Quasi una comica

StallioQuesto blog, come ho a suo tempo spiegato, serve innanzitutto a tenere al corrente i lettori – e anche gli autori: siamo sparsi per l’Italia – sul procedere di ALIA. Ma non serve solo a questo, ovviamente. Una delle sue funzioni è anche quella di segnalare, presentare e, quando si può, recensire i testi scritti e pubblicati dagli ALIA men & women. Le recensioni che appaiono su queste pagine vengono in seguito ripubblicate su LN-LibriNuovi, come è accaduto per il romanzo di Vincent Spasaro. Un modo per conservare il ricordo del testo recensito, naturalmente, ma anche un modo per sottolineare che un testo recensito qui ha tutta la qualità per essere presentato a un pubblico più ampio. Questa volta è il turno di Fabio Lastrucci.

Avevo il romanzo di Fabio Lastrucci sull’e-reader da quando è uscito ma lo tenevo da parte, come da piccoli si nasconde una caramella in fondo al cassetto sperando di dimenticarla e di stupirsi, felici, di riscoprirla.

Ma a un certo punto arriva anche il momento di mangiarla, questa benedetta caramella, anche perché si rischia di dimenticarla davvero, cancellata dalle troppe altre caramelle librarie che mi passano sulla scrivania.

Il titolo del romanzo è L’Estate segreta di Babe Hardy, Dunwich edizioni, 2014. Disponibile in formato e-book (3,99 €) e in formato su carta (9,99 €). Un po’ più di 200 pagine, con prefazione di Alexia Bianchini e copertina non eccelsa ma accettabile.

Protagonisti della vicenda Stan Laurel e Oliver Hardy, una coppia mitica per il cinema comico e per chiunque sia stato un giorno bambino. Ma se Stanlio e Ollio sono i protagonisti, con loro appaiono altri personaggi tipici del film di allora: Mary Pickford, John Barrymore sr., James Finlayson – il “cattivo” di mille avventure – e Bela Lugosi, uno dei più famosi interpreti del Dracula di Brahm Stoker.

Bela is DraculaLa vicenda, in breve, è una storia di Vampiri o meglio, secondo la terminologia inventata da Stan Laurel (vero nome: Arthur Stanley Jefferson) una storia di nonpiri. Oliver Hardy, Babe per gli amici, è il primo a essere contagiato – non da Bela Lugosi, come direste d’impulso ma da un altro divo del cinema anni ’30 – e la sua malattia finisce col diventare un’epidemia, non letale ma sicuramente grave per chi deve ogni giorno uscire al sole per lavorare a un film e deve nutrirsi di sangue, anche animale, per riuscire a sopravvivere.

Il racconto si snoda rapido, costeggiando il plot del giallo, per poi accarezzare i temi più cari all’horror anni ’30 e senza dimenticare suggestioni degne de Il falcone maltese o della fantascienza d’antan. Borseggiatori, poliziotti, scienziati tedeschi, servitori cinesi, prostitute e personale dell’industria cinematografica si alternano, litigano, fuggono, si azzuffano, si inseguono durante lo svolgersi de L’estate segreta, lasciando il lettore fino alle fine incerto sul possibile finale della vicenda, finale che giungerà perfettamente calibrato e verosimile, permettendo a Stanlio e Ollio di continuare la loro carriera di divi del comico.

Piccolo particolare che merita ricordare, il memorabile cammeo del padre di Laurel, l’impresario teatrale inglese Arthur J. Jefferson, rapinato, spedito in Messico e salvato, nonostante le ruggini che li hanno sempre divisi, dallo stesso Stan.

I pregi del libro sono facili da enumerare: la caratterizzazione perfetta dei due protagonisti, attentamente ricalcati sui personaggi reali e ritratti con rispetto ma anche con  profondo affetto, l’atmosfera degli ambienti del cinema degli anni ’30, narrati con scrupolosa attenzione ma senza negarsi lo humour sottile di chi li rimette in scena a un secolo o quasi di distanza, la capacità di narrare, infine, evocando anche con tratti rapidi o semplici citazioni – non solo il mondo perduto degli anni ’30 ma anche il cinema e la letteratura che hanno preceduto e seguito quegli anni, ricordando, con semplici giochi letterari, personaggi come Alistair Crowley (A. Lester Crapley), Sam Spade (Sam Spite), Chester Gould, la ACME di Wilel il Coyote, Varley, famoso vampiro settecentesco e tanti altri.

Difetti? Ovviamente non possono mancare anche se, onestamente, direi che si tratta di piccoli errori da matita rossa, nulla che possa rendere meno godibile un vero divertissment, sia per il lettore che, evidentemente, per l’autore. Lascio a voi scoprirli, in sostanza, quando vi capiterà di passare un’estate con Babe Hardy.

acme-wile

In altri mondi: il demone sterminatore

il_demone_sterminatoreCredete all’indipendenza dei recensori? Pensate che chi scrive di un libro non debba necessariamente aver nessun rapporto con chi il libro l’ha scritto? Temete di essere turlupinati da una recensione disonesta? Allora risparmiatevi la fatica di leggere quel che segue: conosco e stimo l’autore del libro presentato anche se, come Seneca, tendo a pensare che un approccio sincero a un testo sia preferibile per chi mi legge e anche per l’autore. Avendo lavorato per vent’anni o giù di lì per LN-LibriNuovi mi sono trovato spesso a recensire autori che conoscevo ma la mia linea di condotta, in questo caso, era quella di avvertire chi mi leggeva del rapporto esistente tra recensore e autore e invitando i lettori a tenerne conto. Presunzione? Non lo nego, ma preferisco agire così piuttosto che mettere in scena la consueta sviolinata – o le critiche pelose – di chi lavora nello stesso ambiente e conosce perfettamente l’autore ma fa finta di niente.

