Altri tre, da ALIA Storie

Nuovo appuntamento con i racconti dell’ultimo ALIA, presentati da Silvia Treves.

Un’avventura marziana sulle orme di Edgar Rice Burroughs e di Ray Bradbury, la maliconica e felice storia di un’anziana coppia e l’imprevedibile minaccia dell’ombra e della luce. Tre storie inattese e sorprendenti.

Buona lettura!

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La curiosità verso questo racconto è dovuta alla mia ignoranza in botanica sistematica. O se preferite alla mia esclusiva competenza in succulente. Anzi, è colpa del mio terrazzo, esposto implacabilmente a sud-ovest. D’estate è calcinato dal sole (ma mi permette di sfoggiare una discreta tintarella) e solo cactus e piante grasse sopravvivono. Insomma io, prima, non lo sapevo che cos’è una lespedeza rossa. Adesso sì, ma il racconto mi ha insegnato ben altro.

Yûko Matsumoto

LA CASA DELLA LESPEDEZA ROSSA

In un afoso pomeriggio di fine estate, una ragazza decide di fare una passeggiata. Tra un mese si sposerà e lascerà il paese, è tempo di bilanci. Le case e i negozi, il parco pubblico, le abitazioni degli amici, tutto sembra più piccolo, più opaco. Prosegue verso la città vicina, che conosce bene, ma che ora le appare diversa. Una pioggia improvvisa e torrenziale la spinge a rifugiarsi sotto la tettoia di una vecchia villa. All’improvviso la porta si apre e un’anziana signora la invita e entrare, le spiega che abita da sola con il marito molto malato, le offre un tè caldo e squisito e dei biscotti. Nel tempo sospeso di quell’incontro casuale è possibile parlare e ascoltare senza imbarazzo: la donna si racconta in poche frasi: la numerosa famiglia di un tempo, i figli che uno alla volta se ne sono andati, la solitudine in compagni del vecchio marito, le mostra fiera la splendida lespedeza in boccio che di lì a poco si coprirà di fiori rossi, le mette in mano un ombrello dimenticato dalla figlia tanto tempo prima. Grata di tutte quelle cure, la ragazza si ripromette di restituirlo al più presto e di facendo nuovamente visita alla gentile signora. Ma il ritorno alla casa della Lespedeza rossa sarà diverso da come se lo immagina…

Fresco, lieve, il racconto è uno scorcio di vita allo specchio: il matrimonio che sta per cominciare e quello consumato dal tempo, dalla malattia, dai ricordi. Due vite, una giunta quasi alla fine e l’altra appena iniziata, si sfiorano in un attimo irripetibile, davanti al vecchio e alla pianta, testimoni muti. Penso spesso a questo racconto mi tiene una compagnia malinconica, riesce a farmi sentire contemporaneamente più anziana e più giovane. Un piccolo miracolo di equilibrio.

 

Pianeta rosso si è imposto alla mia attenzione come naturale prosecuzione di tutti i racconti e romanzi “marziani” letti in vita mia: da Clarke a Compton, d a Williamson a Pohl, il nostro vicino ci attrae, un po’ gemello un po’ alieno, indissolubilmente legato al Marte cinematografico visto o semplicemente evocato, allo scherzo feroce di Orson Welles. Il Marte di Davide Mana, poi, è figlio spurio di quelli di Leigh Brackett e Edgar Rice Burroughs e geniale cugino dei mondi di Salgari.

Davide Mana

Pianeta rosso

“Facciamo finta che…”. Ogni romanzo, ogni racconto implicitamente fingono. Ma alcuni “facciamo finta” chiedono al lettore un pizzico in più di fantasia e di credulità. E in questo contesto – quello del fantastico – credulità non ha connotati negativi, ma semmai il respiro ampio e la capacità di abbandonarsi che sono propri del sogno. Il “facciamo finta” di Davide è grandioso, avventuroso, divertente: un tal Giuseppe si scalda al fuoco di un bivacco, discutendo di guerra con un malese. Entrambi sono esperti combattenti, esuli e reduci, uno da una guerra d’indipendenza, e uno da una tentata rivoluzione. Coraggio, non sussultate, il bello deve ancora venire: intorno al bivacco solo sabbia rossa, in cielo una luna regolamentare, ma non la nostra…

