ALIA (in) Italia

salgari_04È passata poco più di una settimana dall’incontro che ha riproposto ALIA a lettori ed autori e il tempo passato non è stato certo sprecato.

Sto meditando su altri possibili contatti, ho ripreso i contatti con gli autori delle precedenti edizioni e ho ricevuto altre proposte e suggerimenti, quanto basta per darmi da un lato qualche patema d’animo e dall’altro convincermi che la vita di ALIA era tutt’altro che terminata.

salgari_02Il primo a muoversi è stato l’ottimo Fabio Lastrucci, scultore, illustratore, scrittore, animatore del gruppo FB “Romanzi di fantascienza” e redattore della rivista on line Fralerighe-fantastico, curioso, appassionato, impulsivo e generoso è subito partito alla carica con Vincent Spasaro – di cui si terrà una presentazione proprio stasera a Torino -, Maurizio Cometto e  Dario Tonani invitandoli a collaborare con il futuro ALIA. E in giornata ho già ricevuto risposte e osservazioni dai soggetti indicati, a conferma che ALIA non è poi così sconosciuta come temevo (l’immagine qui sopra con Salgari e’ opera di Andrea Bonazzi).

Il giorno successivo ho scritto a Mario Giorgi, autore di fantastico tra quelli che apprezzo di più e in risposta ho avuto molto di più che una letterina di consenso, ma un lungo racconto Avvistamenti che abbiamo iniziato subito a leggere.

salgari_03Dopodiché ho scritto a Vittorio Catani – che non mi pare il caso di perder tempo a presentare – e lui, senza minacce, blandizie e peraltro senza batter ciglio, mi ha promesso un racconto per il prossimo ALIA. Degli altri italiani ne ho parlato già nel precedente post e quindi non mi ripeterò qui. La cosa davvero importante è che ALIA esiste, sia pure per il momento soltanto tra i confini nazionali e che il progetto sta continuando. Altra cosa, altrettanto interessante, è che credo esista una necessità – anche questa molto sentita – di incontrarsi e confrontarsi con un pubblico di lettori, una necessità divenuta vitale per gli autori di fantascienza e fantastico in Italia. No, non voglio ritornare sul tema troppe volte sottolineato della situazione del fantastico oggi in Italia, ma lasciatemi dire che avere un’occasione in più di farsi leggere e di collaborare con altri autori può essere una buona opportunità. Una buona occasione per scrivere e una altrettanto buona per essere letti. Adesso ritorno alla lettura, del racconto di Giorgi, ovviamente. A rileggerci presto!

Ultimissimo particolare, di interesse minimo ma tutto sommato non irrilevante, le immagini di questo post ricordano un grande autore di fantastico italiano…

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Il giorno dopo ALIA

La mattina successiva, per la verità.

Ci siamo visti, una manciata di eroi, stanchi, cinici, delusi ma non depressi, pronti ancora una volta a rovesciare il mondo del fantastico per pochi spiccioli e soprattutto per il gusto  di farlo.

14_DF-06492R.jpgCi hanno videoripreso e presto pubblicheremo il filmato, sperando che l’eccellente violinista klezmer che ci ha accompagnati per tutto il tempo della presentazione dallo stand della Regione Piemonte, non abbia completamente cancellato le poche parole che ci siamo scambiati.

Silvia ci ha ricordato in che cosa consiste il fantastico, io, Massimo Citi, ho ricordato che cosa aveva scritto Vittorio Catani sul fantastico italiano nella prefazione alla prima edizione – attualmente esaurita -, Davide Mana ci ha raccontato che vuol dire trattare con autori come David Brin, Walter John Williams (e con la sua bestia nera, Robert Silverberg) e Fulvio Gatti ci ha raccontato il suo gusto di partecipare ad Alia entrando così nella tribù di David Brin. Se non avete capito nulla della frase precedente continuate a leggere.

È stata un’ottima serata, conclusa con la solenne promessa di creare un altro ALIA. Sul serio. Un ALIA in forma di e-book al quale segua a breve lo stesso ALIA in forma cartacea. I tempi sono cambiati, giudabacco, e i libri anche. Non c’è più la libreria, noi siamo stanchi, cinici e delusi, ma un altro ALIA non ce lo toglie – e non VE LO toglie – nessuno. Fate attenzione, voialtri lì fuori, noi abbiamo ricominciato a  tramare. The young Sylvia sarà di nuovo l’editor e noi tutti i traduttori, gli autori, i distributori, i fiancheggiatori del nuovo ALIA.

Ci vediamo presto, là fuori.

Ah, già. Davide ci ha raccontato anche questo: quando chiese a suo tempo a David Brin l’auorizzazione a pubblicare un suo racconto in ALIA Anglosfera, Brin si fece spiegare il progetto e poi rispose più o meno: “Siete della mia tribù e vi dò il racconto”. Appunto.

Qui sotto, Silvia con accanto un povero pirla, visibilmente disturbato (dal violinista).

silvia treves ALIA

L’Ucronia, il presente che non è – parte seconda

Ed ecco la seconda parte dell’articolo di Luca Masali, Ucronia, il presente che non è. Qui il link alla prima parte dell’articolo.

Tutti i miei migliori ringraziamenti all’autore dell’articolo e ai lettori che hanno partecipato venendo fin qui a leggerlo. Il fatto che la seconda parte dell’articolo esca nel giorno della festa dei lavoratori è ovviamente del tutto casuale e non intende affermare alcunché sul rapporto tra la storia dei lavoratori e l’ucronia. Giusto? Giusto.

alternate-history

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4. Ibridazioni pericolose

Il confine tra romanzo ucronico e romanzo storico talvolta è molto labile, può capitare che i due generi siano talmente avvinghiati che è impossibile dire dove cominci uno e dove finisca l’altro, così come spesso è arduo dire se un certo testo è fantascienza o ucronia, o anche se l’ucronia faccia parte della fantascienza o no. Visto che grazie al cielo in letteratura non esiste una cartina al tornasole per attribuire un certo testo a un genere o a un altro, lascerei volentieri la questione agli editor delle case editrici, che devono sbrogliare la matassa per decidere quale collana potrebbe ospitare il romanzo di difficile collocazione. Però forse si può fare qualche considerazione. Negli Stati Uniti, l’ucronia è generalmente accostata alla fantascienza, non foss’altro perché molti dei suoi testi migliori sono stati scritti da scrittori più o meno vicini al genere. In Italia invece l’ucronia ha origini più mainstream. Con questo voglio dire che i migliori testi ucronici nella nostra lingua sono stati scritti da scrittori che poco o nulla hanno a che fare con la fantascienza o qualsiasi altra etichetta dal sapore pulp. Penso soprattutto a Guido Morselli, che tra i sei romanzi pubblicati solo dopo la sua morte ha scritto ottime ucronie, come Contro-passato prossimo e Roma senza papa. Oggi Morselli è considerato una delle figure più significative del Novecento letterario italiano, ma finché era vivo non riuscì a pubblicare nulla. Anche perché l’ucronia è una brutta bestia da pubblicare, essendo ai margini di tutto: ai margini del mainstream, ma anche ai margini della fantascienza, una piccola nicchia in costante pericolo di estinzione. Per difendersi, spesso l’ucronia si maschera, e si contamina col genere che abitualmente viene considerato più vicino, la fantascienza, usando trucchetti che in qualche modo «giustificano» il cambiamento del corso della storia, come i viaggi nel tempo o i «mondi paralleli». Talvolta si tratta di un puro intervento cosmetico, che non aggiunge e non toglie nulla all’impianto della storia, mentre altre volte l’artificio diventa parte integrante della vicenda, consentendo all’autore di sfaccettare sempre di più il suo presente ucronico, visto che se c’è un mondo parallelo possono essercene antri centomila, e se si può cambiare il presente viaggiando nel tempo si possono fare non una, ma decine di «correzioni»:  per esempio, Black in time di John William Jakes, titolo che si regge sul gioco di parole tra «nero» e «indietro», è un’ucronia caleidoscopica dove il presente si modifica in continuazione a causa della lotta nelle pieghe del tempo tra un afroamericano deciso a migliorare le condizioni di vita della sua gente modificando il passato e un aguzzino del KKK che lo bracca tra i secoli. Divertentissima e scoppiettante, questa ucronia ha anche il pregio (ai miei occhi) di non essere per nulla politically correct. Più delicato è il caso in cui l’ucronia si ibrida col romanzo storico, magari con la foglia di fico letteraria di non portare l’ucronia fino in fondo, ma suggerendo che, se un piccolo evento si fosse (o non si fosse) verificato, le cose avrebbero potuto andare in modo diverso. È un caso che si verifica in moltissimi romanzi, anche in testi difficili come L’ultima tentazione di Cristo di Nikos Kazantzakis, diventato anche un film diretto da Martin Scorsese: l’ucronia-bomba, cioè la tentazione di Cristo di evitarsi la croce per crearsi una tranquilla famiglia con la Maddalena, si risolve in una fuga onirica dalla realtà, ma alla fine Gesù accetta il suo destino.
La commistione storia-ucronia è delicata, e non sempre il risultato è all’altezza delle premesse. Per esempio, nel testo di Robert Harris (solo quasi-omonimo del creatore di Hannibal) Fatherland, siamo di fronte a un classico dell’ucronia: l’azione si svolge negli anni sessanta «modificati», dove Hitler ha pareggiato la guerra, raggiungendo una pace onorevole. Il regime nazista, molto simile a quello che negli anni sessanta «reali» reggeva la Germania Est, va verso la dissoluzione a seguito di una indagine non autorizzata del classico sbirro dal volto umano (che qui veste i panni della Gestapo) che scopre la terribile verità nascosta dal regime, e cioè l’olocausto. Nonostante il testo sia considerato generalmente come un ottimo romanzo, personalmente mi lascia perplesso: l’olocausto è una realtà storica che conosciamo benissimo, non si capisce perché dovrebbe essere questa la sorpresa che incombe sulla cupa vicenda: o meglio, è ovvio che sia una rivelazione orribile per i personaggi, ma per chi legge è tutto ovvio. Volendo concedere a Harris il beneficio del dubbio si potrebbe pensare che voglia fare una satira contro le tesi negazioniste, ma le mie perplessità rimangono, e continuo a considerare Fatherland come un pasticcio, pretenzioso nell’impianto e mediocre nei risultati. Molto più divertente, sempre in tema di nazisti, Il signore della svastica di Norman Spinrad, dove Hitler emigra in America e scrive un romanzo di fantascienza. Il romanzo è per l’appunto uno dei testi di Hitler.

the iron dream5. Qualche tema alla moda

Qual è l’epoca che si presta meglio all’ucronia?
La risposta è: Boh!
In effetti gli scrittori si sono cimentati in un po’ tutte le epoche, quasi sempre tenendo conto della necessità di cui abbiamo accennato sopra, e cioè scegliere un evento che sia ben conosciuto e si presti a diventare simbolico. Vediamone qualcuno, in rigoroso ordine cronologico, tralasciando quelle che riguardano la seconda guerra mondiale, che sono talmente tante da diventare un caso particolare.