Fatta questa doverosa premessa, vengo al libro. Ma ti è piaciuto? Ho letto poca fantasy, in vita mia. È un genere che un tempo – diciamo venti/trent’anni fa – non era particolarmente frequentato, poco tradotto in lingua italiana, con l’esclusione del glorioso «Signore degli Anelli» – comunque circondato da un’aura negativa per le sue presunte tendenze di “estrema destra” – e di pochi altri testi di autori più o meno noti, come Robert Ervin Howard o, più tardi, Marion Zimmer Bradley o Terry Brooks. Nato dal gotico e da autori come William Morris, Lord Dunsany o Howard Phillips Lovecraft, il fantasy ha acquistato un successo crescente parallelo alla profonda crisi della sf, tanto da diversificarsi e da occupare gran parte del paesaggio del fantastico contemporaneo.

Da amante della sf e in generale della speculazione di radice scientifica ho avuto relazioni scarse e non facili con il fantasy. Ho doverosamente letto in tempi non sospetti il «Signore degli Anelli» e «Lo hobbit», ho assaggiato un paio di romanzi di Marion Zimmer Bradley, ho letto Morris e Dunsany e ho profondamente apprezzato H.P.Lovecraft, giudicandolo, tuttavia, un ottimo (ma verboso) autore di proto-fantascienza. Prima di approdare al libro di Vincent Spasaro debbo ammettere di aver letto poca fantasy, se non nelle sue versioni meno formali, con autori come China Mieville, Mary Gentle o Michael Swanwick, considerati – secondo gli appassionati di tassonomia fantastica – autori di «new weird» o di «scientific fantasy», categorie che possono ritenersi utili per uno storico della letteratura ma non troppo maneggevoli per un normale lettore.

Vincent-Spasaro

Vincent Spasaro

Il romanzo di Vincent Spasaro rientrerebbe nella categoria del «Dark Fantasy», ovvero di un genere dove caratterizzazione della vicenda è orientata verso una tendenza neo-gotica, dove fantasmi, apparizioni, mostri nati da incubi e in generale il «Male», inteso come categoria reale e materiale, determina i confini della vicenda. È davvero così? E si tratta del «Male» come categoria a-storica e sovra-umana o di una forma diversa di minaccia? Sinceramente non ho una particolare simpatia per il «Male» come entità definita, più o meno come tollero poco che si dichiari che Hitler in fondo «era soltanto un pazzo». Il «Male» contenuto nel romanzo di Spasaro, tuttavia, è di una categoria più simile a quella dell’Olimpo remoto e indifferente di H.P. Lovecraft che al – in definitiva sottilmente autocaricaturale – Sauron di R.R.Tolkien. I mondi di livello superiore, «i luoghi delle leggende che stanno al di là delle isole» dai quali viene il centauro Onnau, formano una curiosa visione di sapore utopico – o , volendo, fantascientifico – mentre lo sterminatore, che il lettore conoscerà soltanto nelle ultime pagine, ha la curiosa, rigida fissità del custode di Franz Kafka, quello per il quale (prego di scusare la citazione fatta a memoria) «Questa porta è stata finora aperta. Ora vado a chiuderla», ovvero l’oracolo di un mondo ulteriore, inafferrabile e incomprensibile per il personaggi.

Seicentottantadue pagine, un volume di dimensioni ragguardevoli, dove tre personaggi, il già citato centauro Onnau, il piccolo prete Luach e la zingara Fenahar – apparsa più volte nel libro sotto altre vesti e con altri nomi – sono alla ricerca dello «Sterminatore», l’entità colpevole dell’antico teocidio, del quale esiste soltanto un tenue e vago ricordo nel mondo del «fiume senza rive». E l’impresa dei tre personaggi è anche una ricognizione di questo mondo inferiore, dove vani e feroci sogni di potenza, ricordi perduti di una condizione umana migliore e una tecnologia limitata dalle condizioni ambientali. rendono il mondo del fiume un’entità da incubo, popolata da un ricca fauna di ombre e fantasmi, di un enigmatico «popolo bianco» e di innominabili creature degli abissi, in un universo che l’autore riesce a rendere curiosamente reale, quasi tangibile.

E poco a poco il complesso universo del «Demone Sterminatore» filtra attraverso le pagine, diventa, come nella narrativa nipponica, una dimensione della percezione della realtà, un substrato fatale di quel mondo che permea completamente la visione del mondo dei personaggi. Il «Fiume senza rive» diviene reale, una visione necessaria e sufficiente, come se non esistesse altra possibilità per sopravvivere. Onnau, «che viene dalla splendida città di Sivigne» finisce per perderne la memoria e a cercare inutilmente di resistere, con la visione del “suo” mondo che impallidisce a ogni passo; Luach che finisce con lo sposare completamente la ferocia del signore Tukiniat, a sua volta guidato da un desiderio di distruzione che va molto oltre il suo desiderio di possedere; Fenahar che nel suo instacabile mutare è guidata dal sogno di unirsi definitivamente al Demone Sterminatore.

rioIl mondo del fiume senza rive diviene così una caratteristica rappresentazione dell’inferno, ovvero un luogo senza speranza, senza redenzione né possibilità di mutare, un luogo di passaggio privo di un sole visibile, creato per capriccio da dei-demoni, alimentato da forme di vita apparente e in attesa di un’improbabile redenzione. Un’ontologia disperata e disperante che tenta di ripetere i mondi superni ma senza la loro grandezza. I mondi di Spasaro divengono sogni senza speranze, mondi intrinsecamente imperfetti dove anche la vita è soltanto un’illusione. Leggere «Il demone sterminatore» si rivela, in ultima analisi, una curiosa, inattesa esperienza mistica, qualcosa in grado di porre in discussione la visione stessa di Dio e della sua creazione, un universo dove Dio è necessariamente morto – come sostiene pervicacemente il prete Luach – e gli esseri umani sopravvivono senza nessuna speranza. Una rappresentazione ardita ma curiosamente efficace del genere umano in questi giorni senza apparente futuro.