Su questo pianeta rosso, state per conoscere o per rinnovare la conoscenza di un sacco di terrestri: ci sono inglesi, belgi, portoghesi… e un buon numero di italiani, come Giovanni Battista Belzoni. Ci sono, o ci saranno perché Davide ha già scritto un seguito, fanciulle da salvare e gentildonne navigate dalle idee chiarissime. E, naturalmente ci sono i marziani. E le marziane. Gente che ha alle spalle una civiltà antichissima, colta, decadente e corrotta quanto basta per fare di Pianeta Rosso una lettura raccomandabile. Se non vi bastasse ancora, posso fornirvi un motivo in più: a 150 anni esatti dalla nascita dell’Italia non potete lasciarvi scappare queste rivelazioni su un aspetto finora ignorato della nostra storia…

 Questo racconto è stato uno dei primi che ho letto, quando ancora il resto di Alia era ancora in gestazione. Il titolo fa pensare al verso di una filastrocca, ma anche a una sorta di scongiuro…

Mei Ching Tan

Brilla brilla, lumicino

Luce e ombra, entità indissolubilmente legate. Quasi due facce della stessa medaglia. L’una caccia l’altra, ma entrambe, da sole, non esistono.

Ma che cosa ci intimorisce maggiormente: l’ombra che si insinua anche nei luoghi più illuminati, disegnando forme bizzarre e strisciando fino a noi che vogliamo sfuggirle… O la luce, che non dissolve le ombre ma si limita a spingerle ai margini, là dove, non viste, attendono di raggiungerci? Luce e ombra sono l’una nostra amica e l’altra una minaccia, oppure nessuna delle due è in grado di proteggerci?

Un piccolo gioiello, senza una parola di troppo.

(Altri) tre racconti da Alia


Continua il lavoro di presentazione dei racconti pubblicati su quest’ultimo ALIA, curato da Silvia Treves, uno degli editor dell’antologia.

In questo giro c’è anche il mio racconto. Mi ha divertito e sopreso come Silvia ha presentato il mio sciagurato personaggio. Ovviamente non l’ho mai visto con tanto rapido acume, ma questo è normale. Quando si scrive capita di avere una tale vicinanza con il protagonista da non essere comunque in grado di vederlo a 360°.

Ne approfitto per ringraziare il buon MoMa KoN, autore di un disegno che coglie con prontezza e precisione il senso del racconto.

E adesso, buona lettura

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Ho letto Il soffio lontano del vento appena sfornato. Bella forza, ho l’autore in casa. E quindi, che dovrei scrivere: che non lo recensisco perché lo conosco? Che sarò sincera, anche se…? Che mi è piaciuto “a prescindere”? Non me lo sogno nemmeno. Tanto, nessuna recensione è imparziale, tutte sono condizionate dai nostri gusti, da ciò che vorremmo e da ciò che non vorremmo leggere (né tantomeno scrivere). E poi, io odio il termine “a prescindere” e non prescindo mai, figurarsi se prescindo dal recensire il racconto che segue.


Massimo Citi

Il soffio lontano del vento

 Il protagonista del racconto è un tizio che non vorrei mai incontrare: un creativo – anzi, un designer di interni – uno di quelli che ristrutturano seconde case prosperando sulle velleità degli arricchiti. Uno che si compra il fuoristrada appena fa due soldi. Uno prevedibilissimo: generoso, divertente, pieno di amici, clienti e donne finché gli affari vanno bene, poi, quando la crisi prende piede, comincia ad affondare e se la prende con il mondo, aggressivo, incazzoso. Uno destinato a ritrovarsi da solo.

Ma questo designer, a essere onesti, è più di tutto questo. Non dice molto di sé ma trapela fra le righe che non si piace, probabilmente non si piaceva nemmeno prima, quando gli andava tutto bene. Forse è per questa sua umanità amara che si continua a leggere la storia, anche quando lui comincia a dare i numeri, a vedere il mondo, anzi a non vederlo, a percepirlo sbagliato, come se la realtà fosse il prodotto di un vecchio calcolatore svalvolato da film di fantascienza anni Cinquanta. Forse a salvarlo, questo designer, è il fatto che tutti noi, ogni tanto, perdiamo la sintonia con il mondo.

