Dauxois e Vladimir Volkoff in cui la rivoluzione non avviene e la Russia diventa «la nazione più potente e più corrotta del mondo». Romanzo tutto sommato noioso e poco interessante; molto più divertente è The Histornaut di Paul Seabury, che immagina un americano, convinto anticomunista, che riesce a tornare indietro nel tempo per far saltare in aria il treno che riporta Lenin a Mosca. Lenin muore, la rivoluzione fallisce e l’eroe torna a casa, per scoprire che a seguito della sua mossa la Germania ha vinto la seconda guerra mondiale e l’America è terra nazista.

fantafascismo

5.10. Dal secondo dopoguerra a oggi

Anche la storia recente piace agli ucronisti. Per esempio la crisi dei missili di Cuba, rivista da Larry Niven in All the Myriad Ways, dove l’escalation della tensione porta alla guerra atomica. O la crisi degli ostaggi a Teheran all’epoca dell’amministrazione Carter, rivisto da Alexis Gilliland, o la morte di papa Luciani: in un racconto di Laura Resnik, The Vatican Outfit ci pensa la diplomazia vaticana a incasinare la vicenda, mandando un mafioso ad avvertire il pontefice del suo imminente assassinio, col risultato che questi prende saldamente la Chiesa nelle sue mani. Sempre in tema di mafia, è molto interessante Cosa nostra che sei nei Cieli, di Edward Paul Wellen, ambientato ai giorni nostri in un presente alternativo in cui la mafia ha preso ufficialmente il potere negli Stati Uniti, mettendo fuori legge il governo che si è ridotto a un manipolo di corsari fuorilegge. Però gli uomini del presidente riescono a far credere alle cosche che c’è il serio pericolo dell’imminente arrivo di un meteorite che li spazzerà via, i mafiosi ci cascano e scappano nello spazio con un’astronave.

L’ucronia, il presente che non è – parte prima

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L’articolo che riporto qui è stato a suo tempo scritto da Luca Masali ed è lo svolgimento (aggiiornato) dell’intervento da lui tenuto nel giugno del 2001 al convegno sulla Fantascienza “La fantasie della scienza”. Un intervento interamente centrato sull’Ucronia, ovvero la Fantastoria o la Controstoria, il famoso: «Che cosa sarebbe avvenuto se…». Secondo la consueta accezione l’ucronia è quella cosa che “Se Adolf Hitler fosse morto nella culla” o “se Josip Vissarionovich Dzugazvili fosse stato fucilato dalla polizia zarista”, ma come ci spiega Luca, può essere anche qualcosa di molto diverso e di davvero sorprendente nel parlarci del nostro qui e ora. Un tipo di letteratura fantastica che amo particolarmente e che Masali ha molto ben rappresentato con il suo “I biplani di D’annunzio”. Ma mi fermo qui e lascio la parola a lui. L’articolo, uscirà in due parti tra oggi e il prossimo lunedì.