5.1. Cambriano (500 milioni di anni fa). Estinzione di massa dei dinosauri, evoluzione delle specie

Temi lontani ma ben rappresentati. Uno dei capisaldi è la trilogia Eden di Harry Harrison, dove l’estinzione di massa dei dinosauri non c’è mai stata, e i lucertoloni sono diventati intelligenti. Molto carino, per quanto riguarda la preistoria remota, il raccontino di Giù nel paleozoico di Robert Silverberg, che parla di una colonia penale, posta in un passato remotissimo: addirittura l’Ordoviciano, era in cui le terre emerse non erano ancora state colonizzate dagli animali e dalle piante, mentre c’era una discreta fauna marina a base di trilobiti, ammoniti e bestiacce consimili.
Il cuore della storiella (pubblicata in Urania nella raccolta Strade Senza Uscita. Il numero è il 505, quindi risale a un bel po’ di annetti fa!) riferisce come a un certo punto la colonia viene smobilitata a causa dell’incivilirsi dell’opinione pubblica, e i carcerati ritrasferiti nel nostro tempo. L’ultimo uomo che decide di fermarsi nell’Ordoviciano ha però nelle sue mani (o meglio nel suo piede) il destino di tutta l’umanità, perché mentre passeggia per la spiaggia primeva nota un trilobite che faticosamente esce dal mare, epigono dei successivi suoi fratelli che avrebbero conquistato i continenti, evolvendosi in dinosauri, scimmioni e uomini. Dopo lunghe riflessioni il nostro eroe decide (bontà sua) di non vendicarsi spatasciando l’animaletto.

winter in eden5.2 Grandi migrazioni attraverso lo stretto di Bering (12.000 avanti Cristo, più o meno)

Senza migrazioni, l’America non sarebbe stata popolata: niente Aztechi, niente Toro Seduto, niente conquistadores. Il tema è stato scelto da Harry Turtledove nel ciclo A Different Flesh, sette romanzi che raccontano la violenza e il razzismo della conquista delle Americhe immaginando che la mancanza di passaggio attraverso lo stretto di Bering abbia portato a un’evoluzione parallela in America, dove vivono ancora mammuth, tigri dai denti di sciabola e soprattutto un popolo strano, evolutosi dall’Homo erectus, considerato subumano e usato come schiavo e cavia per le ricerche mediche da parte degli europei.

5.3. Impero romano (753 a.C. – 395 d.C.)

Un tema sfruttatissimo, ovviamente. Tutto quello che avrebbe potuto succedere se Roma non fosse caduta. Ma anche che avremmo visto se Cartagine avesse vinto le guerre puniche, come scrive Pierre Barbet in Rome doit être détruite. O se i Romani avessero inventato la macchina a vapore (Aquilia in the New World, di S.P. Somtow) e scoperto l’America. Forse il testo più riuscito è Waiting for the Olympians, di Frederick Pohl, dove l’Impero Romano regna su tutta la terra e aspetta l’arrivo degli dèi dell’Olimpo, che sono extraterrestri.

5.4. Esecuzione di Gesù di Nazareth e avvento del cristianesimo (30 d.C.)

Altro tema ben rappresentato: divertentissimo Ecce homo, di Michael Moorcock, dove un curioso viaggiatore del futuro si lascia crocefiggere al posto di Gesù Cristo, per mettere a posto i pasticci seguiti dalla sua gita nel tempo. Nel racconto Ponzio Pilato, Roger Caillois immagina che Pilato liberi Cristo, così il cristianesimo non si afferma. E un saggio celta scrive un’ucronia in cui Pilato non libera Gesù… Il vecchio gioco delle scatole cinesi, peraltro molto ben raccontato.

5.5. Grande peste nera del Medioevo (1348 d.C.)

Ne La porta dei mondi, Robert Silverberg immagina che a seguito della peste nera i turchi abbiano conquistato l’Europa. Il romanzo, per ragazzi, è ambientato nel 1963 «modificato», dove la tecnologia è ferma più o meno all’epoca vittoriana e l’eroe scopre l’America, o meglio l’impero Azteco.

5.6. Scoperta dell’America

Oh yeah, non solo Benigni e Troisi in Non ci resta che piangere hanno cercato di pasticciare con il nuovo continente e la sua scoperta (in questo caso per evitare che la sorella di Troisi sposi un marinaio americano che si comporta da stronzo). Secondo L. Sprague de Camp (in Vineland) sono stati i vichinghi nel X secolo a colonizzare il nuovo continente, la cui capitale – New Belfast – guarda caso è proprio dove sorge New York. Anche i cinesi potrebbero aver fatto l’epocale scoperta, come capita in Ink from the New Moon di A.A. Attanasio. E magari avrebbero potuto scoprirla allo stesso tempo di Colombo, col risultato che gli uni spingevano la frontiera verso est, gli altri verso ovest, per incontrarsi al centro del continente più o meno verso il 1560: è quello che immagina ancora Sprague de Camp, in The Round-Eyed Barbarians.

amazing_stories_1992015.7. Rivoluzione francese e Napoleone

Uomo del destino per eccellenza, Napoleone ha ispirato moltissimi testi, ma che sarebbe stato di lui se Luigi XVI fosse stato un pochino più furbo e avesse dribblato Robespierre e soci? In tema di fallita rivoluzione francese c’è una vasta letteratura, un po’ accademica, fiorita in Francia tra gli anni venti e trenta, con autori del calibro di André Maurois e René Jeanne.

5.8. Guerra di Secessione

Tema ovviamente caro agli scrittori anglofoni, è stato anche esplorato da uno scrittore italiano, Pierfrancesco Prosperi, con Garibaldi a Gettysburgh. Divertente soprattutto all’inizio, quando il Nord perde la guerra per colpa dell’incapacità militare di Garibaldi.

5.9. Prima guerra mondiale e rivoluzione russa

Oltre al già citato Morselli di Contro-passato prossimo, la Grande guerra è diventata il campo di battaglia per le ucronie di molti autori. Paradossalmente non riscuote lo stesso successo la rivoluzione d’Ottobre, se si eccettua Alexandra, di Jacqueline Dauxois e Vladimir Volkoff in cui la rivoluzione non avviene e la Russia diventa «la nazione più potente e più corrotta del mondo». Romanzo tutto sommato noioso e poco interessante; molto più divertente è The Histornaut di Paul Seabury, che immagina un americano, convinto anticomunista, che riesce a tornare indietro nel tempo per far saltare in aria il treno che riporta Lenin a Mosca. Lenin muore, la rivoluzione fallisce e l’eroe torna a casa, per scoprire che a seguito della sua mossa la Germania ha vinto la seconda guerra mondiale e l’America è terra nazista.

fantafascismo

5.10. Dal secondo dopoguerra a oggi

Anche la storia recente piace agli ucronisti. Per esempio la crisi dei missili di Cuba, rivista da Larry Niven in All the Myriad Ways, dove l’escalation della tensione porta alla guerra atomica. O la crisi degli ostaggi a Teheran all’epoca dell’amministrazione Carter, rivisto da Alexis Gilliland, o la morte di papa Luciani: in un racconto di Laura Resnik, The Vatican Outfit ci pensa la diplomazia vaticana a incasinare la vicenda, mandando un mafioso ad avvertire il pontefice del suo imminente assassinio, col risultato che questi prende saldamente la Chiesa nelle sue mani. Sempre in tema di mafia, è molto interessante Cosa nostra che sei nei Cieli, di Edward Paul Wellen, ambientato ai giorni nostri in un presente alternativo in cui la mafia ha preso ufficialmente il potere negli Stati Uniti, mettendo fuori legge il governo che si è ridotto a un manipolo di corsari fuorilegge. Però gli uomini del presidente riescono a far credere alle cosche che c’è il serio pericolo dell’imminente arrivo di un meteorite che li spazzerà via, i mafiosi ci cascano e scappano nello spazio con un’astronave.

L’ucronia, il presente che non è – parte prima

nordamericaalternativo

L’articolo che riporto qui è stato a suo tempo scritto da Luca Masali ed è lo svolgimento (aggiiornato) dell’intervento da lui tenuto nel giugno del 2001 al convegno sulla Fantascienza “La fantasie della scienza”. Un intervento interamente centrato sull’Ucronia, ovvero la Fantastoria o la Controstoria, il famoso: «Che cosa sarebbe avvenuto se…». Secondo la consueta accezione l’ucronia è quella cosa che “Se Adolf Hitler fosse morto nella culla” o “se Josip Vissarionovich Dzugazvili fosse stato fucilato dalla polizia zarista”, ma come ci spiega Luca, può essere anche qualcosa di molto diverso e di davvero sorprendente nel parlarci del nostro qui e ora. Un tipo di letteratura fantastica che amo particolarmente e che Masali ha molto ben rappresentato con il suo “I biplani di D’annunzio”. Ma mi fermo qui e lascio la parola a lui. L’articolo, uscirà in due parti tra oggi e il prossimo lunedì.