Un romanzo “fluviale” per le dimensioni e particolarmente ambizioso nel tentativo di parlare insieme ai nostri sogni e alla nostra realtà. Difficile darne un giudizio che risulti comunque fondato e che ignori il valore didattico e gnoseologico del romanzo. La continua, instacabile descrizione del Fiume senza rive si rivela ipnoticamente efficace, anche se mi rendo conto che per alcuni può risultare faticosa, a tratti stucchevole. La ricerca del Demone Sterminatore è spesso illusione o sogno fallace e può risultare sottilmente assurda per un lettore che non voglia accettare i numerosi livelli e sottolivelli del romanzo. Personalmente sono uscito felicemente stremato dalla lettura, con il cervello carico di una visione barocca della realtà, simile a quella del mondo immaginato nel 1500, con Terre Incognite, mostri che infestano le acque e mondi celesti immobili che girano intorno alla Terra.Onestamente ne consiglio la lettura, come si può consigliare l’uso di una droga non abbastanza sperimentata, che può creare sogni difficili o incubi oscuri. Resta, in ogni caso, la capacità invidiabile di Vincent Spasaro di creare un universo coerente di questi tempi così poveri di sogni e di immaginazione, una vicenda ricca e complessa e personaggi a tutto tondo. Non è poco, davvero.

planisfero

ALIA, il Pozzo e lo Straniero

blog xenoProprio stamattina il blog Il Pozzo e lo Straniero, nuova maschera del sempiterno Solomon Xeno, ha pubblicato un articolo sull’ultimo ALIA, l’ALIA elettronica uscita lo scorso giugno.

Si tratta di un buon articolo che presenta l’antologia, cogliendone alcuni aspetti che non sempre sono stati colti con uguale precisione. Considerazioni di questo genere:

Il fantastico ha mille sfaccettature e l’approccio prevalente è quello di isolarle e affrontarle una alla volta, perché si ritiene che chi legge fantascienza non apprezzi il fantasy e così via. ALIA fa invece della diversità il suo punto di forza, e la usa per disorientare il lettore al punto giusto…

ci rende gonfi di orgoglio come tacchini…

Come anche il fatto che l’estensore sottolinei la «mancanza di un filtro di genere» e l’apertura ad autori «culturalmente distanti» rende il nostro lavoro non troppo ingrato. Possiamo addirittura affermare che non si è lavorato invano…

Un grosso ringraziamento a Salomon Xeno da parte di noi tutti e in particolare, credo, da parte di Mario Giorgi… Se leggete l’articolo scoprirete perchè.

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Da leggere con pazienza

fiume degli dei

Il tempo scorre. Sto finendo il mio racconto, sia pure con non poche difficoltà impreviste, ho ricevuto la versione definitiva dell’ottimo racconto di Fabio Lastrucci e, come gli ho scritto, ne sono rimasto davvero colpito ed emozionato. Silvia sta lavorando alla ennesima revisione del suo racconto – fortunatamente il racconto a un certo punto viene pubblicato, ponendo fine alle sue defatiganti revisioni – ho avuto qualche buona nuova dall’ottimo Davide Mana e ho ricevuto e letto il racconto di Maz Soumarè, un urban fantasy veloce e a tratti davvero divertente. Insomma il lavoro continua e ALIA lentamente lievita.

Ciò detto, tanto per non lasciare bianche queste pagine (o perché non sono capace di star zitto), dedicherò qualche riga a una lettura condotta in questi ultimi tempi. Parlo de Il fiume degli dei di Ian McDonald.

Il fiume degli dei è il primo della nuova collana Urania Jumbo, 507 pagine + sette di glossario, edizione originale 2004. Il romanzo è ambientato nell’India del 2047, un paese spezzato in una serie di staterelli, afflitto da un incoercibile fondamentalismo religioso indù, da  gravi  problemi climatici – i monsoni sono perennemente in ritardo e la terra si asciuga e si impoverisce – da una guerra a bassa intensità tra i vari nuovi stati indiani dovuta alla crescente siccità, da un traffico di unità di AI (Intelligenza Artificiale) di dimensioni inquietanti e da una tradizione religiosa e civile intrinsecamente contradditoria e innestata da elementi che poco hanno a che vedere con essa, come una sit-com che dura ininterrotta ormai da anni.

Un quadro molto ampio, ricco, generoso, nel quale si muovono numerosi personaggi a costruire un romanzo ricco di riflessi, sfaccettature e passione, estremamente ambizioso, complesso e probabilmente fin troppo prolisso. Personalmente ho avuto la netta sensazione che fino intorno a pagina fiume 2150 non succedesse nulla di particolarmente rilevante e che unico compito del lettore fosse quello di sforzarsi di ricordare chi diavolo fossero Vishram, Lisa, Tal, Naija, Shaheen Badoor Khan, Lull e tutti gli altri, correndo tra il testo e il glossario (talvolta inutilmente) e chiedendosi se era poi proprio necessario inserire tutti questi personaggi… Ma no, non ho serbato rancore al buon McDonald, anche perché mi rendo conto che un romanzo corale di queste dimensioni e con un complesso di temi tanto vasto richiedeva senz’altro un simile parco di personaggi.

Con tutto ciò debbo però ammettere che, pur apprezzando l’intento e l’esito del romanzo, non sono mai riuscito a entrare in sintonia e anche le pagine finali (alle quali sono giunto estenuato), non mi hanno conquistato come sarebbe stato appena appena normale. In sostanza ogni tessera del romanzo è andata al suo posto, ma ho assistito alla sistemazione del mosaico senza emozione, senza riuscire davvero a partecipare. Diciamo che ho condotto la lettura in attesa di un cambio di registro e di visione inattesi ma la mia (malaccorta) attesa si è rivelata vana. Polvere bagnata o forse un lettore impaziente e disattento.