C’è un’altra faccenda che mi turba, però. Ho appena letto la recensione dell’autore al mio racconto (anche qui nessuno scrupolo, tanto mica saranno le dieci righe a testa che abbiamo scritto a convincervi a comprare l’antologia). Non si può dire che siano uno scambio di favori, e va bene così, forse è vero che esiste la predestinazione.

Però, siamo giusti, noi due non siamo mica giusti!

 

Il primo amore è stato amore a prima vista, anzi a prima lettura. E ogni volta che, sfogliando le pagine di Alia6, arrivo all’ultimo racconto (sono in ordine alfabetico di autore) sorrido. Come la prima volta, già dopo poche righe. Così non posso fare a meno di rileggerlo tuto. E, per strano che sembri, mi fa sempre il medesimo effetto.

Arimi Yazaki

Il primo amore

Se siete genitori, forse vi sarà capitato di dover trovare una baby-sitter al volo. In genere, se i nonni non sono disponibili, ci si affida ad amici o parenti, oppure a ragazze – o più raramente, chissà perché, a ragazzi – indicati da loro. È ancora relativamente raro, invece, rivolgersi a una agenzia specializzata. In Giappone, invece, la pratica è consolidata e il personale affidabilissimo, come il formidabile baby-sitter che si presenta a casa della narratrice.

Il racconto resta sospeso fra quotidianità e alterità senza volutamente decidere, anzi è un racconto dove altri, gentili e inconsuetamente normali, scivolano benevoli nel nostro quotidiano senza chiedere nulla se non il giusto compenso e un po’ di rispetto. Un racconto saggio, che insegna, anzi suggerisce, la tolleranza, la curiosità, la capacità di immaginare e accettare la diversità. Una diversità complessa ma mai esibita, e assolutamente mai eroica.

Come genitore, ho avuto la fortuna di incontrare una splendida, spassosa baby-sitter. Ma, in alternativa, il signor Yamazaki Butabuta sarebbe andato benissimo. Mia figlia, immagino, si sarebbe perdutamente innamorata e io… Purtroppo io sono adulta e so benissimo che non è bene mettersi in mezzo a una coppia felice.

Ho detto tutto l’importante? Oh, dimenticavo un dettaglio: in giapponese Butabuta significa maiale. Porcellino, diciamo. Ma, davvero, è un dettaglio insignificante.

Con un titolo come Gli ultimi giorni il lettore accorto già si prepara al peggio. Già le parole “ultimi giorni” evocano il fantasma del cambiamento: se ci sono “ultimi” giorni, quelli che seguiranno saranno diversi, differenti da quelli trascorsi, ad esempio ultimi giorni di vacanza (triste prospettiva) o – molto meglio – ultimi giorni di scuola. Ma io leggo fantastico da troppo tempo per farmi illusioni: se il racconto è giunto sulla mia scrivania parla proprio di quegli ultimi giorni, cioè gli Ultimi, seguiti dal nulla. Inutile, quindi leggere con ansia, aspettando timorosa il niente che seguirà gli Ultimi giorni: vivere (e leggere) negli Ultimi giorni è già più che sufficiente per stare malissimo. Esagero? Leggere per credere.

Dave Chua

Gli ultimi giorni

Un piccolo gruppo di persone – forse genitori con un figlio, forse tre fratelli – fugge da qualcosa in un mondo desolato popolato di tracce dei giorni passati: carcasse di auto, rari elicotteri, qualche camion ancora in movimento, A differenza di molti altri, questi sopravvissuti sono fortunati: hanno ancora un’auto decente e, quando il veicolo si rompe, riescono a rimediare un passaggio da un gruppo di autisti coreani. Perché scappano? Da quando? Come pensano di sopravvivere all’inverno? Domande destinate a non trovare risposta, come altre più esistenziali: Che cos’è accaduto, appena prima di questi Ultimi giorni? Quale futuro attende dietro l’angolo? E, soprattutto, chi sono Loro? E poi, quanto tempo è passato dall’inizio della fine? Poco, pare. Eppure già nuove abitudini hanno preso il posto delle vecchie: considerare ogni nuovo arrivato un possibile Loro, dimostrare di non essere un Loro cantando cose come Happy Birthday o canzoni di Bruce Springsteen, tenersi lontano dall’autostrada, dormire a turno, fare provviste di cibo in ogni occasione, mangiare crudi i prodotti in scatola che una volta si potevano cucinare con comodo a casa, sparare ai sospetti, abbandonare i compagni che sono stati morsicati… E restare sani di mente, non abbandonarsi alla disperazione. Ma come fare in universo divenuto improvvisamente alieno e incomprensibile?