Ucronia, il presente che non è

di Luca Masali

1. La letteratura? È un gioco da bambini.

Per chi non l’avesse mai sentita nominare, l’ucronia non è altro che una storia alternativa, una forma di letteratura che parte con la domanda «E che diavolo sarebbe successo se…»: se Napoleone avesse vinto a Waterloo, se Cesare non avesse varcato il Rubicone, se Garibaldi non avesse obbedito, se Armstrong fosse inciampato sulla scaletta del Lem? Se non avessi fumato quella dannata sigaretta?
smoking-no-smoking-(1993)-dvd-alain-resnais-france-!!-8e5e6Già, la sigaretta. Perché l’ucronia può essere anche una micro-ucronia: come capita in Smoking/No smoking, film del 1993 di Alain Resnais con Sabine Azéma e Pierre Arditi. Che in realtà non è un film, sono due: Smoking e No Smoking, appunto. Con gli stessi attori, lo stesso set. E anche lo stesso inizio. Però, proprio nelle prime inquadrature, in un film la protagonista continua a fumare la sua sigaretta, nell’altro la spegne. Da questo semplice gesto nascono due diversissime situazioni, che portano a storie completamente differenti l’una dall’altra. Il regista esplora minuziosamente tutte le possibilità, così che i due film in realtà hanno dodici finali diversi. Il gioco dell’esplorazione è fondamentale per l’ucronia, che vive di ipotesi e del gusto di maneggiarle fino in fondo, per vedere quello che succede. Come nei giochi, specialmente i giochi di fantasia dei bambini, quelli che cominciano con «facciamo che io ero Picachu e tu eri Zorro». Naturalmente, non so da dove sia nata la letteratura, ma credo che tutto derivi dalle balle dei pescatori, con pesci sempre più grossi, fino a diventare draghi, mostri mitologici, paesi favolosi al di là del mare. Nell’ucronia, più che in altre forme di letteratura, il gioco è l’anima della narrazione. A questo punto, sarà bene anche intendersi sulle definizioni, a cominciare dal concetto di «letteratura». Indubbiamente saranno moltissimi coloro che si sono posti questa domanda, e certamente con le risposte si potrebbe scrivere un’enciclopedia in duecento tomi. Personalmente, sono convinto che la letteratura sia qualunque cosa che contenga dei personaggi e una storia, o almeno un canovaccio su cui imbastire una trama. In questa definizione, i confini di ciò che è letteratura si allargano, per abbracciare moltissime forme di narrazione. Il cinema, il teatro, la musica e la parola scritta sono generalmente tutte accettate come membri della categoria «letteratura”. Io ci aggiungo molte altre forme, tra cui il gioco, soprattutto quella famiglia che va sotto il nome di role play, in cui ogni partecipante impersona un personaggio, e la trama nasce dall’interazione tra i personaggi/giocatori, ma anche la stragrande maggioranza dei videogiochi moderni, dove il software dà la scenografia, le regole e alcune situazioni, mentre la trama dipende dalle scelte e dallo stile del giocatore. Nei videogiochi e nel role playing la trama sarà sempre diversa, perché sempre diverse saranno le reazioni dei giocatori a quello che accade, e spesso ci saranno situazioni «di rottura», in cui il gioco prende una direzione completamente inaspettata a causa del verificarsi o meno di un evento chiave. Che è precisamente quello che succede con un testo ucronico: si sceglie arbitrariamente un evento storico, lo si rovescia come un calzino e si vede quello che sarebbe potuto succedere.

2. Ehi, Masali, ma che dici? Qui c’è qualcosa che non va!

Se il discorso che abbiamo fatto finora sembra filare, è solo perché non lo abbiamo ancora approfondito con un po’ di spirito critico. Perché l’ucronia si basa (apparentemente, in realtà non è così, ma un po’ di pazienza e ci arriviamo) su una visione rozza della storia, ferma a prima di Marx e Braudel, prima che si affermasse con forza il concetto di «infrastruttura», di «forze di lunga durata»: insomma, prima di una visione moderna della storiografia. Perché semplifica all’estremo, si concentra sul singolo evento, tralasciando il contesto storico. In altre parole, Mussolini ha attecchito perché c’erano le condizioni storiche perché conquistasse il potere, non è per nulla scontato che se fosse caduto dal seggiolone da piccolo ci saremmo evitati vent’anni di fascismo, tesi quest’ultima che potrebbe essere tranquillamente usata come punto di partenza per un romanzo ucronico. Qui siamo sulle sabbie mobili, perché ovviamente nessuno può dire che cosa sarebbe successo dopo l’ipotetico tonfo dell’infante predappiano, tant’è vero che di solito si tronca la speculazione con la classica frase fatta che «La storia non si fa coi se».
Testa_di_Mussolini__Profilo_continuo_Ma visto che parliamo di ucronia, la storia la dobbiamo fare proprio coi «se», e siamo nei guai fino al collo. Non avendo certezze scientifiche, vi do il mio parere, per quel che vale: secondo Masali, la cosa più probabile è che non sarebbe cambiato un gran che, invece di Benito ci sarebbe stato qualche altro bel tomo pronto a cavalcare la tigre dello sfascio sociale, economico e politico dei tempi, e tutto sarebbe andato più o meno secondo il copione che ben conosciamo. Perché la storia è come uno sterminato gioco di ruolo, dipende dall’interazione di milioni di persone in un dato contesto. Le variabili in gioco sono un numero incalcolabile, tanto da rendere trascurabile il peso di un singolo «giocatore». Milioni di persone possono cambiare il corso degli eventi, le azioni di un singolo possono solo annullarsi nel rumore di fondo. Tant’è vero che, come vuole la saggezza popolare, la storia tende a ripetersi quando le condizioni sono simili.

3. E proprio tu, Masali che scrivi ucronie, vieni a farmi questo bel discorsino? Ma ci sei o ci fai?!

Come dicevo poc’anzi, un po’ di pazienza e ci arriveremo. Il fatto è che l’ucronia usa la storia allo stesso modo in cui la fantascienza usa la scienza. La storia nell’ucronia è un personaggio come tutti gli altri, che deve essere allo stesso tempo realistico e metaforico. Perché la buona ucronia, come la buona fantascienza, parla di noi nel nostro tempo, sia pure attraverso la lente deformante della finzione letteraria. È noto che Wells, quando scriveva La guerra dei mondi, usava i marziani come metafora dell’esercito dell’Impero Britannico, e gli inglesi che subivano l’attacco erano la trasposizione degli indiani (dell’India, non i guerrieri di Toro Seduto) di fronte all’invasione di queste orde dalla tecnica invincibile e dalle motivazioni rese oscure dall’abisso culturale che separava i contendenti. In questo modo, sfruttando abilmente il meccanismo dell’identificazione, riusciva a comunicare ai suoi conterranei come dovevano sentirsi gli indiani in modo paradossalmente molto realistico, più di quanto avrebbe potuto fare con una scrittura più diretta e «ortodossa». Quando Dick scrive La svastica sul sole (The Man in the High Castle), uno dei capisaldi della letteratura ucronica in cui le potenze dell’Asse hanno vinto la seconda guerra mondiale e si sono spartite il mondo, vuole più che altro ironizzare sugli Stati Uniti degli anni sessanta, facendoli diventare da colonizzatori culturali a colonizzati: una chiave di lettura che appare quasi subito, quando si vede un gruppo di turisti giapponesi in kimono che scartabellano in un negozio di «americanerie», andando in brodo di giuggiole quando scovano un vero tesoro: un mazzetto di fumetti di supereroi, testimoni di una cultura scomparsa, espressione di un popolo sconfitto e ormai civilizzato. Naturalmente, anche il romanzo storico più classico sfrutta lo stesso meccanismo di trasposizione: per citare un testo piuttosto noto, ne I promessi sposi Manzoni usa l’escamotage di ambientare il suo testo nella Lombardia del Seicento dominata dagli spagnoli per raccontare della Lombardia del suo tempo, dominata dagli austriaci. La differenza stilistica più importante tra ucronia classica e romanzo storico è il tempo dell’azione. Nel romanzo storico, l’azione è cristallizzata nel passato, indipendentemente dal fatto che il passato del romanzo sia l’immagine più o meno fedele del presente di chi scrive. Nell’ucronia invece l’azione si svolge quasi sempre nel presente, ma un presente alternativo e diverso da quello in cui viviamo giorno per giorno, perché un cambiamento qualsiasi nel corso degli eventi (per esempio, la vittoria dell’asse di Dick) ha cambiato profondamente i giorni nostri. È un cambiamento di prospettiva che regala all’ucronia la sua arma migliore, e cioè il senso del grottesco: il presente è immaginato come plasmato dall’evento storico modificato dalla fantasia dell’autore (momento discronico, come dice qualcuno con un termine che alle mie orecchie suona un po’ troppo trombonesco), e ne risulta un presente deformato ma riconoscibile, si presta a diventare metafora del nostro modo di vivere, lasciando grande libertà espressiva a chi scrive. Dove invece l’ucronia non ha molta libertà di manovra è proprio nella scelta del momento in cui la storia del romanzo diverge da quella «vera». Come scrive il critico francese Jacques Boireau, «il punto di partenza dell’ucronia è forzatamente povero», perché per essere comprensibile al pubblico più vasto possibile l’ucronia deve avere origine da eventi storici conosciuti da tutti, a partire dalle scuole medie. Ma non ha molta importanza, naturalmente: l’importante è che il presente ucronico sia una metafora affascinante, e il suo punto di inizio è un puro pretesto, a cui è chiesto solo di essere credibile, o almeno di apparire credibile.

segue nella seconda parte…

Ricordando un autore dimenticato: Lloyd Biggle Jr.

lloyd biggle

Ci sono alcuni autori che non sono mai stati particolarmente famosi, che difficilmente appaiono nelle osservazioni, nei ricordi o nei rammarichi e persino nel giorno della loro morte vengono ricordati da poche persone, particolarmente in Italia.