Ian_McDonald_2005Tra il lettore e l’autore non va sempre tutto come deve andare… Diciamo che invito alla lettura del libro di McDonald con alcune avvertenze. La prima, probabilmente, è quella di munirsi di pazienza. Molta pazienza. In secondo luogo direi che, almeno per le prime 200 pagine, è il caso di seguire le vicende dei personaggi una ad una, come se si trattasse di diversi romanzi. Non si tratta di un peccato di lesa maestà, sia chiaro, i personaggi di McDonald e le loro vicende personali meritano un grado di attenzione che non sia sottoposto all’ansia di sapere come va a finire. Lo so, non è abituale per la sf leggere seguendo consigli di lettura, manco si leggesse Federigo Tozzi o Guido Morselli, ma si tratta di consigli a cattivi lettori come il sottoscritto. E la fantascienza è un po’ cambiata dalla sua origine. Vero o no?

La Terra al tramonto, The Dying Earth

dying earthQuesto è il titolo («The Dying Earth») del libro pubblicato da Jack Vance nel 1950. Un testo che impressionò non poco il pubblico della fantascienza dell’epoca. All’epoca non furono pochi coloro che ritennero che il nome con il quale venne firmata l’antologia fosse uno dei tanti pseudonimi di Henry Kuttner. Una volta chiarito che il vero autore era un ex-marinaio poco più che trentenne, al vasto mondo degli appassionati di sf non restò altra possibilità che imparare ad apprezzare uno degli autori più curiosi, abili, personali e anticonvenzionali del mondo fantascientifico americano.

La Terra di Dying Earth è un pianeta giunto molto vicino alla fine del primario del sistema. Senza curarsi particolarmente della vera sorte del nostro sole, destinato, secondo i maggiori esperti, ad attraversare una fase di crescente attività prima della rottura del suo equilibro interno e della sua prima espansione, Vance immagina un sole “antico” di colore vermiglio che splende in un cielo azzurro scuro e illumina una Terra dove sono passate e scomparse milioni di generazioni, una Terra ancora viva ma vecchia e consumata, che assiste stanca alla lenta agonia del sole.

La Terra ospita ancora esseri umani, anche se in numero molto inferiore all’attuale, umani divenuti fatalisti, irrazionali, inclini a credere alla magia, unica ed ultima forma di interazione con il mondo reale in un universo dai colori terminali. Che cosa ne sia stato degli altri umani non è chiaramente spiegato, ma si può immaginare che il pianeta, nel corso degli eoni trascorsi si sia gradualmente svuotato nella conquista di altri pianeti. I terrestri raccontati da Vance sono creature ciniche, incoerenti e paradossali, prive di sogni e di desideri, che vivono gomito a gomito con creature orribili originatesi nel corso dei secoli precedenti e dotati di un senso estetico perverso, curioso, innaturale e spesso crudele. Ed è proprio la crudeltà – una crudeltà spesso condotta ai limiti dell’inatteso, del ridicolo e dello humour nero – a costituire uno degli elementi sorprendenti di questa curiosa antologia, tanto più curiosa pensando al genere di sf che andava per la maggiore negli anni ’50.

crepuscoloIl libro è articolato in sei episodi, i cui titoli potrete trovare qui, fiabe surreali, dove individui di indole perfida e meschina come Liane il Viaggiatore o ingenui sognatori come Guyal di Sfere o donne bellissime ma prive di anima come T’Sais sono chiamati a risolvere dilemmi pericolosi o combattere avversari stravaganti, grotteschi o resistere e/o collaborare con maghi e stregoni sapienti, folli o monomaniaci. Il risultato è una serie di bozzetti abili e potenti, situazioni curiose e imprevedbili in un mondo terminale curiosamente conscio di esserlo.

Il legame con il fantasy per ciò che è diventato in questi ultimi anni – ambientazione paramedievale, onnipresenza della magia, destini predefiniti, personaggi troppo spesso incololori o monocordi – è del tutto casuale. La magia in Vance è ciò che resta all’indomani di una perdita definitiva della scienza, che infati viene ricordata con nostalgia e timore dagli ultimi uomini. Uomini e donne i cui destini sono perennemente in discussione, non avendo nessuna garanzia né della fatale vittoria sul Male né del loro valore in quanto più o meno eroici combattenti. Proprio ciò che rende questo volume prezioso.

Vance riprese in seguito la Terra al tramonto nel suo in The Eyes of the Overworld, con protagonista Cugel l’astuto, nomignolo che secondo uno dei personaggi di Vance egli merita sia per la sua mancanza di scrupoli che per il suo comportamento da perfetto bietolone…

Di recente è uscito in traduzione italiana per Urania un volume di racconti curato da George R.R.Martin e Gardner Dozois.Uscito in edizione originale nel 2009, Songs of Dying Earth, è nato per commemorare Jack Vance e la sua Terra morente. Sette buoni racconti che riportano sul palcoscenico il suo sole vermiglio e il suo cielo azzurro scuro, scritti da Dan Simmons, George R.R.Martin, Neil Gaiman, Tanth Lee, Byron Tetrick, Elizabeth Hand e Howard Waldrop. Particolare non secondario, tutti gli autori convenuti per la celebrazione ammettono di non ritenersi all’altezza della sua prosa. Come scrive Neil Gaiman: «… Vance non è uno scrittore che mi sognerei mai di imitare. Non credo sia imitabile.»

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Su Iain [M.] Banks

iain-banksLa recente scomparsa prematura di Iain [M.] Banks – e per una volta un luogo comune diventa davvero appropriato – mi obbliga a ricordarlo per come posso in queste pagine. In quelle di LN-LibriNuovi ci sono già diverse recensioni e sul sito Fronte e Retro (oltre che nelle pagine de Il futuro è tornato) esiste una presentazione sufficientemente ampia all’autore. Ma anche qui mi sembra giusto che, come ho fatto per Jack Vance, ospitare alcune presentazioni e recensioni all’autore. Cominciamo con una piccola antologia a suo tempo apparsa nella collana “Solaria” di Fanucci, chiusa dopo una ventina di numeri. La parabola di Solaria fu probabilmente uno degli elementi che contribuirono a determinare l’attuale stato comatoso della sf in Italia.