Delia Sherman

https://i0.wp.com/www.sfsite.com/gra/0608/chlg.jpgDelia Sherman si è costruita negli anni una solida reputazione come antologista, partecipando alla produzione di due collezioni essenziali per il fantasy moderno, The Horns of Elfland (con K. Clarke e D.G. Keller) e l’indispensabile The Essential Bordertown (con Terri Windling).

Con Terri Windling ed Ellen Kushner, Delia Sherman è pure fondatrice e membro dell’Endicott Studio.

La Sherman ha frattanto dato alle stampe alcuni romanzi piuttosto interessanti, sia diretti ad un pubblico adulto che nella fascia dei cosiddetti “giovani adulti”, e solitamente classificati come fantasy of manners, ed ha avviato il cosiddetto movimento interstiziale.

Per arte interstiziale si definiscono quelle produzioni che apertamente sfidano la classificazione generica – non tanto trascendendo il genere (come nel caso del new weird) bensì presentando elementi che potrebbero permetterne la classificazione in molte caselle diverse.

Il lavoro della Sherman è stato finora poco rappresentato in Italia.
La novella La signorina Carstairs e l’uomo pesce ha visto le stampe quindici anni or sono, nel nostro paese, in un Urania Fantasy ormai dimenticato.
Verrà riproposto, in una nuova traduzione, illustrata, nel prossimo Alia Anglosfera, come Miss Carstairs e il tritone.

Perché Alia è anche interstiziale.

Ellen Kushner

https://i0.wp.com/www.fantasticfiction.co.uk/images/n1/n6428.jpgEllen Kushner è pressocché sconosciuta nel nostro paese, nonostante abbia un profilo decisamente alto negli Stati Uniti dove, parallelamente alla carriera di scrittrice, è anche antologista e presentatrice del proprio programma radiofonico.
Ha anche inciso dei dischi.

Ellen Kushner è al nucleo di quel sottogere che viene spesso definito fantasy of manners o – ironicamente, mannerpunk – tanto che sarebbe stata lei a inventare la definizione, poi formalizzata dalla critica ufficiale.
Con fantasy of manners si intende un genere di narrativa di immaginazione più interessata ad esplorare le relazioni fra diversi livelli di società immaginarie che non i recessi più oscuri di qualche geografia aliena.
Come riporta Wikipedia

The protagonists are not pitted against fierce monsters or marauding armies, but against their neighbors and peers; the action takes place
within a society, rather than being directed against an external foe; duels may be fought, but the chief weapons are wit and intrigue.

Un fantasy cortese, quindi, che attinge più a Wodehouse che a Tolkien, più a Dumas che a Howard, senza dimenticare la vasta produzione inglese dell’ottocento – dalle sorelle Bronte a Dickens.
E se l’antenato ultimo del genere è Mervyn Peake – spesso evocato su queste pagine – il lavoro di Ellen Kushner è considerato la summa del mannerpunk.

Non v’è traccia alcuna di Ellen Kushner nel Catalogo Vegetti, ma non è il caso di disperare.
Lo Spadaccino il cui nome non era Morte, racconto centrale nello sviluppo della poetica della Kushner, ci è stato regalato dall’autrice, e comparirà quindi nel prossimo Alia Anglosfera.

Perché su Alia, i generi classici ci stanno stretti.

Ted Chiang

https://i0.wp.com/www.asimovs.com/_issue_0307/Art/storiesofyourlife.jpgTed Chiang (classe 1967) proviene dall’industria del software ed è maledettamente in gamba.
No, davvero, è uno di quegli autori talmente maledettamente in gamba che ti fanno andar via la voglia di scrivere.
Perché non sarai mai in gamba come Ted Chiang.

OK, mi dicono i miei amici, quanto sarà in gamba ’sto tizio?
Ah!
Volete un’idea di quanto sia in gamba Ted Chiang?