Ucronia, il presente che non è

di Luca Masali

1. La letteratura? È un gioco da bambini.

Per chi non l’avesse mai sentita nominare, l’ucronia non è altro che una storia alternativa, una forma di letteratura che parte con la domanda «E che diavolo sarebbe successo se…»: se Napoleone avesse vinto a Waterloo, se Cesare non avesse varcato il Rubicone, se Garibaldi non avesse obbedito, se Armstrong fosse inciampato sulla scaletta del Lem? Se non avessi fumato quella dannata sigaretta?
smoking-no-smoking-(1993)-dvd-alain-resnais-france-!!-8e5e6Già, la sigaretta. Perché l’ucronia può essere anche una micro-ucronia: come capita in Smoking/No smoking, film del 1993 di Alain Resnais con Sabine Azéma e Pierre Arditi. Che in realtà non è un film, sono due: Smoking e No Smoking, appunto. Con gli stessi attori, lo stesso set. E anche lo stesso inizio. Però, proprio nelle prime inquadrature, in un film la protagonista continua a fumare la sua sigaretta, nell’altro la spegne. Da questo semplice gesto nascono due diversissime situazioni, che portano a storie completamente differenti l’una dall’altra. Il regista esplora minuziosamente tutte le possibilità, così che i due film in realtà hanno dodici finali diversi. Il gioco dell’esplorazione è fondamentale per l’ucronia, che vive di ipotesi e del gusto di maneggiarle fino in fondo, per vedere quello che succede. Come nei giochi, specialmente i giochi di fantasia dei bambini, quelli che cominciano con «facciamo che io ero Picachu e tu eri Zorro». Naturalmente, non so da dove sia nata la letteratura, ma credo che tutto derivi dalle balle dei pescatori, con pesci sempre più grossi, fino a diventare draghi, mostri mitologici, paesi favolosi al di là del mare. Nell’ucronia, più che in altre forme di letteratura, il gioco è l’anima della narrazione. A questo punto, sarà bene anche intendersi sulle definizioni, a cominciare dal concetto di «letteratura». Indubbiamente saranno moltissimi coloro che si sono posti questa domanda, e certamente con le risposte si potrebbe scrivere un’enciclopedia in duecento tomi. Personalmente, sono convinto che la letteratura sia qualunque cosa che contenga dei personaggi e una storia, o almeno un canovaccio su cui imbastire una trama. In questa definizione, i confini di ciò che è letteratura si allargano, per abbracciare moltissime forme di narrazione. Il cinema, il teatro, la musica e la parola scritta sono generalmente tutte accettate come membri della categoria «letteratura”. Io ci aggiungo molte altre forme, tra cui il gioco, soprattutto quella famiglia che va sotto il nome di role play, in cui ogni partecipante impersona un personaggio, e la trama nasce dall’interazione tra i personaggi/giocatori, ma anche la stragrande maggioranza dei videogiochi moderni, dove il software dà la scenografia, le regole e alcune situazioni, mentre la trama dipende dalle scelte e dallo stile del giocatore. Nei videogiochi e nel role playing la trama sarà sempre diversa, perché sempre diverse saranno le reazioni dei giocatori a quello che accade, e spesso ci saranno situazioni «di rottura», in cui il gioco prende una direzione completamente inaspettata a causa del verificarsi o meno di un evento chiave. Che è precisamente quello che succede con un testo ucronico: si sceglie arbitrariamente un evento storico, lo si rovescia come un calzino e si vede quello che sarebbe potuto succedere.

2. Ehi, Masali, ma che dici? Qui c’è qualcosa che non va!

Se il discorso che abbiamo fatto finora sembra filare, è solo perché non lo abbiamo ancora approfondito con un po’ di spirito critico. Perché l’ucronia si basa (apparentemente, in realtà non è così, ma un po’ di pazienza e ci arriviamo) su una visione rozza della storia, ferma a prima di Marx e Braudel, prima che si affermasse con forza il concetto di «infrastruttura», di «forze di lunga durata»: insomma, prima di una visione moderna della storiografia. Perché semplifica all’estremo, si concentra sul singolo evento, tralasciando il contesto storico. In altre parole, Mussolini ha attecchito perché c’erano le condizioni storiche perché conquistasse il potere, non è per nulla scontato che se fosse caduto dal seggiolone da piccolo ci saremmo evitati vent’anni di fascismo, tesi quest’ultima che potrebbe essere tranquillamente usata come punto di partenza per un romanzo ucronico. Qui siamo sulle sabbie mobili, perché ovviamente nessuno può dire che cosa sarebbe successo dopo l’ipotetico tonfo dell’infante predappiano, tant’è vero che di solito si tronca la speculazione con la classica frase fatta che «La storia non si fa coi se».
Testa_di_Mussolini__Profilo_continuo_Ma visto che parliamo di ucronia, la storia la dobbiamo fare proprio coi «se», e siamo nei guai fino al collo. Non avendo certezze scientifiche, vi do il mio parere, per quel che vale: secondo Masali, la cosa più probabile è che non sarebbe cambiato un gran che, invece di Benito ci sarebbe stato qualche altro bel tomo pronto a cavalcare la tigre dello sfascio sociale, economico e politico dei tempi, e tutto sarebbe andato più o meno secondo il copione che ben conosciamo. Perché la storia è come uno sterminato gioco di ruolo, dipende dall’interazione di milioni di persone in un dato contesto. Le variabili in gioco sono un numero incalcolabile, tanto da rendere trascurabile il peso di un singolo «giocatore». Milioni di persone possono cambiare il corso degli eventi, le azioni di un singolo possono solo annullarsi nel rumore di fondo. Tant’è vero che, come vuole la saggezza popolare, la storia tende a ripetersi quando le condizioni sono simili.