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Di Iain M. Banks, nella traduzione di Anna Feruglio Dal Dan uscì nel 2001, da Fanucci Solaria Lo stato dell’arte, antologia edita originariamente nel 1991.

statodellarteLo stato dell’arte è il titolo del racconto lungo che apre l’antologia, testimonianza dell’incontro della Cultura, la civiltà interstellare utopica che è probabilmente la più felice e feconda invenzione dello scrittore scozzese, con la società terrestre di fine millennio. A raccontare l’incontro Rasd-Codurersa Diziet Embless Sma de’Marinhide, per gli amici e i colleghi semplicemente Dizzy, membro del Contatto e parte dell’equipaggio della UGC (Unità Generale di Contatto) Arbitraria.

Ma la Terra pone da subito un problema, anzi un grosso problema, ai membri del Contatto a bordo dell’Arbitraria. Uno di loro, Linter, decide infatti di diventare a tutti gli effetti un terrestre, rinunciando alla vita più lunga e decisamente più felice ed equilibrata che la Cultura potrebbe offrirgli. Diziet e altri membri dell’equipaggio, e in primo luogo la stessa nave, IA (intelligenza artificiale) tignosa e caparbia come tutte le UGC, dedicano tempo e fatica a far recedere Linter dalla sua insana intenzione, nata da una caratteristica stortura mentale, evidentemente non solo umana, quella per la quale una vita deve essere per forza funestata da contrarietà, sofferenze e rinunce per essere pienamente vissuta. Inutilmente Diziet e con lei gli altri membri della Cultura si affannano a far comprendere quanto sia tutto sommato idiota questo modo di vedere le cose. Linter muore nel corso di una banale rapina e la Cultura decide di lasciare la Terra al suo destino. Considerazioni finali di Diziet:

 

A noi tocca il migliore dei destini. L’alternativa è qualcosa come la Terra, dove per quanto soffrano, per quanto ardano di dolore e di confusa, imprecisa angoscia esistenziale, pure producono più spazzatura che altro; soap opera, quiz show, giornali dozzinali e romanzacci rosa.

 

Considerazioni perfide e tendenziose ma assolutamente condivisibili, almeno secondo un nativo della vecchia Terra.

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Anna Feruglio Dal Dan

Tra i testi che seguono, a parte il celeberrimo Un dono della Cultura, premio Hugo e già pubblicato dalla Nord, segnalerei in particolare Dispari, storia di un incontro ravvicinato nelle peggiori circostanze possibili, Il discendente, a suo modo una storia commovente, e Pezzo, un esempio ottimamente riuscito di racconto con sorpresa finale, che bisogna aver terminato già da un po’ per rendersi conto che non si trattava di un testo di fantascienza. Un effetto davvero curioso, che sono convinto dica qualcosa di estremamente inquietante sul mondo di tutti i giorni.

A chiudere l’antologia un’intervista a Banks, nella sua doppia personalità di Iain M. Banks, autore di fantascienza e Iain Banks (senza M.) autore di fantastico non fantascientifico.

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Il mondo di Durdane

jack_vance_durdane_omnibus_by_taisteng-d5dce1pSono qui per una promessa.

Nella mia non breve vita ho letto praticamente tutto ciò che è uscito in italiano di Jack Vance: Che, così a occhio, direi dovrebbero essere tra i trenta e i quaranta libri. Praticamente un intero piano della mia libreria dello studio. L’autore è scomparso di recente e con lui se n’è andato uno dei miei compagni di avventure, un benevolo e dispettoso Principe Demone, con il quale ero spesso filosoficamente, politicamente, esistenzialmente in disaccordo ma senza il quale vivere era più difficile.  Mi è capitato, nella vita, di aver qualche amico molto di destra, per dire, ma questo comunque non mi ha mai impedito di amarli. È in questo modo – detto tra parentesi – che si capisce che cosa dev’essere costata la Resistenza.

Ho promesso, dicevo, di presentare un po’ per volta alcuni dei libri di Vance, quelli che per me sono stati i più importanti. Nulla di serio, nulla di definitivo. Non sono uno storico della letteratura né un giornalista letterario, al massimo un micro-collega con qualche piccola, ridicola fissazione letteraria. Lo stesso ho intenzione di fare con Iain [M.] Banks.

Il Mondo di Durdane, uscì in lingua originale tra il 1971 e il 1973. Fu pubblicato in Italia dall’Editrice Nord nel 1976 con introduzione di Riccardo Valla a tutti e tre i volumetti, il primo tradotto da G. Staffilano e gli ultimi due da Roberta Rambelli. Piccolo particolare, nell’edizione originale il secondo e terzo volume contenevano un riassunto delle puntate precedenti scritto dall’autore e che l’edizione italiana puntualmente replicò traducendoli.

Complessivamente i tre volumi contano meno di 600 pagine in traduzione italiana, i relativi titoli sono Il mondo di Durdane [Anome], Il popolo di Durdane [The Brave Free Men] e Asutra [Asutra]. Piccolo particolare di interesse scarso ma a suo modo rilevante, io posseggo un cofanetto dei tre volumi insieme, ciascuno dei quali risulta rilegato all’americana, ovvero con le pagine che si staccano e tendono ad andare alla deriva ognuna per conto suo. L’edizione originale, nella collana Argento, era viceversa cucita.

vance con banjoProtagonista di tutte e tre i volumi è Gastel Etzewane, un musicista – anzi un musicante – suonatore di Khitan, uno strumento a corde dotato di un collo, ovvero di una tastiera, e di un corpo. Lo so, a qualcuno probabilmente è venuta in mente una vecchia foto di Vance che suona un banjo… Ma il Khitan, per come viene descritto, parrebbe uno strumento un po’ più complesso e musicalmente più ricco. In ogni caso il nostro Gastel nasce in un cantone periferico del continente di Shant, diviso in due aree politiche, una governata dall’Anome, l’altra – Palasedra – dai Duchi Aquila. Più vasto, poco abitato e sostanzialmente selvaggio il secondo grande continente di Durdane, Caraz.