Ted Chiang è abbastanza in gamba da allineare sul proprio scaffale 4 premi Nebula, due premi Hugo, un John W. Campbell Award, un Theodore Sturgeon Memorial Award, un Sideways Award e un Locus Award per la sua produzione.
Che si limita, al momento, a dieci racconti brevi.
Fate voi due conti…

Ted Chiang è abbastanza in gamba da aver rinunciato alla candidatura ad un Hugo perché la storia nominata per il premio, pubblicata di fretta, non era conforme ai suoi standard qualitativi.

Ted Chiang è abbastanza in gamba da pubblicare i propri racconti su Nature.

Di più – Ted Chiang è talmente in gamba che persino in Italia ce ne siamo accorti, ed i lettori italiani hanno avuto modo di leggere

La Torre di Babilonia (tre volte da Mondadori)
La Storia della Tua Vita
(una volta da Nord ed una da Mondadori)
L’Inferno è l’assenza di Dio (Nord)
Settantadue Lettere (Mondadori)

Per il piacere dei suoi affezionati lettori – e ancora di più per il piacere dei lettori che non l’hano mai conosciuto – Ted Chiang ci ha concesso i diritti di pubblicazione sul suo racconto comparso su Nature.
Si intitola Cosa ci si aspetta da noi.
Esce sul prossimo Alia Anglosfera.

Perché anche noi siamo dannatamente in gamba.

Tim Pratt

Diplomato del prestigioso Clarion Workshop, il californiano Tim Pratt (classe 1976) appartiene all’ultimissima generazione di autori di narrativa fantastica.
Narratore, saggista e poeta, ha esordito con un corpus di racconti oggi etichettati come “new weird” e dimostra anche nella propeia narrativa lunga una tranquilla irriverenza per le barriere di genere.
Il suo romanzo più noto, The Strange Adventures of Rangergirl (2005), nominato per il Mythopoeic Award e vincitore del premio della critica di Romatic Times come miglior romanzo, è un fantasy contemporaneo con elementi vagamente lovecraftiani, ma è anche un western.
I racconti raccolti in Little Gods e Hart & Boot & Other Stories sono ugualmente di difficile classificazione.
Sempre nel 2005, il suo poema lungo Soul Searching ha vito il Rhysling Award.
Pratt è stato pure stato finalista del Campbell Award e nominato al Nebula per la sua narrativa breve.

“In the field of fantastic literature, there’s an exciting group of
new young writers poised to take us into fascinating new directions.
Tim Pratt is among the best of them. His stories have moved me,
enchanted me, frightened me….and always leave me wanting more.”
–Terri Windling

La forza di Pratt si concentra nella narrativa fluente, senza barocchismi inutili, e nella felicità ed originalià delle invenzioni.
Considerata la giovane età, il californiano promette molti anni di liete sorprese per gli appassionati di fantastico.

Stando al Catalogo Vegetti, nulla di questo giovane autore è tuttavia disponibile nella nostra lingua.
Per ora.

Alia Anglosfera 2008 includerà infatti Barbablù e il Bisonte Bianco, un racconto della serie Rangergirl che Tim Pratt ha amichevolmente donato alla nostra antologia.

Basta avere un po’ di pazienza…

Ultimi passi prima dell’arrivo: l’introduzione di Vittorio Catani

Da Sibari, dove Vittorio sta trascorrendo quest’ultimo frammento d’estate, arriva l’introduzione ad ALIA Italia. Un paio di pagine che presentano e introducono i dodici racconti e i dodici autori coinvolti. Ci siamo chiesti, Silvia e io, se pubblicare in anteprima QUI il pezzo di Catani. Se era ragionevole, possibile, normale, consigliabile e accettabile. In fondo la prefazione parla dei racconti, li presenta, li commenta e ne offre una possibile lettura.

Allora?