Lloyd Biggle Jr. è scomparso nel 2002, dopo un ultimo ventennio trascorso a combattere contro la leucemia. Ha scritto diversi romanzi di sf, ma anche gialli e numerosissimi racconti. Tra questi racconti me ne è passato per le mani uno, pubblicato dalla Sellerio nell’antologia datata 2000, «Il compito di latino». Titolo:  «La professoressa marziana» (tit. or. Andy Madly teach, 1966), una storia di una cinquantina di pagine su un possibile cambiamento della scuola sul nostro pianeta, divenuta a tutti gli effetti una sorta di “Saranno famosi” o “Amici” e dove gli insegnanti sono costretti a tecniche assai poco ortodosse per continuare ad avere un numero sufficiente di ascoltatori-allievi. Un racconto raffinatamente perfido verso la prevalenza dei media e sulle smanie esibizionistiche divenute leggi dello stato. Un racconto non abbastanza letto, evidentemente, e una piccola luce rimasta accesa su un pezzetto di strada che il mondo si è lasciato indietro da molto tempo.

compito-latino-nove-racconti-modesta-proposta-1875049b-2544-4b41-9907-f29283f353d6Aver riletto il racconto mi ha ricordato alcuni romanzi a suo tempo pubblicati dall’editrice Nord e a suo tempo letti, «Furia dall’ignoto» [Fury out of Time, 1965], «Ai margini della galassia» [The Still Small Voice of Trumpets, 1968] e «Gli Olz di Branoff IV» [The World Menders, 1971] e un vecchio Urania, «Tutti i colori del buio» [All the Colors of Darkness, 1964]. Romanzi gradevoli, vivaci, in qualche occasione allegri o ironici senza mai divenire sarcastici o brutali. Aveva una voce “autoriale” in qualche modo inconfondibile, Lloyd Biggle, e una passione per la musica – da musicologo e da insegnante di musica – che ritornava spesso nei suoi libri. come in «Ai margini della galassia», dove la creazione di una fanfara diventa il punto di inizio di una rivoluzione. Uno snodo assolutamente imprevisto in un pianeta di civiltà approssimativamente medievale ma i cui abitanti hanno una passione inestirpabile per l’arte e la musica. Qualcosa che mi è rimasto profondamente dentro e che mi ritorna in mente sempre quando penso alla nostra povera patria.

E la rivoluzione, il cambiamento dello stato delle cose in seguito a un moto popolare, ritorna anch’esso più volte nei suoi libri, come una necessità, un’esigenza indifferibile. Una rivoluzione rigorosamente pacifica, non-violenta, nella quale sono elementi inattesi o imprevisti a fungere da innesco. Come in «Furia dall’ignoto», dove la rivoluzione delle città-stato terrestri è la rivolta di un pugno di studenti del lontano futuro contro una stupida e avida satrapia locale.

furiaCredo che faremmo bene a rileggerlo, Lloyd Biggle Jr., soprattutto in Italia, soprattutto di questi tempi. Giiusto per arrivare a immaginare una rivoluzione non violenta, nata da un insostenibile sentimento comune di ripulsa. Una rivoluzione che regali a tutti, ma particolarmente ai grassi omuncoli che parlano anche per conto nostro, una «decrescita felice» reale e un mondo rinnovato.

Lo so, lo so, sono fantasie assurde e molto letterarie. Ma fanno bene al cuore e all’anima. E aiutano a crearsi dentro un mondo migliore. Grazie di tutto, Lloyd Biggle.

La fantascienza italiana, tra scienza e cultura umanistica – Seconda parte

Qui la prima parte

Ecco qui la seconda parte dell’intervento di Vittorio Catani.

Ringrazio di cuore coloro che sono intervenuti già dopo la prima parte e invito chi volesse intervenire nella seconda parte a farlo senza esitare. Buona lettura! Da venerdì riprenderà la normale programmazione del blog.

di Vittorio Catani

forbidden planetQuale la reazione dei lettori?

Alcuni accettavano con interesse queste sperimentazioni, ma i più preferivano una fantascienza “ortodossa” e una maggiore aderenza alle origini “popolari”. La fantascienza dei vari Levi, Calvino eccetera, era spesso eccellente ma usava moduli narrativi e un linguaggio “classici”. Quanto all’editoria specializzata, va detto che essa ha, nei fatti, sempre decisamente scoraggiato — se non stroncato — queste sperimentazioni. Rare e il più delle volte di modeste, se non di modestissime dimensioni le case editrici che, talora, si sono mostrate più aperte (vanno ricordate le testate Oltre il Cielo, Futuro, Interplanet, la collana Galassia negli anni Settanta, curata da Vittorio Curtoni e Gianni Montanari; la rivista Robot negli anni Settanta). Il tentativo di innesto — o forse di mutazione, siamo in tema — sostanzialmente fallì.

Il dibattito, mai risolto, oggi si è spostato anche in rete, per esempio nelle mailing list italiane di fantascienza.

Tuttavia spesso, negli anni, sono tornati interrogativi di base ineludibili: come giudicare una storia di fantascienza ben scritta dal punto di vista narrativo, ma contenente qualche assurdità o strafalcione scientifico? Uno degli autori sotto tiro, in questi casi, è stato il grande Ray Bradbury, e in particolare le sue celebri Cronache marziane (1950), volume a suo tempo apparso in Italia in una prestigiosa collana letteraria, la Medusa di Mondadori, e che continua tuttora a essere ripubblicato e ristampato attestandosi tra i capisaldi della narrativa fantascientifica, se non della narrativa tout court. A dimostrazione, forse, della limitatezza dei nostri strumenti di indagine e di un certo accanimento catalogatorio. Le storie ricche di fascino, lirismo e riflessione sull’uomo che costituiscono le Cronache denotano una personalissima fantascienza al limite con il fantastico. Da parte sua, Bradbury negli anni ‘60 dichiarava provocatoriamente di non saperne nulla di scienza e di non possedere né un’automobile né un televisore; e la sua narrativa era, in effetti — riporto da una “quarta di copertina” dell’epoca — “una protesta contro lo scientismo, il materialismo, il commercialismo, che distruggono l’elemento poetico e fiabesco”.

D’altro canto non si può pretendere che solo gli scienziati abbiano i crismi per scrivere fantascienza. Nel 1965 uscì una antologia per Rizzoli, Racconti di fantascienza scritti dagli scienziati. Vi figuravano nomi di fama mondiale: Leo Szilard, Norbert Wiener, Julian Huxley, Willy Ley, J.B.S. Haldane, e altri. Inutile dire che le uniche storie “leggibili” della raccolta erano quelle scritte dagli scienziati-veri-scrittori, cioè Isaac Asimov e Arthur Clarke. Inoltre va considerato che solo un pubblico ancora più ristretto, all’interno della stessa fantascienza, può apprezzare una science fiction cosiddetta hard, cioè fortemente caratterizzata dalla estrapolazione su dati di scienza.

Ma esiste anche una scienza soft. A proposito delle “scienze umane” (antropologia-etnologia, sociologia, linguistica, cioè scienze non matematiche, ma egualmente basate su metodi scientifici), Darko Suvin ha scritto:

Le “scienze soffici” possono, con ogni probabilità, meglio servire come base della fantascienza, piuttosto che le scienze naturali “dure”; e di fatto sono state la base di tutte le migliori opere fantascientifiche.

Un’opinione, questa, che si ricollega in qualche modo ad Aldani.

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Darko Suvin

La mia opinione, molto personale, è che ovunque si scriva di scienza, l’autore abbia l’obbligo professionale di documentarsi con cura. Un libro anche bellissimo, ma che non ottemperi a questo criterio, sarebbe (a mio parere) imperfetto. Un lettore potrebbe sentirsi preso in giro dalla introduzione improvvisa di una nuova, inverosimile invenzione; o da un palese errore scientifico in assenza del quale la storia prenderebbe tutt’altra strada. Ma, ciò posto, mi appare storicamente evidente che la presenza del dato scientifico e la sua sopravvalutazione o sottovalutazione, siano, nel nostro campo, anche questione di tendenze, di evoluzione.

James G. Ballard, dal suo canto, fin dal 1962 aveva sconvolto l’ambiente della science fiction inglese con un pamphlet rimasto celebre, Come si arriva allo spazio interno?, in egli cui invitava provocatoriamente gli scrittori a buttare alle ortiche le avventure nello spazio intergalattico per rivolgersi a quelle interiori, cioè alla psiche dell’uomo. Questa esortazione lasciò vistose tracce in molti dei maggiori autori degli anni ’60/70, e che restano a tutt’oggi fra i migliori: Farmer, Disch, Moorcock, Aldiss, Spinrad, Dick, Delany, Zelazny, Lafferty, John Brunner, Joanna Russ, James Tiptree jr (alias Alice Sheldon), tantissimi altri. Al riguardo, scriveva nel 1979 Antonio Caronia ne I labirinti della fantascienza:

Una delle caratteristiche di questa “nuova fantascienza”, è che il confine fra reale e immaginario diviene tanto tenue da scomparire. […] Proprio perché la distanza fra immaginario e reale è abolita, proprio perché siamo immersi in un universo iperreale, la nuova fantascienza può fornirci strumenti così fini di rappresentazione e di critica della realtà. Non è più la vecchia dialettica fra utopia e antiutopia, fra letteratura apologetica e letteratura di denuncia dei “nuovi inferni”. La scrittura della nuova fantascienza, piuttosto, è impegnata in operazioni di destrutturazione del reale, di esplorazione di nuovi codici comunicativi, in un universo che la crisi e la scomposizione del linguaggio tiene costantemente aperto. Tanto la vecchia fantascienza si teneva ancorata ai moduli stilistici e alle convenzioni di intreccio dei “sottogeneri”, quanto la nuova fantascienza gioca con quelle convenzioni stilistiche e narrative, fino a stravolgerle, a farne degli elementi autentici di critica e di conoscenza.

Credo siano parole abbastanza indicative.

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4. Uno sguardo alla nuova fantascienza hard

Oggi, nonostante tutto, persiste un filone hard di scrittori statunitensi, o inglesi, che propongono cioè una science fiction altamente speculativa sotto il profilo scientifico o scientifico-filosofico, rinnovando e aggiornando un filone tradizionale di questa narrativa (filone che ha sempre vantato numerosi estimatori) con concetti ripresi dalle ultime acquisizioni.