3. E proprio tu, Masali che scrivi ucronie, vieni a farmi questo bel discorsino? Ma ci sei o ci fai?!

Come dicevo poc’anzi, un po’ di pazienza e ci arriveremo. Il fatto è che l’ucronia usa la storia allo stesso modo in cui la fantascienza usa la scienza. La storia nell’ucronia è un personaggio come tutti gli altri, che deve essere allo stesso tempo realistico e metaforico. Perché la buona ucronia, come la buona fantascienza, parla di noi nel nostro tempo, sia pure attraverso la lente deformante della finzione letteraria. È noto che Wells, quando scriveva La guerra dei mondi, usava i marziani come metafora dell’esercito dell’Impero Britannico, e gli inglesi che subivano l’attacco erano la trasposizione degli indiani (dell’India, non i guerrieri di Toro Seduto) di fronte all’invasione di queste orde dalla tecnica invincibile e dalle motivazioni rese oscure dall’abisso culturale che separava i contendenti. In questo modo, sfruttando abilmente il meccanismo dell’identificazione, riusciva a comunicare ai suoi conterranei come dovevano sentirsi gli indiani in modo paradossalmente molto realistico, più di quanto avrebbe potuto fare con una scrittura più diretta e «ortodossa». Quando Dick scrive La svastica sul sole (The Man in the High Castle), uno dei capisaldi della letteratura ucronica in cui le potenze dell’Asse hanno vinto la seconda guerra mondiale e si sono spartite il mondo, vuole più che altro ironizzare sugli Stati Uniti degli anni sessanta, facendoli diventare da colonizzatori culturali a colonizzati: una chiave di lettura che appare quasi subito, quando si vede un gruppo di turisti giapponesi in kimono che scartabellano in un negozio di «americanerie», andando in brodo di giuggiole quando scovano un vero tesoro: un mazzetto di fumetti di supereroi, testimoni di una cultura scomparsa, espressione di un popolo sconfitto e ormai civilizzato. Naturalmente, anche il romanzo storico più classico sfrutta lo stesso meccanismo di trasposizione: per citare un testo piuttosto noto, ne I promessi sposi Manzoni usa l’escamotage di ambientare il suo testo nella Lombardia del Seicento dominata dagli spagnoli per raccontare della Lombardia del suo tempo, dominata dagli austriaci. La differenza stilistica più importante tra ucronia classica e romanzo storico è il tempo dell’azione. Nel romanzo storico, l’azione è cristallizzata nel passato, indipendentemente dal fatto che il passato del romanzo sia l’immagine più o meno fedele del presente di chi scrive. Nell’ucronia invece l’azione si svolge quasi sempre nel presente, ma un presente alternativo e diverso da quello in cui viviamo giorno per giorno, perché un cambiamento qualsiasi nel corso degli eventi (per esempio, la vittoria dell’asse di Dick) ha cambiato profondamente i giorni nostri. È un cambiamento di prospettiva che regala all’ucronia la sua arma migliore, e cioè il senso del grottesco: il presente è immaginato come plasmato dall’evento storico modificato dalla fantasia dell’autore (momento discronico, come dice qualcuno con un termine che alle mie orecchie suona un po’ troppo trombonesco), e ne risulta un presente deformato ma riconoscibile, si presta a diventare metafora del nostro modo di vivere, lasciando grande libertà espressiva a chi scrive. Dove invece l’ucronia non ha molta libertà di manovra è proprio nella scelta del momento in cui la storia del romanzo diverge da quella «vera». Come scrive il critico francese Jacques Boireau, «il punto di partenza dell’ucronia è forzatamente povero», perché per essere comprensibile al pubblico più vasto possibile l’ucronia deve avere origine da eventi storici conosciuti da tutti, a partire dalle scuole medie. Ma non ha molta importanza, naturalmente: l’importante è che il presente ucronico sia una metafora affascinante, e il suo punto di inizio è un puro pretesto, a cui è chiesto solo di essere credibile, o almeno di apparire credibile.

segue nella seconda parte…