Beh, gira e rigira abbiamo deciso per il «sì». Una buona introduzione ai racconti può far crescere la curiosità e il desiderio di leggerlo. Quindi…

di Vittorio Catani:

Rieccoci con nuove storie italiane del fantastico. Dodici racconti di altrettanti autori, praticamente già noti a chi frequenti le edizioni CS_Libri o comunque si interessi alla narrativa fantastica o a una delle sue diramazioni (fantascienza, horror, fantastico puro…) Anche stavolta i temi e gli stili si rivelano differenti e variegati: si va dalle musiche diaboliche ai roghi di lettori di libri, dai minatori nello spazio agli avvelenamenti ambientali, dal fascino ambiguo di creature ibride a misteriosi simulacri provenienti dal futuro. Temi spesso originali, o temi rivisitati e risolti in modo originale. Il fantastico è in effetti talmente vario e sfuggente a rigide classificazioni, da saper sconfinare in verosimili impossibilità, ma anche manifestarsi da infinitesime – seppure inquietanti – incongruenze della vita quotidiana. Il bello del fantastico, insomma. D’altronde è notorio che le nostre fantasie celano, esattamente come i sogni, segnali intriganti della realtà e di noi stessi: fantastico anche come più diretta esternazione (ad occhi aperti, si direbbe) dell’inconscio, a differenza della narrativa cosiddetta “realistica” che è maggiormante mediata dalla razionalità.

Ultimamente abbiamo assistito con interesse a qualche uscita di antologie italiane del fantastico: l’editoria sembra riscoprire un settore fondamentale della letteratura. Fondamentale ma anche, per così dire, specializzato: “sembra facile” scrivere un racconto fantastico. Esso ha le sue regole compositive, i suoi dosaggi delicati, i suoi particolari assemblaggi. Ma per tornare al presente volume: una carrellata sui dodici titoli risulterà forse esplicativa.

In A cena il giorno dei morti Alessandro Defilippi presenta una storia breve, ironica e fortemente corrosiva (l’autore stesso la definisce “gotica e gastronomica”), preceduta da un’illuminante epigrafe tratta da Montale: “…e ancora ignoro se sarò al festino farcitore o farcito”. La pagina scorre gradevole, lieve, vagamente angosciante… Segue a ruota Danilo Arona con Il caso Bobby Fuller, che mescola musica e orrore: melos e tanathos verrebbe da dire. Sono numerosi gli scrittori, anche di fama, che se ne sono interessati, da E.T.A. Hofmann a H.P. Lovecraft, fino ai nostri giorni. Arona ambienta la sua storia negli anni Sessanta e aggiorna il tema in modo particolarmente originale, creando al contempo una proteiforme Creatura del Male. E regalandoci con la sapiente ricostruzione d’un ambiente e tramite una scrittura ironica ed estrosa, la più coinvolgente e orripilante delle morti.

Vittorio Catani, alias il sottoscritto, ha l’onore di partecipare al banchetto con Ventiquattro ore nella terato-chimica, storia scritta in origine per la rivista di ecologia “Villaggio Globale”. Si tratta d’una breve anticipazione in toni grotteschi, ma forse non tanto, di ciò che sarà il nostro ambiente prossimo venturo. Al centro, un uomo e una donna che si guadagnano la vita (la vita?) con un lavoro adeguato al contesto. Ma i due si amano, nonostante tutto…

Massimo Citi (Leggere al buio) ama scenari di pianeti lontanissimi, strani ma perfettamente delineati; ambientazioni, queste, comuni a molte sue storie e che tuttavia solo in minima parte si ripetono, in quanto arricchite ogni volta dall’introduzione di nuovi mondi e personaggi. Qui siamo fra migliaia di anni e la narrazione oscilla dal fantascientifico all’onirico, talora con tratti esotici. Un mondo dove i libri sono banditi: ma se in Fahrenheit 451 Ray Bradbury raccontava roghi di biblioteche, qui insieme ai tomi brucia anche chi li possiede, o chi appena sappia leggere o scrivere. Il racconto, che è più un romanzo breve per il respiro ampio delle vicende, narra dunque d’un mondo deviato ma anche di una scoperta. Siamo a un’insolita e fantasiosa elaborazione sul tema attualissimo del degrado culturale: “Qualcuno diceva” ricorda il maestro Embered Ven Dor Utilia, protagonista “che i lettori non hanno paura di morire (…) Creature anfibie sospese tra le pagine di un libro e la realtà, essi avevano davvero meno paura della morte? Forse sì. Era lui per primo a esserne sorpreso. Ma quante delle storie che aveva letto e raccontato parlavano di un uomo in attesa della propria sorte? Anche lui era soltanto un uomo in attesa…” Dinanzi a una biblioteca bruciata, poi, il maestro Embered si accorge che “…il sentimento più forte in lui era una disperazione venata di stupore. Non sarebbe mai stato possibile riavere quei libri com’erano, nemmeno riunendo tutti i frammenti di ricordo dispersi tra qualche centinaio di lettori sopravvissuti. E il tempo avrebbe vinto, cancellando anche il ricordo della loro esistenza. Si sentì colto da un senso di vertigine…”