Penso non tanto alle realtà virtuali, alle tecnologie delle nuove telecomunicazioni, e alle bio-ingegnerie, già abbondantemente sfruttate dal filone cyberpunk, quanto a campi o argomenti quali le nano-tecnologie, la meccanica quantistica, l’intelligenza artificiale, le scienze legate agli studi sul caos, la “complessità”, la morfogenesi, la genomica, la proteonomica, le scienze informatiche biomimetiche che trattano di reti neurali, algoritmi genetici, eccetera. E poi, varie branche abbastanza nuove da essere state considerate quasi nuove scienze: psicologia cognitivista evolutiva, nuove frange della teoria dei sistemi non lineari, neuroetologia computazionale, visualizzazione/analisi visiva (imaging) celebrale funzionale… e perché no, la stessa matematica. In un suo ciclo di romanzi sui robot, Rudy Rucker (che è un matematico) ha affrontato il tema della “coscienza come costrutto software” utilizzando scoperte e intuizioni nei settori dell’IA (intelligenza artificiale), delle biologie, della “consapevolezza delle macchine”, per esempio in una trilogia: Software. I nuovi robot (1981), Wetware. Gli uomini robot (1988) e Freeware.La nuova carne (1997). Un altro suo romanzo, Luce bianca (1980) ha per tema un’analisi delle ipotesi sul continuum di Cantor. Di Rucker apparve in Italia anche un vasto saggio, La quarta dimensione (1994), in cui l’autore mescolava estrapolazione scientifico-filosofica e riferimenti fantascientifici.

Greg Egan è un’altra interessante leva della moderna fantascienza tecnologica: il suo poderoso, stupefacente romanzo Permutation City (1994) narrava fra l’altro della clonazione informatica di parte dell’umanità e di automi cellulari (cioè della simulazione di organismi viventi eseguita in calcolatori con programmi di evoluzione biologica), in una grandiosa visione speculativa che, a mio parere, ne fa un’equivalente odierno e amplificato del classico La città e le stelle di Arthur C. Clarke (1956). In un racconto, Luminous, (1998) Egan parte da un’altra idea molto speculativa: che nell’universo si siano formate, subito dopo il Big Bang, “sacche” nelle quali la matematica di numeri particolarmente grandi presenta delle incoerenze, che si affacciano a turbare gravemente la nostra logica di tutti i giorni. Questo “difetto”, dapprima solo teorizzato, viene poi verificato tramite un computer che opera su base quantica. È’ una storia densa di concetti e riflessioni di particolare interesse (e bellezza, direi: d’altronde la fantascienza può trasformare in poesia la scienza) sulla natura e i fondamenti della matematica, sulla natura dell’universo, insomma su noi stessi. La maggior parte delle storie di Egan hanno impostazioni e tematiche di questo genere.

Altri autori muovono dal presupposto secondo cui le leggi “assurde” della meccanica quantistica riescano a sconfinare dalle dimensioni microscopiche che ad esse competono, per cui incontriamo personaggi che devono sottostare a un’esistenza paradossale, giusto come accade per le particelle elementari. Altra idea che ha ottenuto particolare successo (già citata sopra) è la teoria del caos. Scrittori di differente estrazione (Pynchon, Vonnegut, Martin Amis, James Ballard, Jeff Noon, Alec Effinger…) hanno sondato le ambiguità dell’inversione temporale, o della teoria di Hugh Everett sulla moltiplicazione degli universi. Esistono in realtà campi di indagine ancora non fruttati (né ben chiariti), dove il confine tra fantasia, scienza, e anche narrativa non fantascientifica, spesso sfuma molto. E sono venuti alla ribalta nuovi notevoli autori: Charles Stross, Ken MacLeod, Ted Chang… e altri.

Ma qui, ovviamente, entriamo in un altro discorso…

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Pubblicato in prima versione
da CS_Libri nel giugno 2001

in “Le fantasie della scienza”

La fantascienza italiana, tra scienza e cultura umanistica

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di Vittorio Catani

Questa volta non dovrete sentire la mia voce, ma potrete ascoltare qui quella ben più autorevole di un vero e riconosciuto autore di fantascienza, uno dei pochi che può vantare una lunga – anche se ovviamente non ricchissima di riconoscimenti economici – carriera. Qualche anno Vittorio intervenne a un convegno sulla sf tenuto presso l’università di Torino, promosso dalla rivista LN-LibriNuovi, presentando alcune sue riflessioni sulla storia della sf in Italia. Ne nacque un documento che, con quello di altri autori, pubblicammo in uno speciale della rivista. Qualche giorno fa mi venne l’idea di ripubblicare il suo articolo e chiesi a Vittorio l’autorizzazione a farlo. Dal momento che Vittorio è un vero signore non solo mi ha autorizzato la pubblicazione ma ha inserito qualche ulteriore elemento, rendendo più attuale il suo intervento.

L’articolo uscirà diviso in due parti, tra oggi e martedì 12.3.

La fantascienza italiana tra scienza e cultura umanistica

di Vittorio Catani

1. Premessa

SaturnoTerraUn osservatore esterno potrebbe pensare che in un genere come la fantascienza — “science” + “fiction” — il rapporto fra le due componenti dichiarate (scienza, narrativa) sia scontato, pacifico. Ma una occhiata appena più approfondita rivela l’ambiguità, i contrasti e addirittura la conflittualità creati nel tempo, all’interno dell’entourage fantascientifico, dal rapporto fra scienza e narrativa. Già la traduzione/reinvenzione italiana del termine, “fantascienza”, ne è di per sé una spia: “fantasia” e “scienza”. Una sorta di ossimoro: può mai essere scientifica una fantasia, o fantastica la scienza?

Nel nostro Paese, la moderna science fiction viene introdotta “ufficialmente” nel 1952 tramite la collana mondadoriana Urania (ma c’erano già stati altri tentativi, e alcuni precursori). In Italia questo genere letterario, però, venne subito a incontrarsi, e scontrarsi, con una mentalità, una cultura, una situazione sociale, del tutto diverse da quelle esistenti negli Usa.

Questo mio intervento verte pertanto su due punti essenziali:

a) brevi note sul rapporto fra scienza e fantasia (o fiction) nella fantascienza;

b) interpretazione ed esiti del predetto rapporto, nel nostro Paese.

Con la doverosa precisazione che tratterò tali argomenti più che da teorico della fantascienza — che non sono — in veste di lettore e scrittore del genere.

Conclude la presente relazione un rapido cenno alla ultima “fantascienza tecnologica” (o hard, come viene solitamente definita).

2. Scienza e fantasia

Lo studioso canadese Darko Suvin, ne Le metamorfosi della fantascienza (1985, Il Mulino), afferma che ogni storia di science fiction parte da un novum. Con tale termine egli intende una “invenzione” (congegno, tecnica, fenomeno, relazione), o anche una “ambientazione”, o un “agente” (personaggio o personaggi principali), postulati sulla base del metodo scientifico. La presenza di questa ipotesi nella narrazione, genera conseguenze sviluppate dall’autore coerentemente con le conoscenze della scienza a noi nota. Ciò vuol dire che partendo dalla sua premessa, lo scrittore deve giungere a conclusioni che gli stessi scienziati potrebbero ritenere plausibili.

Fin qui Suvin. Ma questo tipo di percorso narrativo (che è poi pane quotidiano della fantascienza) può in realtà dirsi “scientifico”?

Il punto è che i fatti raccontati in una storia di science fiction non trovano riscontro nell’esperienza comune.

Eppure, anche gli scienziati spesso usano analoghe estrapolazioni. Arthur Clarke, Paul Davies, e una miriade di altri hanno provato, per esempio, a ipotizzare — in volumi non di narrativa ma di divulgazione — futuri sviluppi della tecnologia, o morfologie di pianeti del Sistema solare. Nella fantascienza quindi converge un modo di ragionare tipico della scienza.

Ma andiamo oltre. Nel suo famoso romanzo La mano sinistra delle tenebre (1969) Ursula K. LeGuin descriveva Inverno, un ipotetico pianeta abitato da quasi-umani, e una società simile alla nostra eppure molto distante; una storia capace di coinvolgere emotivamente il lettore. In un suo articolo, Paolo Lombardi scriveva (1989):

Che dire dell’ipotesi […] che esista un pianeta […] e la specie che lo abita? Secondo Popper, le asserzioni strettamente esistenziali non sono falsificabili, e dunque sono metafisiche. In questo senso, la fantascienza non contiene scienza. Tuttavia non pare giusto tacciarla di metafisica. Non si può infatti mettere sullo stesso piano proposizioni del tipo “esiste Dio”, ed “esiste una specie vivente simile a meduse su Giove”. La prima, infatti, non è falsificabile in via di principio; laddove la seconda sarebbe falsificabile in base all’osservazione, qualora fossimo in grado di esplorare minutamente il pianeta Giove. [La questione è che nella fantascienza] l’ipotesi di partenza della storia è immaginaria; la facoltà cui occorre far riferimento circa la natura delle sue ipotesi è dunque l’immaginazione.

Per contro, è ormai comunemente accettata l’idea che esista anche una “immaginazione scientifica”. Il biologo inglese Peter Brian Medawar, premio Nobel per la medicina 1960, in L’immaginazione dello scienziato ha scritto (1972):

Tutti i progressi della conoscenza scientifica, ad ogni livello, cominciano con un’avventura speculativa, una preconcezione immaginativa di ciò che potrebbe essere vero — una preconcezione che sempre e necessariamente va un po’ oltre (e talvolta molto oltre) tutto quanto di cui abbiamo un’evidenza logica o fattuale. È l’invenzione di un mondo possibile, o di una minuscola frazione di tale mondo. L’ipotesi è successivamente sottoposta al vaglio critico per scoprire se quel mondo immaginato è in qualche modo simile a quello reale. Il ragionamento scientifico è perciò a tutti i livelli una interazione tra due episodi di pensiero, un dialogo a due voci — l’una immaginativa, l’altra critica; un dialogo se volete, tra il possibile e il reale, (…) tra ciò che può essere vero e ciò che di fatto è.

 E altrove ha aggiunto:

Nella scienza, l’elemento immaginativo esiste nella concezione, non nel linguaggio attraverso cui detta concezione viene espressa e trasmessa.

È peraltro una immaginazione, quella dello scienziato, di natura differente da quella fanta-scientifica, perché quando Isaac Asimov o Bruce Sterling immaginano qualcosa non sono obbligati a compiere verifiche: ecco dunque un primo punto in cui la scienza, in fantascienza, viene inquadrata in un ambito ben preciso, direi limitato.

aldaniLa radice del problema era stata già affrontata da Lino Aldani in un suo noto saggio del 1962: l’autore di fantascienza, più che badare alla attendibilità del presupposto, si adopera affinché la sua premessa, quand’anche in contrasto con le nostre attuali conoscenze, venga sviluppata coerentemente e rispettata come fosse una inoppugnabile verità scientifica (in La fantascienza, 1962):

La science fiction non è, come molti credono, scienza vestita di fantasia ma esattamente il contrario, cioè fantasia pura ricoperta dai veli di una elaborazione razionale, non importa se dispiegata paradossalmente.

