A ritroso, dalla vecchiaia alla nascita

In senso inverso

Come molti ormai avranno capito ho una passione di vecchia data per P.K.Dick, più o meno di vent’anni precedente a Blade Runner. Una passione che è disposta a passare sopra al suo stile non sempre impeccabile e alla velocità affrettata e sospetta di certe chiusure.

Apprezzo anche i suoi lavori meno noti, quelli dai quali finora nessuno ha pensato di trarre un film, lavori che – letti con attenzione – denunciano fin troppo bene che «mille dollari per un libro» non sono il prezzo giusto per un grande autore. Romanzi che anche se buttati giù con troppa fretta hanno almeno una o due grande idee ciò giustificano abbondantemente il prezzo del libro.

In questo spazio libero inserirò anche qualche recensione ai libri meno noti di Dick, un po’ per rispetto e simpatia per lui e un po’ per preparare psicologicamente quelli che sono convinti che Dick si rispecchi perfettamente e si esaurisca nell’Harrison Ford e nel Roy Batty di Blade Runner.

Counterclockworld

In senso inverso (Counterclock World), Fanucci, «Collezione», ed. or. 1967, trad. it. Paolo Prezzavento.

Un romanzo assurdo, completamente assurdo. Che anche a voler essere buoni non sta in piedi da nessuna parte. Eppure un gran libro, con quelle tre o quattro invenzioni che fanno perdonare tutte le assurdità che nemmeno il talento di Dick riesce a nascondere.

Sulla terra il tempo ha preso a scorrere in senso inverso. I morti risorgono dalle tombe, i vivi rimpiccioliscono fino a essere riassorbiti nell’utero e tornare anonimi ovuli e spermi. I libri pubblicati devono essere restituiti e cancellati, qualunque processo organico – compresi quelli legati all’alimentazione – debbono procedere in senso inverso.

La fase Hobart – come viene definito il processo – non si è ancora completata. Sulla terra coesistono i nati nel periodo precedente all’inversione e i rinati. Le compagnie di pompe funebri hanno adesso il compito di scavare per recuperare coloro che ritornano, mentre il desiderio sessuale incontrollabile di alcune donne è il sicuro indizio di un’imminente scomparsa.

In questo bizzarro mondo Sebastian Hermes, un rinato, conduce un Vitarium, ovvero una piccola società che ha per compito il recupero e la cura di coloro che sono appena ritornati dalla morte. Gli affari di Hermes non vanno troppo bene. Oltre a questo egli è innamorato di una donna parecchio più giovane di lui che, fatalmente, si avvia verso l’infanzia.

A Hermes capita una rinascita molto importante e molto pericolosa, quella di un leader politico-religioso il cui ritorno è atteso per motivi molto differenti da opposte fazioni politiche. Ente supremo del mondo inverso è la Biblioteca, istituzione divenuta fondamentale nel garantire l’ordinato procedere – anzi retrocedere – delle cose. Come spesso accade nei romanzi di Dick l’ente che riassume in sé il massimo potere procede per vie traverse e imperscrutabili e nasconde a tutti, ovviamente per il bene pubblico, il grado più profondo della realtà. A Sebastian Hermes, uomo mediocre, reduce dalla parentesi della morte che non è riuscito a renderlo migliore, il compito di affrontare senza comprenderle le regole rovesciate del mondo inverso.

12/00/1982. Philip K. Dick, American author.

Praticamente contemporaneo del capolavoro Ubik, Counterclock world è uno dei romanzi meno fantascientifici nella già non troppo fantascientifica produzione di Dick «Escursione nella dimensione del fantastico e nel gotico», scrive giustamente Carlo Pagetti nell’introduzione. Oltre a questo un romanzo votato in partenza al fallimento per l’impossibilità di raccontare in modo coerente e ragionevole un universo dal segno rovesciato. Ma i temi della rinascita, del ritorno, della necessaria morte di ogni trascendenza, della mediocrità di un ritorno annunciato, di una vecchiaia precoce e di un’infanzia tardiva sono largamente sufficienti a tenere il lettore incatenato alla pagina, un po’ incredulo e un po’ affascinato. Anche per me, che sono letteralmente invecchiato sulle pagine di P.K. Dick, risulta difficile spiegarmi il fascino di un romanzo tanto sghembo e assurdo. Posso solo supporre che il fascino nasca dalla capacità di ampliare il valore metaforico e straniante tipico della sf fino a lambire i territori della nascita e della morte, rendendoli curiosamente nuovi e inesplorati. Da questo punto di vista In senso inverso è un romanzo davvero esemplare nell’illuminare il percorso tipico della narrazione speculativa. Nulla di quanto ci circonda e che riteniamo familiare dev’essere dato per compreso in maniera definitiva. È sufficiente un perché privo di risposta a ricondurci all’inizio del gioco.

La chiave è la distribuzione?

Segnalo un interessante articolo comparso sull’Huffington Post, un quotidiano virtuale che esiste solo in rete.
In The Democratization of the Music Industry, Jeff Price (già proprietario della casa discografica di gruppi come i Pixies, Camper Van Beethoven, The Church etc.) racconta la propria esperienza di discografico indipendente, passato dal vinile alla vendita di Mp3 online.
Il discorso si fa interessante nel momento in cui Price identifica come elemento chiave dell’intero ambaradan la distribuzione, un primo grande filtro alla circolazione della musica…

For the past century, artists could record, manufacture, market, and,
to some degree, promote their own music, but no matter if they were The
Beatles, Elvis or Led Zepplin, they could not distribute it and get in
placed on the shelves of the stores across the country
[…]
Record labels were in a very unique position of power due to their
exclusive access to distribution, they were not only the singular
gatekeepers to a career for an artist by “signing” them to an exclusive
contract, but they were also the subjective “deciders” as to what music
was pushed out and promoted to the media outlets. With a “signing,” the
labels acquired exclusive rights to and from the artist. In return, the
label advanced money while providing the relationships, expertise and
infrastructure to record, manufacture, market, promote, distribute and
sell the music. Of all the artists and music creators in the world, far
less than 1% got chosen by the labels due to the risks and economics of
the “brick and mortar” world. Of all the music created around the
globe, even less has had the opportunity to be discovered and heard by
the masses.

Il parallelo con la situazioni degli autori di narrativa e delle case editrici mi pare molto forte.

Price prosegue analizzando il secondo filtro (la pubblicità/promozione) e come la distribuzione di musica in formato digitale stia alterando questo modello rimuovendo i due filtri.

Subjectivity and filters have been removed. All music can be
discovered, downloaded, shared, promoted, heard and bought directly by
the audience itself. It is truly the democratization of an industry.

Certo, ciò che Price descrive è colossale e coinvolge un elevato numero di fattori.
Probabilmente estendere il discorso all’editoria cartacea diventa molto più complicato – soprattutto perché alcuni fattori stentano a farsi coinvolgere.
Ma chissà che qualcosa non si stia muovendo….