Nel suo peculiare linguaggio narrativo a metà tra racconto e saggio, Mario Giorgi racconta d’un possibile benché insolito contatto “contemporaneo” fra entità molto distanti. Riecheggia un po’ il classico “viaggio nel tempo”, ma presentato qui in un contesto e in termini personalissimi. Ne risulta, in poche pagine, una girandola di interrogativi logici importanti ma inestricabilmente attorcigliati che porteranno i personaggi a una paradossale decisione; la ragione umana rischia un corto circuito. Un divertissement, ma velato d’amaro. Siamo in una sorta di “fantastico speculativo”.

Nel fantastico venato di fantascienza può rientrare invece l’apparentemente giocoso racconto di Consolata Lanza Alla Rina (“Rina” è La Rinascente, da sempre il grande magazzino simbolo della lussuria consumista). Paradossale, grottesco, kafkiano, surreale, assurdo, simbolico: possiamo divertirci a trovare altri aggettivi, richiami narrativi, attinenze, perché questa storia è uno scatenato patchwork di modi e stili che l’autrice manovra con perizia postmoderna in un’avventura strampalata di vessazione del consumatore. O forse no. Forse è solo una scanzonata – in realtà disperata – allegoria delle nostre vite…

Vi siete mai soffermati a pensare quanta energia occorre per mandare avanti quotidianamente la… vita quotidiana? Il mondo è un meccanismo che dispone della forza di far girare la società, la realtà creata dall’uomo, l’uomo stesso. Siamo avvolti (forse non ci badiamo) dalle costanti manifestazioni di un’energia quasi sovrumana articolarta in miliardi di azioni, oggetti, necessità, emergenze. Quasi che nel cuore del pianeta qualcosa o qualcuno sia deputato al compito immane di mantenere in efficienza padroni-parassiti-scialacquatori insipienti… Un mistero? Per scoprirlo basta leggere La meccanica dell’ambaradan, di Fabio Lastrucci.

Davide Mana (Blooper) usa da esperto, con fantasia, temi e situazioni dell’ultima fantascienza (quella degli Egan, degli Stross, eredi del cyberpunk o vati del “postumano”) per abbozzare l’affresco d’un futuro verosimile, irreversibilmente compromesso con nuove spiazzanti tecnologie da un lato, dall’altro colluso con devastanti giochi di megapotere commerciale e megadegrado ambientale. Una fantascienza che ha una sua complessità, anche per l’esigenza d’esprimersi con una terminologia più tecnica. Pagine del genere traggono spesso il loro fascino dall’ambientazione, dalle numerose trovate che si susseguono anche nei piccoli dettagli (il fascino d’uno stupefacente progresso che sposa e al contempo partorisce il disfacimento), più che dal plot in sé… che comunque non difetta in Mana.

Storie di serial killer ne abbiamo lette e viste sugli schermi a dozzine, ma l’assassino recidivo che ci presenta Angelo Marenzana in Istinto dominatore ha origini e motivazioni decisamente strane. Il personaggio è già misterioso e sgusciante di per sé: unico sopravvissuto a un attentato terroristico contro una base d’addestramento dei corpi speciali, ovvero uno di quegli individui già avvolti da cortine di fumo. L’ideale, appunto, per svolgere certe soddisfacenti attività… Nella fattispecie, il nostro agisce perseguitato da un penetrante, insopportabile odore acido. Il suo olfatto è potenziato da un esperimento che… (per il seguito si rinvia alla lettura!)

Di evocazioni diaboliche e messe nere abbiamo letto e riletto, eppure anche qui… No, non è un battere la grancassa. Tutta la vosta base sono di appartenere a noi, di Elvezio Sciallis, è davvero una piccola (per numero di pagine) ma sorprendente, sapiente rivelazione, che contamina in modo magistrale vecchi e nuovi temi. Risultato eccellente.