Cosa significhi “elaborazione razionale”, è intuibile: le storie di science fiction devono svolgersi sullo sfondo di un corpo di cognizioni già esistenti, o comunque rappresentare una sorta di “esperimento mentale” che si adegui a una logica scientifica condivisa.

Da questi cenni credo emerga un primo quadro di base — abbastanza lineare, nonostante tutto — circa il ruolo della scienza nella science fiction. Ma ovviamente, nella pratica, le cose non stanno esattamente così, per vari motivi:

– la fantascienza è un genere molto ampio, basato su convenzioni, e con zone-limite che sfumano in altri ambiti narrativi;

– alcuni autori, volutamente o inconsapevolmente, talora non rispettano le norme del genere;

– c’è stata una fantascienza (specie a partire dagli anni Settanta) che ha concentrato la sua attenzione non sul novum ma sull’aspetto linguistico;

– infine, oggi siamo in epoca di contaminazioni (non solo da radiazioni…)

Alcune di questi “elementi di disturbo” emersero fin dagli anni Cinquanta, con la nascita di una fantascienza italiana: e siamo al secondo punto del mio intervento.

3. Science fiction… made in Italy

essenza_cataniAllorché la science fiction apparve nelle edicole italiane (1952), il nostro Paese usciva dalla guerra, ed era sostanzialmente una nazione agricola. Essa aveva una storia diversa da quella degli Usa. La ricerca scientifica era modestissima, le tecnologie restavano quasi ottocentesche. Quanto alla cultura dominante, era intrisa di classicismo e aveva delle materie scientifiche una considerazione di subalternità. La fantascienza quindi — tranne rarissime eccezioni — fece molta fatica non solo per affermarsi, quanto a essere oggetto di una seria considerazione. D’altronde noi scontavamo, e in parte ancora scontiamo, eredità ingombranti. Da un lato il persistere di concezioni idealistiche secondo cui, per esempio, l’Arte era totalmente autonoma rispetto a qualsiasi altra attività umana. Arte disinteressata e autosufficiente, universale, cosmica. A-storica. In una concezione simile, le conoscenze scientifiche e tecniche rivestivano un ruolo secondario, “inferiore”, utile solo a fini pratici, immediati. “ancillari”.

A queste influenze si sommavano altre vecchie eredità, non meno determinanti.

Nell’Ottocento, il Romanticismo europeo aveva esaltato fra l’altro i valori della fantasia (da cui anche la riscoperta partecipata delle leggende, del folklore e delle tradizioni popolari nazionali, nei vari Stati europei); ma in Italia il movimento romantico fu visto e temuto come uno sradicamento della nostra tradizione classica, come adesione a una poetica straniera, quindi antipatriottica. Per cui si privilegiò e assecondò un Romanticismo che parlasse alla popolazione, ma per esaltarlo alle libertà civili e all’indipendenza dall’oppressore. In tal modo — per quanto ci riguarda in questo contesto — restava soffocato appunto l’aspetto “fantastico”, il lato anche oscuro, irrazionale, e veniva al contempo esaltato il ruolo del cattolicesimo.

Cattolicesimo a sua volta incompatibile con la narrativa fantastica, dal momento che questa si mostra, per sua natura, trasgressiva nei confronti di una realtà che invece il senso comune per un verso, e la visione religiosa per un altro, danno per scontata.

Qui parlo di “narrativa fantastica” con riferimento a fiabe, folklore, storie del soprannaturale; ma evidentemente queste motivazioni concomitanti fecero sì che da noi il terreno non fosse favorevole a recepire anche il nuovo genere fantastico del XX secolo, la fantascienza. Anzi: l’accoglienza dell’establishment culturale fu (tranne rarissimi casi: Monicelli, Solmi, Eco, Dorfles, Luce d’Eramo), decisamente ostile, ironica, se non irridente. E ancora oggi se ne percepiscono strascichi.

 Ad ogni modo, sulla scia della neonata collana Urania e di altre pubblicazioni più o meno effimere si andava formando un pubblico di estimatori del genere, dal quale sarebbero usciti i primi scrittori.

eclisse-2000-uc_044_aldaniInevitabilmente, in assenza di una visibile tradizione specifica, i primi tentativi furono l’imitazione dei modelli made in Usa. E che di imitazioni si trattasse, era subito evidente all’occhio di qualunque lettore appena smaliziato. Tranne poche valide eccezioni, la maggior parte dei nostri esordienti fanta-scrittori rivelava, a parte una scarsa dimestichezza con i meccanismi della narrativa di genere (ma questo problema si sarebbe potuto superare — come si superò — nel tempo), anche una insufficiente cultura scientifica. Non si trattava solo della carenza di generiche conoscenze di base (alle quali, per dirne una, avrebbero potuto sopperire testi specializzati, ammesso di reperirli facilmente, il che era quasi impossibile), quanto soprattutto emergeva l’incapacità di individuare tematiche scientifiche originali, padroneggiarle nei loro risvolti tecnici e sociali, trasformarle in materiali narrativi che avessero un respiro cosmopolita, non provinciale. Da questo punto di vista i vari Heinlein, Asimov, Leinster, Anderson, Clarke eccetera mostravano spesso una padronanza, un mestiere, una genialità, una ricchezza di idee da lasciare sbalorditi. Molti di quei fanta-narratori americani erano al contempo scienziati: un “matrimonio” culturale da noi, a quell’epoca, quasi blasfemo. D’altronde, gli Usa hanno sempre rappresentato la terra mitica delle scoperte fatte (o dei marchingegni costruiti) nel garage dietro casa, oltre che il luogo della grande industrializzazione, della ricerca scientifica seria, dei prestigiosi laboratori: di conseguenza (piaccia o no) gli States furono — e restano — la fucina dell’immaginario tecnologico contemporaneo. Un background francamente schiacciante che gli autori italiani, con tutta la bravura e la buona volontà, non erano in grado di improvvisare.

Un solo esempio, per dare un’idea. Sul quindicinale Oltre il Cielo (una rivista che si occupava delle nascenti astronautica e missilistica, e al contempo dava ampio spazio alla fantascienza italiana) scriveva un’autrice dalle notevoli doti, Giovanna Cecchini. Uno dei suoi racconti più famosi resta Mio figlio non è un mostro (1959). Vale la pena soffermarsi su un aspetto della trama.

L’autrice immaginava un gruppo di coloni terrestri trapiantati sull’inospitale pianetino Io, satellite di Giove. Dopo alcuni mesi, a una coppia di coloni nasce un bimbo: il primo umano a vedere la luce su un altro mondo. Ma qualcosa ha funzionato male: Donald, il bambino, si rivela portatore di una mutazione mostruosa. Ha un minuscolo becco, la lingua cornea, il corpo ricoperto da migliaia di squame iridescenti. Dopo il primo sconcerto, se non orrore, i terrestri si rendono conto però che Donald è una creatura perfettamente adatta all’ambiente di Io. Superato il primo trauma, la madre annota:

 Donald non dovrà starsene rinchiuso in eterno nella Base. Potrà correre fuori a ruzzolare nel folto dei prati spinosi, potrà tuffarsi nei gorghi delle acque ustionanti senza alcun timore. Sarà un bimbo felice. E un bimbo felice non è un mostro.

oic-1Ovviamente il racconto contiene un elemento inaccettabile: l’adattamento di una specie (quella umana) al mutare dell’ambiente esterno avviene gradualmente, su tempi di millenni o milioni di anni, non nell’arco di una sola generazione. Ebbene, la nostra fantascienza dei primordi era piena di episodi del genere, spesso di vere e proprie assurdità scientifiche.

Tuttavia, proprio questo racconto offre l’occasione per evidenziare una diversa tendenza subito emersa nella fantascienza di casa nostra. In fondo, qual era lo scopo di Giovanna Cecchini? Far intendere, tra le righe, che la “mostruosità” non esiste, in quanto questione relativa. Su Io, è proprio Donald la vera creatura “normale”; mentre gli inadatti, quindi i mostri, sarebbero i terrestri. In sostanza la science fiction della Cecchini non era che un modo nuovo (all’epoca) per raccontare, in una forma allegorica abbastanza trasparente, la tematica della diversità.

Stava nascendo insomma, non senza polemiche, un primo tentativo di “via italiana alla fantascienza”: proprio in considerazione della mancanza di una cultura tecnico-scientifica, si rinunciava di fatto a virtuosistiche estrapolazioni in materia, si era disposti a passare in second’ordine l’accuratezza del riferimento scientifico, per sottolineare gli aspetti umani e psicologici dei personaggi, o quelli etici, filosofici, allegorici, di vicende comunque imperniate sull’impatto con nuove tecnologie. Come dire: si privilegiava il contenuto umanistico.

Lo sviluppo di questa corrente riuscì anche a cooptare, a vari livelli, qualche altro raro nome illustre del nostro l’ambiente letterario mainstream: Libero Bigiaretti, Teodoro Giuttari, Inìsero Cremaschi, Gilda Musa, Gianni Arpino, Ennio Flaiano, Giacinto Spagnoletti, Ugo Facco de Lagarda, Livia Contardi, Lodovico Terzi, Primo Levi (ma con lo pseudonimo Damiano Malabaila), Italo Calvino, Dino Buzzati, Tommaso Landolfi, Paolo Volponi,e altri: nell’insieme, una “via” diversa (con taluni nomi essa assumeva anche un tono “colto”), che veniva ad acquistare una sua peculiarità, anzi veniva additata come più idonea alla eredità culturale del Vecchio Continente, e nostra in particolare.

[continua]

Scrivere fantascienza in tempi bui

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Beh, dopo tanto riflettere, meditare, considerare, osservare direi che adesso è venuto il momento di perdere un po’ di tempo, cominciando – per esempio – a considerare come si scrive o non si scrive un romanzo di sf.

