È passato un mese e mezzo e…

mondo-fantastico

È passato un mese e mezzo dall’ultimo messaggio su questo blog e nel frattempo sono accadute molte cose. Eravamo fermi alla raccolta dei brani di Vittorio Catani, di Vincent Spasaro, Maurizio Cometto e Francesco Troccoli. Adesso, ad agosto quasi terminato, la situazione è nettamente cambiata. Sono infatti arrivati i racconti di Chiara Negrini, di Fabio Lastrucci e di Danilo Arona. Ed è in arrivo il racconto di Paolo Cavazza.

Per quanto riguarda il racconto di Davide Zampatori è già stato letto da Silvia Treves ed è in fase di revisione, ovvero – sembra incredibile  – di allungamento, mentre Mario Giorgi sta preparando un racconto ad hoc, dal momento che il testo originale – il primo capitolo del suo ultimo romanzo – si è rivelato inadatto per la pubblicazione in ALIA. Ma intendiamoci, il problema è semplicemente che tutto il romanzo era impossibile da pubblicare, mentre il capitolo Uno lasciava il lettore ansioso e a bocca asciutta. Quanto al romanzo penso ne riparleremo ancora qui. Il racconto di Samuel Marolla purtroppo è di tema troppo simile a  quelli di Danilo Arona e di Fabio Lastrucci – zombie e umanità al capolinea – trattati da loro in maniera molto originale; temo sarà necessaria una sostituzione per evitare di inflazionare i lettori.

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Per quanto riguarda noi due, cioè io e Silvia, posso confermare che stiamo lavorando attivamente e il lavoro procede. Silvia è a pagina 5 della sua versione beta e io a pagina 21. Il grosso problema, per quanto mi riguarda – è che la lunghezza del racconto rischia di diventare eccessiva e… vabbé, cercherò di tagliare, tagliare e tagliare ancora. Per quanto riguarda Silvia, lei dice che è un problema di “svolta”..

Cosa posso dire dei racconti già arrivati? Beh, che si tratta di racconti fantastici di un tipo molto particolare e che non è affatto facile sistemarli in qualche sottogenere. Sempre se si ritiene di doverlo fare, ovviamente. Il racconto di Danilo Arona, da questo punto di vista, è esemplare, nel senso che sarebbe probabilmente possibile sistemarlo nella casella horror-sf/apocalittica-psico-magica, ma non credo che sia utile farlo. C’è soltanto da leggerlo, come tutti gli altri. Racconti di sf e  di horror, carichi di una dose di angoscia e di interrogativi senza risposta che non è facile dimenticare. ALIA funziona diversamente da altre antologie, leggendoli uno dopo l’altro è facile rendersene conto.e il risultato finale è quantomeno meravigliosamente imprevedibile.

A questo punto non posso che ricordare agli altri autori che hanno promesso una collaborazione che comincia a essere il momento di scegliere un proprio brano e inviarlo ad aliaracconti[at]fastwebnet.it o sulla pagina FB mia o di Silvia. L’antologia ha superato il punto non ritorno e in un modo o nell’altro uscirà con i tempi previsti, ovvero gennaio-febbraio 2016. Il che, lasciatemelo dire, poteva essere augurabile ma per nulla certo. Ricordo a tutti che il termine ultimo per l’invio di un racconto è più o meno metà dicembre, contando che non ci siano variazioni importanti da discutere.

Noi aspettiamo sicuri che, una volta avuti tutti i racconti in mano, ALIA EVO 2.0 si comporrà quasi da solo, imponendo il proprio ordine e la propria struttura. Ed emergerà ancora una volta il fil rouge che li collega tutti e che c’era già fin dall’inizio. Silvia dice che anche la struttura finale delle proteine emerge così. Ma lei è una biochimica svitata, mica bisogna darle retta.

Protein_structure

La Terra al tramonto, The Dying Earth

dying earthQuesto è il titolo («The Dying Earth») del libro pubblicato da Jack Vance nel 1950. Un testo che impressionò non poco il pubblico della fantascienza dell’epoca. All’epoca non furono pochi coloro che ritennero che il nome con il quale venne firmata l’antologia fosse uno dei tanti pseudonimi di Henry Kuttner. Una volta chiarito che il vero autore era un ex-marinaio poco più che trentenne, al vasto mondo degli appassionati di sf non restò altra possibilità che imparare ad apprezzare uno degli autori più curiosi, abili, personali e anticonvenzionali del mondo fantascientifico americano.

La Terra di Dying Earth è un pianeta giunto molto vicino alla fine del primario del sistema. Senza curarsi particolarmente della vera sorte del nostro sole, destinato, secondo i maggiori esperti, ad attraversare una fase di crescente attività prima della rottura del suo equilibro interno e della sua prima espansione, Vance immagina un sole “antico” di colore vermiglio che splende in un cielo azzurro scuro e illumina una Terra dove sono passate e scomparse milioni di generazioni, una Terra ancora viva ma vecchia e consumata, che assiste stanca alla lenta agonia del sole.