«Il pianeta Durdane è stato colonizzato migliaia di anni fa da vari gruppi di persone che volevano sfuggire a una Terra troppo meccanizzata, e col passare dei secoli è diventato il regno di ogni sorta di comunità eccentriche.»

Il nostro musicante, che non ha mai ricevuto il suo «torc» – un raffinato strumento di controllo personale e sociale, ovvero una piccola carica di esplosivo che può far saltare al testa se opportunamente azionata da una subalterno dell’Anome – dopo un’infanzia complicata nel mondo dei “bimbi puri chiliti” e un’apprendistato non facile tra i manovali della Pallonvia, giunge nella capitale in compagnia di Ifness, un misterioso terrestre. Da qui nasceranno le sue complicate e divertenti avventure.

asutraIl romanzo procede brillantemente nei primi due volumi, segnando un po’ il passo nel terzo, ma si tratta ovviamente di un parere personalissimo. Di davvero interessanti ci sono alcuni aspetti del romanzo che merita sottolineare, anche perché ci permettono di comprendere la visione del mondo dell’autore:

– I bimbi puri chiliti, un gruppo di puritani fissati con la contaminazione che viene dal principio femminile. Difficile trovare qualcosa di altrettanto ironico e crudele verso una pratica religiosa.

– Il Torc: senza torc non si può trovare lavoro ma con il torc si diventa sudditi e non cittadini. Gastel non solo non lo indosserà ma farà l’impossibile per eliminarne l’uso.

– I rogushkoi: ferocissimi assassini e violatori, alti due metri e mezzo e non più svegli di un Orchetto, ma rossi, molto rossi ; )

– L’Anome: il potere politico ignoto. Ognuno può essere un Anome, ma il suo sistema è lento, poco efficace, facilmente permeabile a un’entità aliena.

– Gli Asutra: un esempio paradossale di parassiti parassitati.

– I duchi-aquila: molto seri, molto temibili, molto oscuri e poco avvicinabili. In tutto e per tutto Fantasy ma degnamente presenti anche in un romanzo di sf. Una piccola, deliziosa abitudine di Jack Vance.

Cosa desurmene da un simile insieme di particolari? Beh, che il nostro buon Vance era quantomeno poco ortodosso da un punto di vista religioso, ovvero che era un laico laicista, come si usa dire in questi tempi. Che diffidava del potere, in qualunque forma apparisse o si presentasse, che amava giocare con i temi classici della sf e che non disdegnava costruire entità chiaramente ripescate dal fantasy. E che, in generale, credeva tanto profondamente nella sf da non prenderla troppo sul serio.

Jack-Vance-cat-dogFinisce qui il primo incontro con John Holbrook Vance. Ritorneremo su alcuni aspetti della sua estetica e della sua (mancanza di) etica. Per il momento invito chi mi legge a cercare la trilogia: è una buona lettura, molto meno banale di quanto possa apparire.

Questo è un genere per vecchi

La fantascienza è diventato un genere per vecchi. Vecchi lettori, vecchi libri, vecchie storie. E spesso per morti.

Di seguito un paio di recensioni, una a un libro di Jack Williamson, l’altra a un libro di Ray Bradbury, entrambe scomparsi, l’uno nel 2006, l’altro nel 2012, Non ho idea se i libri recensiti esistano e si trovino ancora o se siano anch’essi morti, come i loro autori. So per certo che qui, nel mio cuore esistono ancora. E anche nella mia libreria, detto per inciso.

TheBlackSun

Jack Williamson, come Ray Bradbury, Frederick Pohl, Jack Vance e Poul Anderson è stato uno dei grandi autori della SF, abbastanza arzillo e lucido da scrivere una storia come Il Sole Nero a ottant’anni suonati, con lo stesso spirito e la stessa vivacità dei suoi capolavori dei tempi d’oro (Il Figlio della notte e Gli Umanoidi, tanto per citarne due).

La partenza del romanzo è parecchio pasticciata, tra ecoterroristi stupidotti e violenti e biechi – anzi biechissimi – speculatori, ma quando finalmente l’astronave decolla e arriva nel sistema del Sole Nero le cose prendono tutt’altra piega. Il Sole Nero, infatti, è esattamente ciò che suggerisce il nome: una stella morta e fredda, un’ombra lugubre nel cielo buio di un pianeta ghiacciato.

L’aspetto intrigante della cosa è che, come ne La porta dell’Infinito di Frederick Pohl, non solo i viaggiatori dello spazio non hanno scelto la loro destinazione, ma neppure possono, ragionevolmente, riaccendere il motore e andarsene da lì. Definitivamente naufragati su un pianeta che almeno un miliardo di anni prima deve essere stato simile alla Terra e altrettanto popolato, gli infelici colonizzatori devono vedersela con un comandante pavido e ubriacone e la sua cricca di frustrati e poco di buono, cercare una spiegazione alla comparsa di enigmatiche manifestazioni di vita, sopravvivere a incubi e visioni ispirate da misteriosi manufatti alieni, resistere a forme di possessione, scampare a un clima che è poco definire allucinante, mentre cercano di abituarsi all’idea di fondare una comunità umana in un luogo tanto spettrale.

Vicino per qualità della suggestioni a film come Alien, il Sole Nero non è soltanto un ottimo esempio di sf d’avventura, ma è anche un’opera dotata di una fortissima carica evocativa. Per buona parte del romanzo si avverte come un brivido l’abisso insondabile del tempo, si prova la sensazione inconscia dell’infinito, sia nelle descrizioni che nei dialoghi, che si immaginano stranamente assorti e risonanti. Questo è esattamente ciò che viene definito come il senso del meraviglioso, un’emozione inquietante eppure familiare, una forma letteraria di ascesi dalla quale è difficile disintossicarsi.

Quicker Than the Eye - Ray Bradbury_resizedcover

Nel 1996 Ray Bradbury (autore, per chi non lo ricordasse anche di Fahrenheit 451, Cronache marziane e Il Popolo dell’Autunno) pubblicò un’antologia dal titolo: Quicker then eye (Più veloce di un battito di ciglia), divenuta, nella traduzione italiana: I fiori di Marte, editore Mondadori Urania.