Correte perditempo…

La sf è un genere di letteratura che in Italia è praticamente morta. Il poco che ne appare può essere mooooolto vecchio e pubblicato per risparmiare sui diritti d’autore, come nel caso di Urania, o attentamente celato sotto una denominazione di comodo: «Un romanzo sorprendente» o «Un’avventura dai curiosi risvolti». MAI presentare la parola «fantascienza», in copertina come nei risguardi.  Se volete scrivere sf e sperate di trovare un editore che ve lo acquisti e lo distribuisca – parlando di un vero editore e non di un tipografo briccone – dovrete considerare che in Italia non esistono più editori di sf e che il vostro lavoro nasce handicappato in partenza, anche più del solito.

Ma se non esistono più – o quasi – editori attenti alla sf, qualche lettore esiste ancora. Certo, si tratta di lettori spesso troppo non più giovani, quindi particolarmente difficili e schifiltosi, o allegri pischelli – detto con tutta la possibile simpatia – quindi non sempre così pronti a riparametrare le categorie mediali tra il libro, il film e il videogioco. Non saprei dire se per un autore è preferibile essere paragonato a “un misto di Lloyd Biggle e di Van Vogt ma privo del giusto rapporto con la speculazione scientifica” o  “un Assassin’s Creed 4 giù di pile” e lascio a chi mi legge il privilegio di deciderlo. Però i lettori esistono ancora anche se, come azzardavo nel post precedente, astuti come personaggi di Jack Vance, vecchi leoni prevenuti contro i decennali bidoni editoriali o a corto di denaro come certi giovani di mia conoscenza, pronti a scaricare aggràtis e a impugnare l’e-reader siccome fulminatore a raggi. Con lettori di questo genere gli editori hanno deciso da tempo che non c’è trippa per gatti e che è meglio abbandonare il campo, fingendo che la fantascienza sia defunta come il melodramma, il romanzo d’appendice e il poema cavallesco.

E un poveretto che si ostina a scrivere sf che cosa deve fare? Beh, sicuramente rinunciare da subito a qualsiasi sogno di gloria. A meno – cosa della quale sono assolutamente incapace –  di essere pronti, come Francesco Troccoli e il suo Ferro sette, a un lavoro capillare (e interminabile) di avvisi tramite web sull’esistenza, propria e del proprio libro. Se non vi sentite pronti a suonare virtualmente tutti i campanelli della nazione per avvisare che il vostro libro è uscito,  rinunciate, come si diceva, ai sogni di gloria.

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Ma rinunciare non significa non scrivere e tacere per sempre. Si può scrivere ugualmente, anche se fatalmente sprovvisti di un mastino – pardon di un editor professionista – che vi mastichi le caviglie obbligandovi a terminare un libro, a non superare un certo numero di cartelle, a evitare certe situazioni, a enfatizzarne alcune e a tagliarne altre. L’unico editor con il quale avrete a che fare sarete voi stessi, un editor eccessivamente cattivo in alcune occasioni e tragicamente distratto in altre.

È umano, anzi fatale, commuoversi leggendo le proprie righe. Trovarle bellissime, estramamente espressive, ricche di riferimenti e di notazioni, intelligenti e sorprendenti, rapide ed efficaci, malinconiche e insieme sardoniche. La cosa che appare curiosa è che gli altri non colgano tanta ricchezza e notino qualche particolare di interesse minimo o trascurabile. Bene, una delle prime cose da imparare è che se è abbastanza logico intenerirsi leggendosi. come giovani madri davanti ai propri frugoletti, non si può pretendere nemmeno ipoteticamente che questo possa accadere a coloro – pochi o tanti che siano – che vi leggeranno. È bene ricordare che scrivere è un lavoro ingrato, dove vi capiterà di sentir parlare benissimo e per i motivi sbagliati di un testo che reputate uno dei vostri minori e malissimo, e magari con qualche ragione, di un testo che amate intensamente e che considerate meraviglioso.

Ma sto andando fuori tema. Si stava parlando di sf, ovvero di una delle passioni letterarie della mia vita. Il numero di libri di sf letti nel corso del mezzo secolo e passa della mia vita è di diverse migliaia, tenendo conto che, visto il mio lavoro per trentasei anni,  non ho  letto soltanto fantascienza. E si diceva che la fantascienza è in crisi, particolarmente qui in Italia. Sui motivi meriterebbe – e sicuramente meriterà – parlarne in questo blog, ma un brevissimo accenno merita farlo. La fanta / scienza ha visto via via separarsi le due parti del suo nome. Da una parte un fantastico non più legato a una proiezione completa, razionale e quindi credibile dell’esistente, dall’altra a una scienza che si è spezzata in mille e mille rivoli di specializzazioni inafferrabili e ha puntato su prospettive che non mirano più al benessere generale, nè – e questo è particolarmente interessante – a una possibile apocalisse definitiva. Il linguaggio attuale della scienza è straniante, pericoloso, talvolta manicheo, spesso addomesticato. Nel gioco del futuro è entrato il nostro pianeta – l’unico – e l’epidemia come trasmissione di un malessere contagioso ha soppiantato l’apocalisse. Gli autori di sf sono diventati meno infantili, l’estetica letteraria è lentamente filtrata nei loro testi finendo col selezionare un genere di lettori meno di bocca buona di un tempo. Autori come McEwan, McCarthy, Murakami, Mitchell, Ishiguro e altre centinaia di scrittori hanno “saccheggiato” gli stilemi della sf per raccontare il nostro mondo senza che sui loro libri sia comparso l’infame logo “fantascienza”. La fantascienza non è morta, semmai dovremmo prendere atto che ha conquistato la letteratura. Se poi in Italia questo non accade temo che il motivo sia nella politica delle case editrici e nella fenomenale “ignoranza delle persone colte”, quelle per cui la cultura e la scienza battono strade differenti.

mccarthyMa, come accennavo, ritornerò su questo discorso. Anche perché perlomeno un pensierino su come viene concepito attualmente l’universo rispetto a come veniva spiegato anche solo dieci anni fa merita farlo. Per quanto mi riguarda, infine, ritornerò presto sul perché e su come si scrive fantascienza, perlomeno secondo il mio personalissimo punto di vista e ovviamente invito altri autori a farsi vivi, a raccontare e a raccontarsi. Anche perché… no, poi ne riparliamo.

Sull’apparente tramonto del fantastico

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«Una comunità dedicata alla letteratura d’immaginazione» è scritto nell’intestazione di questo blog. Molto vero, anche se della comunità per il momento sono solo io a dare qualche segno di vita. Ma questa non è la cosa davvero importante, la cosa importante è che non solo noi “comunitari” funzioniamo a corrente alternata ma anche la letteratura d’immaginazione non se la passa troppo bene. Lo spunto per questo intervento mi è stato gentilmente fornito da Nick di Nocturnia con il suo post dedicato alla letteratura fantastica, a sua volta ispirato dal post di McNab75 di Plutonia Experiment. “Un ventennio di desertificazione” è il modo nel quale McNab75 presenta il tramonto del fantastico, mentre Nick parla di “Un naufragio del quale anche noi siamo responsabili”.

Ovviamente, da appassionato di fantastico più o meno dalla più tenera età non posso che dirmi d’accordo con entrambi anche se… No, non intendo fare un lungo discorso ma soltanto mettere in rilievo alcuni elementi del paesaggio che merita notare.

Il rapporto con i libri e la lettura.

In Italia, come dovremmo sapere tutti i lettori di almeno dodici libri all’anno sono un 5-6% della popolazione nazionale, poco più di tre milioni di persone, delle quali più della metà donne. Una percentuale che non è cambiata dagli anni ’80 e che nel 2011 ha visto anche un significativo calo, nel senso che l’ISTAT denunciava un diminuzione di 400.000 unità, probabilmente in parte dovuta a una reale diminuzione di libri letti/anno e in parte a una certa confusione delle domande (quanti libri ha comprato nel 2010?) e delle risposte tra libri cartacei ed e-book. Ma, come ci spiega il sito di Pandemìa.info, se di una reale diminuzione si tratta è necessario cominciare a riflettere sulla situazione e sulle possibili vie d’uscita. Di cominciare a progettare una politica per la lettura reale, necessariamente a tempi medi o lunghi ma vitale per la stessa sopravvivenza della lingua italiana alla quale, come tutti coloro che scrivono, sono piuttosto affezionato.

Un calo di lettori è comunque una sconfitta per la cultura italiana, inutile far finta di nulla. E sinceramente non credo si tratti di un problema di generi – non che manchi un certo snobismo tipicamente italiota nel presentarsi come raffinati intellettuali che dispregiano la mid-cult e il fantastico, ma questo è sempre esistito – ma di un problema più generale di profonda crisi nato da una sostanziale mancanza di progettualità culturale. La progettualità culturale, in sostanza, è il mettere in atto tutti i possibili meccanismi che risveglino la curiosità intellettuale dal livello locale fino a quella nazionale. Una politica culturare può essere condotta dalla biblioteca vicino a casa vostra, dalla scuola di vostro figlio, da un’associazione culturale o da un circolo privato così come dalle tivù locali o dalla RAI. Può essere una pubblica lettura al giovedì come uno sceneggiato televisivo in dodici puntate, un film per la tivù, un programma nelle ore di massimo ascolto, quello che volete. Basta che l’ente pubblico decida di farlo.

Biblioteca«Ma perché non si fa? Perché nessuno fa nulla?»

Non è giusto dire che l’ente pubblico non ha fatto nulla, anche se oggi siamo giunti in fondo alla discesa. Una parte del problema – e penso che molti possano fare esempi tra le proprie conoscenze – è che i fondi degli enti statali e locali sono stati spesso accaparrati da una serie di cacicchi ex-politicamente impegnati, riciclatisi come “operatori culturali” e sostanzialmente inamovibili. Questi hanno rincorso progetti cervellotici di zero ricaduta nel tempo e scarso interesse generale, finendo con l’allontanare e scoraggiare i veri talenti. Detto per inciso è di questo genere di soggetti che parla un libro certamente discutibile ma sicuramente utile come Kulturinfarkt appena uscito in Germania, che propone di «Azzerare i fondi pubblici per far rinascere la cultura».Ciò che non è passato per il funzionariato, comunque, è stato impiegato in interventi a pioggia di utilità pari a zero. Se e quando riapparirà la possibilità di creare e sostenere progetti culturali si dovrà riflettere e non poco sulle modalità e sui mediatori dei progetti.