La Terra ospita ancora esseri umani, anche se in numero molto inferiore all’attuale, umani divenuti fatalisti, irrazionali, inclini a credere alla magia, unica ed ultima forma di interazione con il mondo reale in un universo dai colori terminali. Che cosa ne sia stato degli altri umani non è chiaramente spiegato, ma si può immaginare che il pianeta, nel corso degli eoni trascorsi si sia gradualmente svuotato nella conquista di altri pianeti. I terrestri raccontati da Vance sono creature ciniche, incoerenti e paradossali, prive di sogni e di desideri, che vivono gomito a gomito con creature orribili originatesi nel corso dei secoli precedenti e dotati di un senso estetico perverso, curioso, innaturale e spesso crudele. Ed è proprio la crudeltà – una crudeltà spesso condotta ai limiti dell’inatteso, del ridicolo e dello humour nero – a costituire uno degli elementi sorprendenti di questa curiosa antologia, tanto più curiosa pensando al genere di sf che andava per la maggiore negli anni ’50.

crepuscoloIl libro è articolato in sei episodi, i cui titoli potrete trovare qui, fiabe surreali, dove individui di indole perfida e meschina come Liane il Viaggiatore o ingenui sognatori come Guyal di Sfere o donne bellissime ma prive di anima come T’Sais sono chiamati a risolvere dilemmi pericolosi o combattere avversari stravaganti, grotteschi o resistere e/o collaborare con maghi e stregoni sapienti, folli o monomaniaci. Il risultato è una serie di bozzetti abili e potenti, situazioni curiose e imprevedbili in un mondo terminale curiosamente conscio di esserlo.

Il legame con il fantasy per ciò che è diventato in questi ultimi anni – ambientazione paramedievale, onnipresenza della magia, destini predefiniti, personaggi troppo spesso incololori o monocordi – è del tutto casuale. La magia in Vance è ciò che resta all’indomani di una perdita definitiva della scienza, che infati viene ricordata con nostalgia e timore dagli ultimi uomini. Uomini e donne i cui destini sono perennemente in discussione, non avendo nessuna garanzia né della fatale vittoria sul Male né del loro valore in quanto più o meno eroici combattenti. Proprio ciò che rende questo volume prezioso.

Vance riprese in seguito la Terra al tramonto nel suo in The Eyes of the Overworld, con protagonista Cugel l’astuto, nomignolo che secondo uno dei personaggi di Vance egli merita sia per la sua mancanza di scrupoli che per il suo comportamento da perfetto bietolone…

Di recente è uscito in traduzione italiana per Urania un volume di racconti curato da George R.R.Martin e Gardner Dozois.Uscito in edizione originale nel 2009, Songs of Dying Earth, è nato per commemorare Jack Vance e la sua Terra morente. Sette buoni racconti che riportano sul palcoscenico il suo sole vermiglio e il suo cielo azzurro scuro, scritti da Dan Simmons, George R.R.Martin, Neil Gaiman, Tanth Lee, Byron Tetrick, Elizabeth Hand e Howard Waldrop. Particolare non secondario, tutti gli autori convenuti per la celebrazione ammettono di non ritenersi all’altezza della sua prosa. Come scrive Neil Gaiman: «… Vance non è uno scrittore che mi sognerei mai di imitare. Non credo sia imitabile.»

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A ritroso, dalla vecchiaia alla nascita

In senso inverso

Come molti ormai avranno capito ho una passione di vecchia data per P.K.Dick, più o meno di vent’anni precedente a Blade Runner. Una passione che è disposta a passare sopra al suo stile non sempre impeccabile e alla velocità affrettata e sospetta di certe chiusure.

Apprezzo anche i suoi lavori meno noti, quelli dai quali finora nessuno ha pensato di trarre un film, lavori che – letti con attenzione – denunciano fin troppo bene che «mille dollari per un libro» non sono il prezzo giusto per un grande autore. Romanzi che anche se buttati giù con troppa fretta hanno almeno una o due grande idee ciò giustificano abbondantemente il prezzo del libro.

In questo spazio libero inserirò anche qualche recensione ai libri meno noti di Dick, un po’ per rispetto e simpatia per lui e un po’ per preparare psicologicamente quelli che sono convinti che Dick si rispecchi perfettamente e si esaurisca nell’Harrison Ford e nel Roy Batty di Blade Runner.

Counterclockworld

In senso inverso (Counterclock World), Fanucci, «Collezione», ed. or. 1967, trad. it. Paolo Prezzavento.

Un romanzo assurdo, completamente assurdo. Che anche a voler essere buoni non sta in piedi da nessuna parte. Eppure un gran libro, con quelle tre o quattro invenzioni che fanno perdonare tutte le assurdità che nemmeno il talento di Dick riesce a nascondere.

Sulla terra il tempo ha preso a scorrere in senso inverso. I morti risorgono dalle tombe, i vivi rimpiccioliscono fino a essere riassorbiti nell’utero e tornare anonimi ovuli e spermi. I libri pubblicati devono essere restituiti e cancellati, qualunque processo organico – compresi quelli legati all’alimentazione – debbono procedere in senso inverso.

La fase Hobart – come viene definito il processo – non si è ancora completata. Sulla terra coesistono i nati nel periodo precedente all’inversione e i rinati. Le compagnie di pompe funebri hanno adesso il compito di scavare per recuperare coloro che ritornano, mentre il desiderio sessuale incontrollabile di alcune donne è il sicuro indizio di un’imminente scomparsa.

In questo bizzarro mondo Sebastian Hermes, un rinato, conduce un Vitarium, ovvero una piccola società che ha per compito il recupero e la cura di coloro che sono appena ritornati dalla morte. Gli affari di Hermes non vanno troppo bene. Oltre a questo egli è innamorato di una donna parecchio più giovane di lui che, fatalmente, si avvia verso l’infanzia.