Geniale, no? Soprattutto in un libro dove non solo non c’è nessun racconto che porti questo titolo, e dove in 262 pagine la parola Marte non ricorre mai. Ma in fondo la colpa è dell’autore, è stato lui a iniziare con Marte…

Bene, siamo seri. Racconti, si diceva. Per lo più brevi e che, in genere, hanno ben poco a che vedere con la sf. Storie di fantasmi, racconti surreali o gotici, ma anche semplici storie d’infanzia e adolescenza, sogni, fantasie o bizzarrie. La nota dominante di Bradbury è una struggente, divertita malinconia, una coscienza acuta del tempo trascorso e dell’unicità di ogni momento, una nostalgia che non ha nulla di stucchevole, ma che è reminiscenza di oggetti quotidiani e piccole abitudini, luci e colori, delle piccole, terribili avventure dell’infanzia. Ho molto amato alcuni racconti di questa antologia (Finnegan, il ragno saltatore [storia piuttosto agghiacciante, da leggere ad amici aracnofobici]; La donna nel prato; L’altra autostrada; Folgorazione; Garbati omicidi) perché, in un certo senso, sono stata lì, ho visto, ascoltato le stesse parole, vissuto le stesse emozioni e sono sicura che dell’uomo e della donna di Folgorazione, del loro rapporto fatto di angoscia e attrazione – per esempio – non riuscirò mai più a dimenticarmi, proprio come sarà difficile per me cancellare dalla memoria il fantasma della madre/fanciulla di La donna nel prato, anche perché realizza un sogno inconfessato di molti: incontrare la propria madre giovane, sapere ciò che ha provato, ricostruire la sua vita per intero.

Bradbury vela con un sottile umorismo la sofferenza per il tempo trascorso, per le radici perdute, per quella parte della vita nella quale era ancora possibile provare stupore. Il suo rapporto con la sf è probabilmente segnato proprio da quel desiderio di stupirsi ancora, di provare meraviglia come nell’età compresa tra i 5 e i 10 anni, quando tutto sembra molto serio e molto nuovo.

I coloni terrestri di Cronache Marziane, positivi, materiali, coraggiosi sono sensibili soltanto alle visioni che i marziani risvegliano in loro e ne hanno un sacrosanto terrore. Vincono, alla fine, perdendo se stessi. Un po’ quello che sta capitando a noi tutti. Fortunamente ci sono ancora scrittori come Ray Bradbury capaci di risvegliare il ricordo dei nostri ieri dimenticati.

Rare luci dell’Universo

light

Continuo il mio tranquillo viaggio tra gli apparenti «minori» della sf con un autore decisamente particolare e con un suo libro – uno dei tre romanzi pubblicati in Italia – che merita la fatica di cercarlo, nonostante l’ovvia fatica di ritrovarlo, soprattutto perchè i possessori sono – almeno nel mio caso – molto riluttanti a cedere la propria copia.
M. John Harrison è un autore inglese, nato nel 1945 e autore di numerosi romanzi e novelle, come abbiamo visto quasi mai tradotte in italiano. Anche la serie che comprende Light, la  Kefahuchi Tract trilogy non è ancora completa, dal momento che a Light e a Nova Swing – pubblicato in Urania nel giugno 2010 – non ha ancora seguito Empty Space, comunque uscito in lingua originale soltanto nel 2012. Diciamo che Urania ha ancora un po’ di tempo…
Ultimo particolare, Light. pubblicato in Gran Bretagna nel 2002 (e in Italia nel 2006), ha vinto il James Tiptree jr. Award.

M John Harrison

La sensazione che la fantascienza sia almeno agonizzante, se non proprio defunta, nasce da tanti piccoli indizi. Tra questi il declino di una gloriosa testata come «Urania», un declino che la politica non propriamente audace dell’attuale direzione della rivista non basta a spiegare. Sui motivi della crisi o quantomeno del rarefarsi dei lettori – soprattutto tra i giovani – e della povertà di idee e di nuove proposte si è discusso parecchio anche su queste pagine e non mi pare il caso di ritornarci sopra. Resta il fatto che uno dei generi letterari che più punta sul «fascino» delle sue intuizioni e delle sue visioni sembra ormai tra i meno affascinanti, puntando a una semplice sopravvivenza fatta di stanche ripetizioni e goffe autoimitazioni.
Ma agli appassionati come me capita talvolta di chiedersi se si tratti di puro e semplice strabismo dovuto alla posizione defilata di noi lettori italiani e alla sostanziale scomparsa di editori italiani «dedicati». Ed ecco che la pubblicazione di un romanzo come Luce dell’Universo (Light) di M. John Harrison riesce a compiere due piccoli miracoli. A creare interesse per la cara vecchia Urania e contemporaneamente a rassicurare chi, come noi, pensa ancora che la fantascienza abbia ancora un lungo futuro davanti a sé.
Luce dell’Universo è un romanzo straordinario, nel senso letterale di fuori-dall’ordinario. Con un’ambientazione sospesa tra il XX e il XXV secolo racconta in parallelo le vicende di Micheal Kearney, un fisico mentalmente instabile, perseguitato da una visione terrificante, di Ed Chianese, uno spostato di genio inseguito un po’ troppo da vicino dal suo passato e di Seria Mau, un’astronauta dal carattere aspro e spigoloso, viva soltanto per inseguire i suoi inaccessibili fantasmi.
La fortissima suggestione di Light nasce dalla combinazione dell’efficacia icastica del linguaggio – mirabilmente resa dalla traduzione di Vittorio Curtoni – con il fascino allucinato dei luoghi descritti, un fascino che innerva e illumina ogni momento del romanzo, il presente dai freddi colori acidi come il lontano futuro, raccontato con il distacco epico di autori come Raphael Lafferty, Cordwainer Smith o il Frederick Pohl de La porta dell’Infinito.
Per chi si è impigrito sul linguaggio seriale di tanta fantascienza frettolosamente tradotta la combinazione M. John Harrison / Vittorio Curtoni può risultare micidiale, ma una volta scrostato un po’ il cervello è facile accorgersi che Light è uno di quei romanzi da leggere trattenendo il fiato, camminando in punta di piedi e abbandonandosi – in qualche passaggio superbo – alla pura e semplice contemplazione.
La fantascienza è senso del meraviglioso, certo, ma qui è anche il racconto di vite spezzate e contorte, dolore, umorismo, mito, follia e smarrimento. Con Light M. John Harrison riesce a regalarci un tipo di emozione che appartiene allla stagione che segna il termine dell’infanzia. L’intuizione – breve e infinita – delle dimensioni incommensurabili dell’universo del quale siamo diventati parte.
Un’emozione che, forse, soltanto la migliore fantascienza può nuovamente regalare.
Ovviamente è del tutto probabile che il romanzo risulti ormai introvabile. Beh, esiste sempre la possibilità di richiederlo come arretrato. E, in ogni caso, è bene parlare di Luce dell’Universo nella speranza che qualcuno alla Mondadori prenda in considerazione la possibilità (improbabilissima) di ristamparlo in altre collane, regalando al libro una vita un po’ meno breve e stentata.