Massimo Soumaré è noto per la sua profonda conoscenza del Giappone, della sua lingua e dei suoi miti. E antiche creature soprannaturali nipponici e occidentali rivivono e significativamente si mescolano nella delicata (a suo modo) Storia romantica, che racconta l’amore fra una donna-volpe e un uomo-pipistrello. La pagina scorre gradevole, velata di malinconia, seguendo le gesta di due pluricentenari protagonisti immersi in uno scenario di modernità, che stride con la loro natura e ne condizionerà drammaticamente le scelte.

Dulcis in fundo, I mondi di là di Silvia Treves, autrice che ha molte corde del fantastico al suo arco. Scrive storie che ruotano attorno ad alcuni temi preferiti, uno dei quali è proprio il mondo “di là”, a seconda dei casi paradisiaco o infernale. Qui siamo nel secondo caso: Tutu è una sorta di grande ciottolo spaziale (“una patata”), che orbita nella Fascia degli Asteroidi, fra Marte e Giove. Su Marte è attestata una base terrestre e Tutu è uno delle centinaia di migliaia di mini-mondi ricchi di minerali… La Storia non impara mai, perché si ripete, anche a milioni di chilometri dalla Terra. Storia di esseri viventi d’ogni tipo sfruttati e gettati allo sbaraglio ora da questo ora da quel “padrone” in viscere planetarie oscure asfissianti, claustrofobiche, infernali (appunto), che tuttavia hanno tratti in comune. Cioè l’esigenza di sopravvivere a ogni costo, organizzarsi, riscattarsi. Parte notevole nella storia hanno la vivida costruzione di un’ecologia dell’ambiente e i rapporti tra personaggi molto diversi fra loro uniti dal medesimo destino. Uno scenario che svela gradualmente al lettore ingegnosità e complessità.

Il lettore – riteniamo – avrà intuito, a questo punto, cosa intendevamo per modalità e stili differenti e variegati del fantastico. Non resta che verificare di persona.

Buona lettura!

Prime Indiscrezioni su Alia Anglosfera

Alia Giappone è appena stato recensito – con toni più che lusinghieri – sul supplemento del weekend del Manifesto.
E mentre la cultura mainstream si accorge del primo dei tre volumi di Alia, il secondo è sul punto di andare in macchina – o così mi dicono.
Alia Italia sta per vedere la luce, e le premesse sono eccellenti.

Rimane il mistero di Alia Anglosfera, del quale mi sto occupando da qualche tempo e riguardo al quale non ho ancora rlasciato informazioni.

Comincio allora col dire che sono state consegnate le prime illustrazioni interne del volume, e sono splendide.

Alia Anglosfera conterrà sette racconti, sei dei quali inediti in Italia ed il settimo in una nuova traduzione.
Dalle trame – diversissime – delle storie, che spaziano attraverso il tempo e lo spazio, emerge un tema comune – la falsificazione della storia.

Sarà grande.
Dovrete solo avere un po’ di pazienza…

Legami di morte

Ci è giunta, tramite i profondi legami del web, la comunicazione dell’uscita del nuovo libro «Legami di morte» di Angelo Marenzana, giallista e, in veste fantastica, impegnato nel progetto «ALIA».

Si tratta di:

«Siamo ad Alessandria nel maggio del 1936 e mentre l’Italia aspetta lo storico discorso in cui Mussolini proclama l’Impero, il commissario Augusto Bendicò, ancora scosso dalla tragica morte della moglie Betti, indaga sull’omicidio di Dora Laniero, giovane cantante di provata fede fascista. Grazie all’aiuto dell’amico e medico legale Silvera, il commissario scopre che l’omicidio della Laniero si ricollega alla morte di un’altra donna, avvenuta giorni prima. Stesse inquietanti modalità, stessa mente criminale. Un caso scottante… ma nel 1936 “la morte violenta è qualcosa che compete solo agli uomini” e Bendicò dovrà fare i conti con l’Upi, l’Ufficio politico investigativo, pronto ad insabbiare il caso e nascondere gli scheletri nell’armadio del regime fascista in ascesa.»

Da non perdere, direi.

Ricordo che l’editore è Dario Flaccovio.