A Hermes capita una rinascita molto importante e molto pericolosa, quella di un leader politico-religioso il cui ritorno è atteso per motivi molto differenti da opposte fazioni politiche. Ente supremo del mondo inverso è la Biblioteca, istituzione divenuta fondamentale nel garantire l’ordinato procedere – anzi retrocedere – delle cose. Come spesso accade nei romanzi di Dick l’ente che riassume in sé il massimo potere procede per vie traverse e imperscrutabili e nasconde a tutti, ovviamente per il bene pubblico, il grado più profondo della realtà. A Sebastian Hermes, uomo mediocre, reduce dalla parentesi della morte che non è riuscito a renderlo migliore, il compito di affrontare senza comprenderle le regole rovesciate del mondo inverso.

12/00/1982. Philip K. Dick, American author.

Praticamente contemporaneo del capolavoro Ubik, Counterclock world è uno dei romanzi meno fantascientifici nella già non troppo fantascientifica produzione di Dick «Escursione nella dimensione del fantastico e nel gotico», scrive giustamente Carlo Pagetti nell’introduzione. Oltre a questo un romanzo votato in partenza al fallimento per l’impossibilità di raccontare in modo coerente e ragionevole un universo dal segno rovesciato. Ma i temi della rinascita, del ritorno, della necessaria morte di ogni trascendenza, della mediocrità di un ritorno annunciato, di una vecchiaia precoce e di un’infanzia tardiva sono largamente sufficienti a tenere il lettore incatenato alla pagina, un po’ incredulo e un po’ affascinato. Anche per me, che sono letteralmente invecchiato sulle pagine di P.K. Dick, risulta difficile spiegarmi il fascino di un romanzo tanto sghembo e assurdo. Posso solo supporre che il fascino nasca dalla capacità di ampliare il valore metaforico e straniante tipico della sf fino a lambire i territori della nascita e della morte, rendendoli curiosamente nuovi e inesplorati. Da questo punto di vista In senso inverso è un romanzo davvero esemplare nell’illuminare il percorso tipico della narrazione speculativa. Nulla di quanto ci circonda e che riteniamo familiare dev’essere dato per compreso in maniera definitiva. È sufficiente un perché privo di risposta a ricondurci all’inizio del gioco.

Quello dei colori

ALIA11«Nonno i colori… ci sono i...»»

L’ho conosciuto prima, Fabio Lastrucci, fin dai tempi del primo racconto che mi capitò in mano dei suoi, Da zero a infinito, che pubblicai in Fata Morgana 6,  «Numeri, parentesi, incognite, enigmi», ma a questo racconto, Ultime notizie del papero, sono affezionato da morire, dalla prima volta che lo lessi. C’è una delicata tristezza, una malinconia argentata e argentina, un suono di tango accellerato come in certi racconti di Osvaldo Soriano.

FM8Mi è sempre piaciuto il mondo di raccontare di Fabio Lastrucci. Potrei dire che mi è sempre piaciuto il suo modo di pensare la narrativa. Per come scrive e per il garbo da gentiluomo con il quale ti offre i suoi brani. È un buon compare di antologia, uno di quelli che ti dicono, con un sorriso, «bello, il tuo racconto» e «bella, l’antologia» e sei sicuro che parlino sul serio.

Mi è ritornato in mente proprio in questi giorni, prima per un’ottima intervista di Nick il Noctuniano apparsa qualche giorno fa sul suo blog, poi per la segnalazione scritta da Consolata Lanza per il suo blog Anaconda anoressica. Non ci siamo mai persi di vista, in realtà, anche se di persona, in carne e ossa, ci siamo visti una volta in tutto, ma sapevamo reciprocamente di esistere, di scrivere, di pensare.

Riprendere, sottolineare, presentare ciò che fa uno degli Aliani è uno dei compiti di questo blog, non me lo sono dimenticato. La scorsa settimana ho pubblicato un articolo di Vittorio Catani, un Aliano senior, e ora inseguo le parole di Fabio su altri blog. Bene, molto bene. Questo significa che anche questo blog, in coma per anni, non è morto. Può essere ancora un luogo di incontro, di scambio. Persino di ispirazione, se una parola simile ha diritto di cittadinanza in un mondo virtuale.

Se non avete di meglio da fare – e sinceramente ne dubito – fate un salto da Nick il Noctuniano e leggetevi l’intervista. Non ve ne pentirete.

alia07aUltima nota. Se mai vi venisse voglia di leggere uno degli ALIA o un Fata Morgana, beh, potete sempre scrivermi (cs_libri[at]fastwebnet.it) e ve li spedirò senza spese.

In fondo sono qui anche per questo.

La fantascienza italiana, tra scienza e cultura umanistica – Seconda parte

Qui la prima parte

Ecco qui la seconda parte dell’intervento di Vittorio Catani.

Ringrazio di cuore coloro che sono intervenuti già dopo la prima parte e invito chi volesse intervenire nella seconda parte a farlo senza esitare. Buona lettura! Da venerdì riprenderà la normale programmazione del blog.

di Vittorio Catani

forbidden planetQuale la reazione dei lettori?