Ma peggio, molto peggio di loro hanno fatto gli operatori economici per antonomasia, i grandi editori – di libri, film, televisione e di tutto quel che volete – che hanno sistematicamente puntato sul margine di utile più facile e immediato. Quindi programmotti scemi, libri da una sola stagione, cinepanettoni. Mai pensare al futuro, mai preoccuparsi di chi verrà dopo. Per la cultura si è fatto, in sostanza, ciò che si fa per la natura, cementificando, inquinando, distruggendo.

«Perché non si pubblica più fantascienza?», semplice, perché il pubblico della sf in Italia è non soltanto (relativamente) ridotto ma anche dannatamente furbo e chiunque voglia operare in tale settore dovrà mettere in conto di lavorare in perdita per anni. Oppure dovrà lavorare a bassi costi (de me fabula narratur) e con una distribuzione rudimentale.

«Perché esce soltanto fantasy sciocchina?», perché i diritti di traduzione da qualche anno a questa parte costano maledettamente e gli autori adulti fanno un sacco di storie sui diritti d’autore. Non è forse meglio un giovane pisquanello senza tanti grilli per la testa, miracolato per la pubblicazione e con tantissimi amici?

«Perché l’horror è così seriale? Perché non esiste più un fantastico quotidiano come piaceva a Calvino?». Beh, provate un po’ a rispondervi da soli, basandovi anche sul dato di fatto che se da un lato c’è sempre meno tempo per leggere dall’altro Mondadorifeltrinellirizzoli devono pur guadagnare. Ovvero sopravvivere.

sopravvivereI tavoli delle novità librarie sono qualcosa di desolato, nel settore del fantastico ma non solo. Ed è qui il punto nevralgico della discussione: la situazione va avvitandosi rapidamente e a un’offerta basata sulla necessità di rientri sempre più ravvicinati fa riscontro un pubblico deluso che non compra. Che non guarda. Che rinuncia.

Il problema, in sostanza, non riguarda soltanto il fantastico e non riguarda soltanto i libri. O, se preferite, gli e-book. Non siamo in fondo alla discesa, ma non manca molto. E i blogger sono incredibilmente tra i soggetti di una possibile rinascita. I blogger sono infantili, litigano per un nonnulla, sono rissosi, vanìagloriosi, ottusi e narcisi? Certo. Ma cercano di scrivere, di pubblicare, di creare un ambiente vivo e vitale, ricettivo, che nei casi migliori si sforza di guardare al futuro, di preparare i fondamenti di una nuova editoria.

Se l’Italia ha qualche speranza per il futuro questo è anche tra le pagine trascurate di migliaia di blogger. Non smettiamo, per carità. Non cediamo, non scoraggiamoci. Ne va del nostro futuro e della nostra lingua.

Di meglio, a pensarci bene, non abbiamo nulla.

Una decadenza fantastica

Non è un momento particolarmente felice per il fantastico in Italia.

Opinione personale, anzi personalissima che sono, anzi, pronto a rivedere e ripensare se qualcuno vorrà avere la santa pazienza di mettere in evidenza (eventuali) controtendenze e/o novità emergenti.

Non è un momento felice per la triste scarsità della produzione italiana, impantanata in un fantasy pre-adolescenziale, un horror il più delle volte tristemente dilettantesco o stancamente legato a personaggi abbondantemente sfruttati – sopra tutti il vampiro, e una fantascienza sostanzialmente scomparsa in quanto tale, con gli editori italiani che l’hanno cancellata dalla produzione libraria avendo stabilito che «per la sf non esiste mercato». Al di fuori di queste tre classicissime categorie c’è davvero poco e quel «poco» spesso è semplice prova autoriale isolata, incapace di creare scuola o suscitare un interesse che superi la ristretta cerchia dei lettori avvertiti.

Le traduzioni, al di là delle stanche ristampe fanucciane della produzione di P.K.Dick, sono di corposi romanzi rivolti a un pubblico giovanile o adolescenziale e con protagonisti in età puberale chiamati ad affontare sfide morali ed etiche di dimensioni più o meno caricaturali  e molto spesso diretti discendenti – o semplici epigoni – di personaggi e autori di successo planetario. Harry Potter di J.K. Rowlings, The dark matters di Philip Pullman, i fratelli Baudelaire di Lemony Snicket, Twilight di Stephanie Meyer, il Ciclo dell’eredità di Christopher Paolini – senza mai dimenticare Tolkien o C.S. Lewis – sono onniprenti e si possono facilmente riconoscere nei panni – improvvisati o professionali – di migliaia di personaggi che, fatalmente, ne ripercorrono temi e vicende sia pure ribattezzate con altri e diversi nomi.

Anche in letteratura, in sostanza, sembra ripetersi il meccanismo tipicamente cinematografico della replica fino allo sfinimento dei successi già celebrati, multimilionari e capaci di rendere all’eccesso ai produttori attraverso tutti gli infiniti passaggi cinema-DVD-TV-libro-videogame-gadget di una rete di vendita che – inevitabilmente – retroagisce sulla qualità e il livello della produzione. Successi che finiscono per determinare completamente l’offerta ai lettori, emarginando qualsiasi altra idea o soluzione narrativa. Inutile, in sostanza, lamentarsi della crisi della fantascienza, della decadenza dell’horror o della serialità del fantasy. La realtà è che se non (ri)scrivete HP o Tolkien, se non tentate di collocare la vostra (povera) creazione in una cornice già stranota al pubblico non troverete un possibile editore.

Da qui nasce, probabilmente, anche la profonda crisi della sf letteraria, che, sostanzialmente divorata dall’interno dal cinema, pur essendo tutt’altro che stanca ed esaurita finisce col rivolgersi a un pubblico non più giovane che, temo, finirà per portarsi nella tomba il suo amore letterario… Questo senza nemmeno voler entrare nel merito della gestione del superstite Urania e nelle sue scelte…

Al di fuori del megacircuito cine-letterario, forzatamente ripetitivo, rimangono i libri autoprodotti, i testi distribuiti gratuitamente o quasi attraverso la rete.  Una ricchezza, siamo d’accordo, ma anche un problema non piccolo. Se l’autore è l’unico giudice del proprio lavoro e può pubblicarlo senza ulteriori revisioni e senza il confronto con pareri professionali quante probabilità esist0no che il suo libro sia sostanzialmente illeggibile per un lettore medio? Statisticamente direi che le probabilità sono all’incirca di 1 su 100… Come dire che dovrete smazzarvi un centinaio di testi autoprodotti per trovarne uno buono. Più o meno ciò che accade ai lettori per conto delle case editrici per trovare un testo che merita una rilettura, una valutazione professionale, un lavoro di editing.

Ma forse uno su cento è troppo crudele. Diciamo pure uno su cinquanta o uno su venticinque. Va meglio? Ma io, comunque, non vedo mani alzate di soggetti che si candidano a leggere ventiquattro ciofeche per 1(un) romanzo decente. Un cattivo romanzo, al di là del gusto vendicativo di distruggerlo – recensendolo nel proprio blog o tagliuzzandolo fisicamente – , è comunque una sofferenza, una forma di tortura autoinflitta che è ragionevole pensare che nessuno cerchi intenzionalmente.

Quindi è ragionevole pensare che debba esistere una struttura di mediazione, qualcosa che garantisca il lettore che ciò che leggerà – anche gratuitamente – è perlomeno corretto grammaticalmente, formalmente ed esteticamente. Questo – curioso a dirsi – sarebbe il compito degli editori, ovvero quelli che qualcuno a suo tempo e con generoso impeto futurista definì «semplici parassiti».

Ne esistono ancora?

Qualcuno esiste (ancora).

Ma prima ancora sarebbe bene che esistessero portali o siti che rendano possibili incontri e valutazioni da parte di lettori «di lungo corso». Qualcosa di (relativamente) nuovo che sicuramente esiste già ma che, almeno finora, rimane comunque all’interno di un circuito limitato e semiprofessionale.

Unico (e gigantesco) problema: il fatto che non girino – ahimé – soldi nel circuito del fantastico. Non sono un mercante assatanato, ma se tutti i pareri sono gratuiti e chi li esprime nella vita fa letteralmente tutt’altro, quante sono – sempre statisticamente – le probabilità che il parere ricevuto sia irrilevante, assurdo, o nato da invidia, incomprensione, malanimo, intolleranza, disinteresse o noia? Questa volta non proverò a fare ipotesi numeriche ma lascio a mi legge tanta fatica. Personalmente posso annoverare un lussuoso esempio di una stroncatura (annoiata e seccata, ma gratuita) di Maurizio Maggiani (nientepopodimenoche) a un mio racconto. A parte il mal di stomaco e la sensazione di aver annoiato Sua Autorialità non ho comunque imparato nulla. Nel senso che MM aveva letto frettolosamente – se pure aveva letto – e gli era sfuggito il quid del racconto. Cose che capitano a farsi leggere aggratis…

Tirando le somme non è facile proporre qualcosa di credibile. Stretti tra un gigamondo di ipersuccessi basati su una rete di distribuzione disumana (centri commerciali, catene librarie, librerie virtuali che vendono praticamente gli stessi libri) e produzioni marginali e/o emarginate, mal-sopravvivono piccoli e medi editori e librerie indipendenti, che, insieme alla Rete, sono le uniche strutture da dove è teoricamente possibile ripartire per una rinascita della letteratura e persino del  fantastico. Nel (troppo) vasto mondo della rete si nascondono gli autori del futuro.

Cerchiamo di trovarli, prima di perdere le speranze.

P.S. Questo post esce in contemporanea sul blog fronte e retro

P.S. Per completezza aggiungo che la mia intenzione iniziale era quella di presentare tre libri di fantasy e fantascienza appena usciti. Si tratta de L’Atlante di smeraldo di John Stephens, Sono il numero quattro di Pittacus Lore (pseudonimo di Jobie Hughes & James Frey) e Alterra – l’alleanza dei tre di Maxime Chattam. Tutti e tre, detto per inciso, primi volumi di una trilogia. Ho passato in loro compagnia ieri mattina e ho finito per gettare la spugna. Nulla di illeggibile o di intollerabile, soltanto un’evidenza sinistra e un po’ allarmante di stile, spunto, idea, personaggi, ambientazione, sviluppo e (mancanza di) conclusione. Quanto basta per stendere un articolo come questo. Alla mia età non si ama perdere tempo.