luce universoM. John Harrison, Luce dell’Universo
Mondadori «Urania», € 4,10
trad. V. Curtoni

Ricordando il 2001

immagine coperta sf1Dodici anni fa usciva un libro – un piccolo libro – dedicato a un convegno di fantascientifici e del quale vi ho parlato qui, in apertura dell’intervento di Vittorio Catani.

La scorsa settimana ho inviato la richiesta all’ottimo Luca Masali, autore all’epoca di un intervento sull’ucronia (Ucronia, il presente che non è) di poter ripubblicare il suo intervento su queste pagine e su quelle di LN-LibriNuovi. La risposta di Masali è stata in tutto degna dell’autore de “I biplani di D’Annunzio”, cioé rapida, poetica e squisita.

Ma certo Massimo, mi fa molto piacere. […] magari lo aggiorno essendo passata parecchio tempo…

Questa è ovviamente una buona notizia ma anche, da un certo punto di vista, una cattiva notizia. Infatti per questa settimana l’intervento di Masali non uscirà. Fermo restando che non appena disponibile uscirà su queste pagine, “in sostituzione”, come si diceva qualche tempo fa in TV, vi trasmetto la presentazione di un capolavoro della sf di ogni tempo: Condominium, di James Graham Ballard.

condominium 

Un capolavoro tradotto per la prima volta da Urania, nei primi anni Settanta, e rimasto fervidamente nel ricordo di coloro che lo lessero all’epoca. La storia è basata su una situazione limite, com’è tipico di molti romanzi di Ballard, e sull’unicità di luogo: in questo caso un titanico condominio di cinquanta piani, assolutamente indipendente dal resto della città e parte di un complesso di edifici progettati dall’architetto Royal.
Nella costruzione risiedono all’incirca duemila essere umani, con a disposizione un asilo, una banca interna,.due piscine, un centro commerciale, due ristoranti, aria condizionata e numerosi altri confort. Gli appartamenti costano uno sproposito e gli abitanti del condominio sono professionisti affermati, dirigenti d’azienda, gente dello spettacolo e della TV, artisti: insomma la crema del ceto medio produttivo e il fiore fiore del rampantismo (allora ancora pre-tatcheriano). Tutto normale, quindi? No, proprio no. Molti hanno esperienza delle minuscole, meschine eppure rabbiose, isteriche liti di condomino. Provate a elevarle a potenza dieci, venti, cento, e avrete un’idea ancora abbastanza pallida di quello che accade nel libro di Ballard. Si comincia con i litigi e le penose ripicche per bambini e cani che sporcano e si giunge ben presto all’inferno, dapprima alla guerra per bande, poi ad un’anarchia da incubo, fino a quando la situazione si stabilizza con un numero di abitanti ridotto all’incirca ad un decimo del numero originale, quasi in una puntuale realizzazione delle osservazioni di Konrad Lorenz sull’aggressività negli spazi chiusi e limitati.
Ma il libro di Ballard non si lascia certo leggere con una chiave così povera: lo scivolamento dalla citivtà al comportamento “tribale” non ha nulla di naturale, gli uomini e le donne del palazzo, trasformati da qualche secolo di civiltà, sono assolutamente incapaci anche di una collaborazione da ominidi e da canidi. In realtà sembrano cadere in una condizione pseudo-infantile, giocano alla guerra ed allo stupro con la serietà a volte lugubre di bambini abbandonati, resa oscena dai tic e dall’habitus mentale di adulti sciocchi e senza principi. Come negli altri libri della serie catastrofica di Ballard (Vento dal nulla; la foresta di cristallo; Deserto d’acqua; Mondo sommerso) a suo tempo pubblicati da Urania, ciò che viene investigato con attenzione minuziosa è il mutare, in una situazione estrema, dei riferimenti etici che guidano il comportamento dfel cosiddetto uomo civile occidentale, soluzione narrativa che permette all’autore di sceneggiare la solitudine, lo stupore, il vuoto, di investigare, cioè, lo spazio interno (l’Inner Space della New Wave nella FS anni ’70) per scoprirlo desolatamente vuoto o aberrante.
Ciò che trovo particolarmente affascinante di questo e degli altri romanzi di Ballard è l’irriducibilità del comportamento dei personaggi ai sistemi di interpretazione più canonici (psicoanalisi, marxismo, antropologia culturale, sociobiologia), senza confinarlo alla pura e semplice irrazionalità: solo l’illustrazione piana e spietata di comportamenti possibili.
Molto in questo libro ricorda Il Signore delle mosche di William Golding: il desolato disincanto, l’atteggiamento freddo e sereno dell’autore, il filo sottilissimo di humour nero e di gelida intelligenza che vivifica il libro, un insieme di emozioni che meritano tutta la nostra attenzione e il nostro orrore.