Alcuni accettavano con interesse queste sperimentazioni, ma i più preferivano una fantascienza “ortodossa” e una maggiore aderenza alle origini “popolari”. La fantascienza dei vari Levi, Calvino eccetera, era spesso eccellente ma usava moduli narrativi e un linguaggio “classici”. Quanto all’editoria specializzata, va detto che essa ha, nei fatti, sempre decisamente scoraggiato — se non stroncato — queste sperimentazioni. Rare e il più delle volte di modeste, se non di modestissime dimensioni le case editrici che, talora, si sono mostrate più aperte (vanno ricordate le testate Oltre il Cielo, Futuro, Interplanet, la collana Galassia negli anni Settanta, curata da Vittorio Curtoni e Gianni Montanari; la rivista Robot negli anni Settanta). Il tentativo di innesto — o forse di mutazione, siamo in tema — sostanzialmente fallì.

Il dibattito, mai risolto, oggi si è spostato anche in rete, per esempio nelle mailing list italiane di fantascienza.

Tuttavia spesso, negli anni, sono tornati interrogativi di base ineludibili: come giudicare una storia di fantascienza ben scritta dal punto di vista narrativo, ma contenente qualche assurdità o strafalcione scientifico? Uno degli autori sotto tiro, in questi casi, è stato il grande Ray Bradbury, e in particolare le sue celebri Cronache marziane (1950), volume a suo tempo apparso in Italia in una prestigiosa collana letteraria, la Medusa di Mondadori, e che continua tuttora a essere ripubblicato e ristampato attestandosi tra i capisaldi della narrativa fantascientifica, se non della narrativa tout court. A dimostrazione, forse, della limitatezza dei nostri strumenti di indagine e di un certo accanimento catalogatorio. Le storie ricche di fascino, lirismo e riflessione sull’uomo che costituiscono le Cronache denotano una personalissima fantascienza al limite con il fantastico. Da parte sua, Bradbury negli anni ‘60 dichiarava provocatoriamente di non saperne nulla di scienza e di non possedere né un’automobile né un televisore; e la sua narrativa era, in effetti — riporto da una “quarta di copertina” dell’epoca — “una protesta contro lo scientismo, il materialismo, il commercialismo, che distruggono l’elemento poetico e fiabesco”.

D’altro canto non si può pretendere che solo gli scienziati abbiano i crismi per scrivere fantascienza. Nel 1965 uscì una antologia per Rizzoli, Racconti di fantascienza scritti dagli scienziati. Vi figuravano nomi di fama mondiale: Leo Szilard, Norbert Wiener, Julian Huxley, Willy Ley, J.B.S. Haldane, e altri. Inutile dire che le uniche storie “leggibili” della raccolta erano quelle scritte dagli scienziati-veri-scrittori, cioè Isaac Asimov e Arthur Clarke. Inoltre va considerato che solo un pubblico ancora più ristretto, all’interno della stessa fantascienza, può apprezzare una science fiction cosiddetta hard, cioè fortemente caratterizzata dalla estrapolazione su dati di scienza.

Ma esiste anche una scienza soft. A proposito delle “scienze umane” (antropologia-etnologia, sociologia, linguistica, cioè scienze non matematiche, ma egualmente basate su metodi scientifici), Darko Suvin ha scritto:

Le “scienze soffici” possono, con ogni probabilità, meglio servire come base della fantascienza, piuttosto che le scienze naturali “dure”; e di fatto sono state la base di tutte le migliori opere fantascientifiche.

Un’opinione, questa, che si ricollega in qualche modo ad Aldani.

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Darko Suvin

La mia opinione, molto personale, è che ovunque si scriva di scienza, l’autore abbia l’obbligo professionale di documentarsi con cura. Un libro anche bellissimo, ma che non ottemperi a questo criterio, sarebbe (a mio parere) imperfetto. Un lettore potrebbe sentirsi preso in giro dalla introduzione improvvisa di una nuova, inverosimile invenzione; o da un palese errore scientifico in assenza del quale la storia prenderebbe tutt’altra strada. Ma, ciò posto, mi appare storicamente evidente che la presenza del dato scientifico e la sua sopravvalutazione o sottovalutazione, siano, nel nostro campo, anche questione di tendenze, di evoluzione.

James G. Ballard, dal suo canto, fin dal 1962 aveva sconvolto l’ambiente della science fiction inglese con un pamphlet rimasto celebre, Come si arriva allo spazio interno?, in egli cui invitava provocatoriamente gli scrittori a buttare alle ortiche le avventure nello spazio intergalattico per rivolgersi a quelle interiori, cioè alla psiche dell’uomo. Questa esortazione lasciò vistose tracce in molti dei maggiori autori degli anni ’60/70, e che restano a tutt’oggi fra i migliori: Farmer, Disch, Moorcock, Aldiss, Spinrad, Dick, Delany, Zelazny, Lafferty, John Brunner, Joanna Russ, James Tiptree jr (alias Alice Sheldon), tantissimi altri. Al riguardo, scriveva nel 1979 Antonio Caronia ne I labirinti della fantascienza:

Una delle caratteristiche di questa “nuova fantascienza”, è che il confine fra reale e immaginario diviene tanto tenue da scomparire. […] Proprio perché la distanza fra immaginario e reale è abolita, proprio perché siamo immersi in un universo iperreale, la nuova fantascienza può fornirci strumenti così fini di rappresentazione e di critica della realtà. Non è più la vecchia dialettica fra utopia e antiutopia, fra letteratura apologetica e letteratura di denuncia dei “nuovi inferni”. La scrittura della nuova fantascienza, piuttosto, è impegnata in operazioni di destrutturazione del reale, di esplorazione di nuovi codici comunicativi, in un universo che la crisi e la scomposizione del linguaggio tiene costantemente aperto. Tanto la vecchia fantascienza si teneva ancorata ai moduli stilistici e alle convenzioni di intreccio dei “sottogeneri”, quanto la nuova fantascienza gioca con quelle convenzioni stilistiche e narrative, fino a stravolgerle, a farne degli elementi autentici di critica e di conoscenza.

Credo siano parole abbastanza indicative.

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4. Uno sguardo alla nuova fantascienza hard

Oggi, nonostante tutto, persiste un filone hard di scrittori statunitensi, o inglesi, che propongono cioè una science fiction altamente speculativa sotto il profilo scientifico o scientifico-filosofico, rinnovando e aggiornando un filone tradizionale di questa narrativa (filone che ha sempre vantato numerosi estimatori) con concetti ripresi dalle ultime acquisizioni.

Penso non tanto alle realtà virtuali, alle tecnologie delle nuove telecomunicazioni, e alle bio-ingegnerie, già abbondantemente sfruttate dal filone cyberpunk, quanto a campi o argomenti quali le nano-tecnologie, la meccanica quantistica, l’intelligenza artificiale, le scienze legate agli studi sul caos, la “complessità”, la morfogenesi, la genomica, la proteonomica, le scienze informatiche biomimetiche che trattano di reti neurali, algoritmi genetici, eccetera. E poi, varie branche abbastanza nuove da essere state considerate quasi nuove scienze: psicologia cognitivista evolutiva, nuove frange della teoria dei sistemi non lineari, neuroetologia computazionale, visualizzazione/analisi visiva (imaging) celebrale funzionale… e perché no, la stessa matematica. In un suo ciclo di romanzi sui robot, Rudy Rucker (che è un matematico) ha affrontato il tema della “coscienza come costrutto software” utilizzando scoperte e intuizioni nei settori dell’IA (intelligenza artificiale), delle biologie, della “consapevolezza delle macchine”, per esempio in una trilogia: Software. I nuovi robot (1981), Wetware. Gli uomini robot (1988) e Freeware.La nuova carne (1997). Un altro suo romanzo, Luce bianca (1980) ha per tema un’analisi delle ipotesi sul continuum di Cantor. Di Rucker apparve in Italia anche un vasto saggio, La quarta dimensione (1994), in cui l’autore mescolava estrapolazione scientifico-filosofica e riferimenti fantascientifici.

Greg Egan è un’altra interessante leva della moderna fantascienza tecnologica: il suo poderoso, stupefacente romanzo Permutation City (1994) narrava fra l’altro della clonazione informatica di parte dell’umanità e di automi cellulari (cioè della simulazione di organismi viventi eseguita in calcolatori con programmi di evoluzione biologica), in una grandiosa visione speculativa che, a mio parere, ne fa un’equivalente odierno e amplificato del classico La città e le stelle di Arthur C. Clarke (1956). In un racconto, Luminous, (1998) Egan parte da un’altra idea molto speculativa: che nell’universo si siano formate, subito dopo il Big Bang, “sacche” nelle quali la matematica di numeri particolarmente grandi presenta delle incoerenze, che si affacciano a turbare gravemente la nostra logica di tutti i giorni. Questo “difetto”, dapprima solo teorizzato, viene poi verificato tramite un computer che opera su base quantica. È’ una storia densa di concetti e riflessioni di particolare interesse (e bellezza, direi: d’altronde la fantascienza può trasformare in poesia la scienza) sulla natura e i fondamenti della matematica, sulla natura dell’universo, insomma su noi stessi. La maggior parte delle storie di Egan hanno impostazioni e tematiche di questo genere.

Altri autori muovono dal presupposto secondo cui le leggi “assurde” della meccanica quantistica riescano a sconfinare dalle dimensioni microscopiche che ad esse competono, per cui incontriamo personaggi che devono sottostare a un’esistenza paradossale, giusto come accade per le particelle elementari. Altra idea che ha ottenuto particolare successo (già citata sopra) è la teoria del caos. Scrittori di differente estrazione (Pynchon, Vonnegut, Martin Amis, James Ballard, Jeff Noon, Alec Effinger…) hanno sondato le ambiguità dell’inversione temporale, o della teoria di Hugh Everett sulla moltiplicazione degli universi. Esistono in realtà campi di indagine ancora non fruttati (né ben chiariti), dove il confine tra fantasia, scienza, e anche narrativa non fantascientifica, spesso sfuma molto. E sono venuti alla ribalta nuovi notevoli autori: Charles Stross, Ken MacLeod, Ted Chang… e altri.

Ma qui, ovviamente, entriamo in un altro discorso…

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Pubblicato in prima versione
da CS_Libri nel giugno 2001

in “Le fantasie della scienza”

La fantascienza italiana, tra scienza e cultura umanistica

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di Vittorio Catani

Questa volta non dovrete sentire la mia voce, ma potrete ascoltare qui quella ben più autorevole di un vero e riconosciuto autore di fantascienza, uno dei pochi che può vantare una lunga – anche se ovviamente non ricchissima di riconoscimenti economici – carriera. Qualche anno Vittorio intervenne a un convegno sulla sf tenuto presso l’università di Torino, promosso dalla rivista LN-LibriNuovi, presentando alcune sue riflessioni sulla storia della sf in Italia. Ne nacque un documento che, con quello di altri autori, pubblicammo in uno speciale della rivista. Qualche giorno fa mi venne l’idea di ripubblicare il suo articolo e chiesi a Vittorio l’autorizzazione a farlo. Dal momento che Vittorio è un vero signore non solo mi ha autorizzato la pubblicazione ma ha inserito qualche ulteriore elemento, rendendo più attuale il suo intervento.

L’articolo uscirà diviso in due parti, tra oggi e martedì 12.3.

La fantascienza italiana tra scienza e cultura umanistica

di Vittorio Catani

1. Premessa

SaturnoTerraUn osservatore esterno potrebbe pensare che in un genere come la fantascienza — “science” + “fiction” — il rapporto fra le due componenti dichiarate (scienza, narrativa) sia scontato, pacifico. Ma una occhiata appena più approfondita rivela l’ambiguità, i contrasti e addirittura la conflittualità creati nel tempo, all’interno dell’entourage fantascientifico, dal rapporto fra scienza e narrativa. Già la traduzione/reinvenzione italiana del termine, “fantascienza”, ne è di per sé una spia: “fantasia” e “scienza”. Una sorta di ossimoro: può mai essere scientifica una fantasia, o fantastica la scienza?

Nel nostro Paese, la moderna science fiction viene introdotta “ufficialmente” nel 1952 tramite la collana mondadoriana Urania (ma c’erano già stati altri tentativi, e alcuni precursori). In Italia questo genere letterario, però, venne subito a incontrarsi, e scontrarsi, con una mentalità, una cultura, una situazione sociale, del tutto diverse da quelle esistenti negli Usa.

Questo mio intervento verte pertanto su due punti essenziali:

a) brevi note sul rapporto fra scienza e fantasia (o fiction) nella fantascienza;

b) interpretazione ed esiti del predetto rapporto, nel nostro Paese.

Con la doverosa precisazione che tratterò tali argomenti più che da teorico della fantascienza — che non sono — in veste di lettore e scrittore del genere.

Conclude la presente relazione un rapido cenno alla ultima “fantascienza tecnologica” (o hard, come viene solitamente definita).

2. Scienza e fantasia

Lo studioso canadese Darko Suvin, ne Le metamorfosi della fantascienza (1985, Il Mulino), afferma che ogni storia di science fiction parte da un novum. Con tale termine egli intende una “invenzione” (congegno, tecnica, fenomeno, relazione), o anche una “ambientazione”, o un “agente” (personaggio o personaggi principali), postulati sulla base del metodo scientifico. La presenza di questa ipotesi nella narrazione, genera conseguenze sviluppate dall’autore coerentemente con le conoscenze della scienza a noi nota. Ciò vuol dire che partendo dalla sua premessa, lo scrittore deve giungere a conclusioni che gli stessi scienziati potrebbero ritenere plausibili.

Fin qui Suvin. Ma questo tipo di percorso narrativo (che è poi pane quotidiano della fantascienza) può in realtà dirsi “scientifico”?

Il punto è che i fatti raccontati in una storia di science fiction non trovano riscontro nell’esperienza comune.

Eppure, anche gli scienziati spesso usano analoghe estrapolazioni. Arthur Clarke, Paul Davies, e una miriade di altri hanno provato, per esempio, a ipotizzare — in volumi non di narrativa ma di divulgazione — futuri sviluppi della tecnologia, o morfologie di pianeti del Sistema solare. Nella fantascienza quindi converge un modo di ragionare tipico della scienza.

Ma andiamo oltre. Nel suo famoso romanzo La mano sinistra delle tenebre (1969) Ursula K. LeGuin descriveva Inverno, un ipotetico pianeta abitato da quasi-umani, e una società simile alla nostra eppure molto distante; una storia capace di coinvolgere emotivamente il lettore. In un suo articolo, Paolo Lombardi scriveva (1989):

Che dire dell’ipotesi […] che esista un pianeta […] e la specie che lo abita? Secondo Popper, le asserzioni strettamente esistenziali non sono falsificabili, e dunque sono metafisiche. In questo senso, la fantascienza non contiene scienza. Tuttavia non pare giusto tacciarla di metafisica. Non si può infatti mettere sullo stesso piano proposizioni del tipo “esiste Dio”, ed “esiste una specie vivente simile a meduse su Giove”. La prima, infatti, non è falsificabile in via di principio; laddove la seconda sarebbe falsificabile in base all’osservazione, qualora fossimo in grado di esplorare minutamente il pianeta Giove. [La questione è che nella fantascienza] l’ipotesi di partenza della storia è immaginaria; la facoltà cui occorre far riferimento circa la natura delle sue ipotesi è dunque l’immaginazione.

Per contro, è ormai comunemente accettata l’idea che esista anche una “immaginazione scientifica”. Il biologo inglese Peter Brian Medawar, premio Nobel per la medicina 1960, in L’immaginazione dello scienziato ha scritto (1972):

Tutti i progressi della conoscenza scientifica, ad ogni livello, cominciano con un’avventura speculativa, una preconcezione immaginativa di ciò che potrebbe essere vero — una preconcezione che sempre e necessariamente va un po’ oltre (e talvolta molto oltre) tutto quanto di cui abbiamo un’evidenza logica o fattuale. È l’invenzione di un mondo possibile, o di una minuscola frazione di tale mondo. L’ipotesi è successivamente sottoposta al vaglio critico per scoprire se quel mondo immaginato è in qualche modo simile a quello reale. Il ragionamento scientifico è perciò a tutti i livelli una interazione tra due episodi di pensiero, un dialogo a due voci — l’una immaginativa, l’altra critica; un dialogo se volete, tra il possibile e il reale, (…) tra ciò che può essere vero e ciò che di fatto è.

 E altrove ha aggiunto:

Nella scienza, l’elemento immaginativo esiste nella concezione, non nel linguaggio attraverso cui detta concezione viene espressa e trasmessa.

È peraltro una immaginazione, quella dello scienziato, di natura differente da quella fanta-scientifica, perché quando Isaac Asimov o Bruce Sterling immaginano qualcosa non sono obbligati a compiere verifiche: ecco dunque un primo punto in cui la scienza, in fantascienza, viene inquadrata in un ambito ben preciso, direi limitato.

aldaniLa radice del problema era stata già affrontata da Lino Aldani in un suo noto saggio del 1962: l’autore di fantascienza, più che badare alla attendibilità del presupposto, si adopera affinché la sua premessa, quand’anche in contrasto con le nostre attuali conoscenze, venga sviluppata coerentemente e rispettata come fosse una inoppugnabile verità scientifica (in La fantascienza, 1962):

La science fiction non è, come molti credono, scienza vestita di fantasia ma esattamente il contrario, cioè fantasia pura ricoperta dai veli di una elaborazione razionale, non importa se dispiegata paradossalmente.

Cosa significhi “elaborazione razionale”, è intuibile: le storie di science fiction devono svolgersi sullo sfondo di un corpo di cognizioni già esistenti, o comunque rappresentare una sorta di “esperimento mentale” che si adegui a una logica scientifica condivisa.

Da questi cenni credo emerga un primo quadro di base — abbastanza lineare, nonostante tutto — circa il ruolo della scienza nella science fiction. Ma ovviamente, nella pratica, le cose non stanno esattamente così, per vari motivi:

– la fantascienza è un genere molto ampio, basato su convenzioni, e con zone-limite che sfumano in altri ambiti narrativi;

– alcuni autori, volutamente o inconsapevolmente, talora non rispettano le norme del genere;

– c’è stata una fantascienza (specie a partire dagli anni Settanta) che ha concentrato la sua attenzione non sul novum ma sull’aspetto linguistico;

– infine, oggi siamo in epoca di contaminazioni (non solo da radiazioni…)

Alcune di questi “elementi di disturbo” emersero fin dagli anni Cinquanta, con la nascita di una fantascienza italiana: e siamo al secondo punto del mio intervento.

3. Science fiction… made in Italy

essenza_cataniAllorché la science fiction apparve nelle edicole italiane (1952), il nostro Paese usciva dalla guerra, ed era sostanzialmente una nazione agricola. Essa aveva una storia diversa da quella degli Usa. La ricerca scientifica era modestissima, le tecnologie restavano quasi ottocentesche. Quanto alla cultura dominante, era intrisa di classicismo e aveva delle materie scientifiche una considerazione di subalternità. La fantascienza quindi — tranne rarissime eccezioni — fece molta fatica non solo per affermarsi, quanto a essere oggetto di una seria considerazione. D’altronde noi scontavamo, e in parte ancora scontiamo, eredità ingombranti. Da un lato il persistere di concezioni idealistiche secondo cui, per esempio, l’Arte era totalmente autonoma rispetto a qualsiasi altra attività umana. Arte disinteressata e autosufficiente, universale, cosmica. A-storica. In una concezione simile, le conoscenze scientifiche e tecniche rivestivano un ruolo secondario, “inferiore”, utile solo a fini pratici, immediati. “ancillari”.

A queste influenze si sommavano altre vecchie eredità, non meno determinanti.

Nell’Ottocento, il Romanticismo europeo aveva esaltato fra l’altro i valori della fantasia (da cui anche la riscoperta partecipata delle leggende, del folklore e delle tradizioni popolari nazionali, nei vari Stati europei); ma in Italia il movimento romantico fu visto e temuto come uno sradicamento della nostra tradizione classica, come adesione a una poetica straniera, quindi antipatriottica. Per cui si privilegiò e assecondò un Romanticismo che parlasse alla popolazione, ma per esaltarlo alle libertà civili e all’indipendenza dall’oppressore. In tal modo — per quanto ci riguarda in questo contesto — restava soffocato appunto l’aspetto “fantastico”, il lato anche oscuro, irrazionale, e veniva al contempo esaltato il ruolo del cattolicesimo.

Cattolicesimo a sua volta incompatibile con la narrativa fantastica, dal momento che questa si mostra, per sua natura, trasgressiva nei confronti di una realtà che invece il senso comune per un verso, e la visione religiosa per un altro, danno per scontata.

Qui parlo di “narrativa fantastica” con riferimento a fiabe, folklore, storie del soprannaturale; ma evidentemente queste motivazioni concomitanti fecero sì che da noi il terreno non fosse favorevole a recepire anche il nuovo genere fantastico del XX secolo, la fantascienza. Anzi: l’accoglienza dell’establishment culturale fu (tranne rarissimi casi: Monicelli, Solmi, Eco, Dorfles, Luce d’Eramo), decisamente ostile, ironica, se non irridente. E ancora oggi se ne percepiscono strascichi.

 Ad ogni modo, sulla scia della neonata collana Urania e di altre pubblicazioni più o meno effimere si andava formando un pubblico di estimatori del genere, dal quale sarebbero usciti i primi scrittori.

eclisse-2000-uc_044_aldaniInevitabilmente, in assenza di una visibile tradizione specifica, i primi tentativi furono l’imitazione dei modelli made in Usa. E che di imitazioni si trattasse, era subito evidente all’occhio di qualunque lettore appena smaliziato. Tranne poche valide eccezioni, la maggior parte dei nostri esordienti fanta-scrittori rivelava, a parte una scarsa dimestichezza con i meccanismi della narrativa di genere (ma questo problema si sarebbe potuto superare — come si superò — nel tempo), anche una insufficiente cultura scientifica. Non si trattava solo della carenza di generiche conoscenze di base (alle quali, per dirne una, avrebbero potuto sopperire testi specializzati, ammesso di reperirli facilmente, il che era quasi impossibile), quanto soprattutto emergeva l’incapacità di individuare tematiche scientifiche originali, padroneggiarle nei loro risvolti tecnici e sociali, trasformarle in materiali narrativi che avessero un respiro cosmopolita, non provinciale. Da questo punto di vista i vari Heinlein, Asimov, Leinster, Anderson, Clarke eccetera mostravano spesso una padronanza, un mestiere, una genialità, una ricchezza di idee da lasciare sbalorditi. Molti di quei fanta-narratori americani erano al contempo scienziati: un “matrimonio” culturale da noi, a quell’epoca, quasi blasfemo. D’altronde, gli Usa hanno sempre rappresentato la terra mitica delle scoperte fatte (o dei marchingegni costruiti) nel garage dietro casa, oltre che il luogo della grande industrializzazione, della ricerca scientifica seria, dei prestigiosi laboratori: di conseguenza (piaccia o no) gli States furono — e restano — la fucina dell’immaginario tecnologico contemporaneo. Un background francamente schiacciante che gli autori italiani, con tutta la bravura e la buona volontà, non erano in grado di improvvisare.

Un solo esempio, per dare un’idea. Sul quindicinale Oltre il Cielo (una rivista che si occupava delle nascenti astronautica e missilistica, e al contempo dava ampio spazio alla fantascienza italiana) scriveva un’autrice dalle notevoli doti, Giovanna Cecchini. Uno dei suoi racconti più famosi resta Mio figlio non è un mostro (1959). Vale la pena soffermarsi su un aspetto della trama.

L’autrice immaginava un gruppo di coloni terrestri trapiantati sull’inospitale pianetino Io, satellite di Giove. Dopo alcuni mesi, a una coppia di coloni nasce un bimbo: il primo umano a vedere la luce su un altro mondo. Ma qualcosa ha funzionato male: Donald, il bambino, si rivela portatore di una mutazione mostruosa. Ha un minuscolo becco, la lingua cornea, il corpo ricoperto da migliaia di squame iridescenti. Dopo il primo sconcerto, se non orrore, i terrestri si rendono conto però che Donald è una creatura perfettamente adatta all’ambiente di Io. Superato il primo trauma, la madre annota:

 Donald non dovrà starsene rinchiuso in eterno nella Base. Potrà correre fuori a ruzzolare nel folto dei prati spinosi, potrà tuffarsi nei gorghi delle acque ustionanti senza alcun timore. Sarà un bimbo felice. E un bimbo felice non è un mostro.

oic-1Ovviamente il racconto contiene un elemento inaccettabile: l’adattamento di una specie (quella umana) al mutare dell’ambiente esterno avviene gradualmente, su tempi di millenni o milioni di anni, non nell’arco di una sola generazione. Ebbene, la nostra fantascienza dei primordi era piena di episodi del genere, spesso di vere e proprie assurdità scientifiche.

Tuttavia, proprio questo racconto offre l’occasione per evidenziare una diversa tendenza subito emersa nella fantascienza di casa nostra. In fondo, qual era lo scopo di Giovanna Cecchini? Far intendere, tra le righe, che la “mostruosità” non esiste, in quanto questione relativa. Su Io, è proprio Donald la vera creatura “normale”; mentre gli inadatti, quindi i mostri, sarebbero i terrestri. In sostanza la science fiction della Cecchini non era che un modo nuovo (all’epoca) per raccontare, in una forma allegorica abbastanza trasparente, la tematica della diversità.

Stava nascendo insomma, non senza polemiche, un primo tentativo di “via italiana alla fantascienza”: proprio in considerazione della mancanza di una cultura tecnico-scientifica, si rinunciava di fatto a virtuosistiche estrapolazioni in materia, si era disposti a passare in second’ordine l’accuratezza del riferimento scientifico, per sottolineare gli aspetti umani e psicologici dei personaggi, o quelli etici, filosofici, allegorici, di vicende comunque imperniate sull’impatto con nuove tecnologie. Come dire: si privilegiava il contenuto umanistico.

Lo sviluppo di questa corrente riuscì anche a cooptare, a vari livelli, qualche altro raro nome illustre del nostro l’ambiente letterario mainstream: Libero Bigiaretti, Teodoro Giuttari, Inìsero Cremaschi, Gilda Musa, Gianni Arpino, Ennio Flaiano, Giacinto Spagnoletti, Ugo Facco de Lagarda, Livia Contardi, Lodovico Terzi, Primo Levi (ma con lo pseudonimo Damiano Malabaila), Italo Calvino, Dino Buzzati, Tommaso Landolfi, Paolo Volponi,e altri: nell’insieme, una “via” diversa (con taluni nomi essa assumeva anche un tono “colto”), che veniva ad acquistare una sua peculiarità, anzi veniva additata come più idonea alla eredità culturale del Vecchio Continente, e nostra in particolare.

[continua]