ALIA Anglosfera 2008 – il mistero

L’uomo non deve vantarsi
del pesce che non ha pescato
Nè dell’orso
che non ha ancora scuoiato

[cfr. Edda di Snorri]

Due sole le certezze riguardo ad Alia Anglosfera

  1. Ci sarà un volume del 2008 (o così mi dice l’editore).
  2. Ancora una volta si farà tutto il possibile ed oltre per entusiasmare gli appassionati e coinvolgere i “mondani”.

A differenza delle più strutturate uscite con autori italiani e nipponici, non ‘cè al momento un elenco ufficiale dei narratori – due sicuri, quattro probabili, tre in attesa….
Inutile abbandonarsi a pronostici, fornendo oltretutto munizioni ai nostri sempre graditi critici.

Le premesse sono, come sempre, piuttosto vivaci.

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A che cosa serve un editore? Capitolo 2

[riprendiamo il capitolo due della discussione dal blog Fronte & Retro di Max Citi]

Post che prevedo non troppo breve, ma spero non banale. O non troppo banale.
Si parlava di autori ignoti, di editori fraudolenti o distratti e di editoria di vanità, ovvero di libri pagati dall’autore.
Qual è il problema medio dell’autore ignoto?
Ha scritto qualcosa, non importa (ancora) che cosa, e vorrebbe farlo pubblicare. Importante il motivo per cui, prima di ogni altra cosa.
Non c’è mai un solo motivo.
Il narcisismo è il primo motore,naturalmente, ma questo non significa necessarimente MALE. Se suonate uno strumento anche solo così così, passato un certo tempo – a meno non siate dei completi imbecilli – vorrete suonare in pubblico e/o con altri. In questo la scrittura non è differente.
Il grosso problema è che esistono e sono esistiti eccellenti strumentisti autodidatti e altri – di nuovo eccellenti – che sono regolarmente andati a lezione, ma mentre suonare uno strumento non è un’attività quotidiana e richiede una quantità anche notevole di pratica e di nozioni specifiche, scrivere è all’apparenza un’attività che non richiede competenze maggiori di un discreto voto in italiano.
Questo crea l’illusione che scrivere sia facile e alla portata di tutti.
Non è affatto così. La scrittura professionale comporta la conoscenza e l’uso di strumenti di organizzazione di un testo che non vengono insegnati a scuola o all’università. Non solo, scrivere poesia o narrativa richiede una buona conoscenza di testi di altri – possibilmente non soltanto di autori che si amano alla follia – disciplina mentale e grande dedizione.
Dopo di ché c’è gente che passa la vita a fare il sessionman e gente che incide dischi e diventa famosa. Vivere non è facile.
Farsi il proprio libro da sè è paragonabile – musicalmente – al trovare una cantina/garage dove provare e fare piccolissime esibizioni. Non c’è nulla di sbagliato in questo.
Personalmente ho suonato quasi in ogni luogo possibile (garage, studi, tendoni, cantinacce fetide ecc. ecc.) senza però sentirmi praticamente mai un fenomeno.
Ci avviciniamo al cuore del problema
Lo scrivente (abbiate pazienza, la parola «scrittore» per me è riservata a gente tipo Kafka o Dostoevskij)è solo. Come diceva il «buon dottore» (ma mediocre autore) Isaac Asimov, una volta scritto qualcosa lo scrivente si sente infatuato di se stesso e sogna di farlo leggere a chiunque gli capiti a tiro, convinto che il lettore non potrà che condividere il suo parere.
Appunto, lo scrivente è solo.
Raramente troverà qualcuno che gli dirà che la sua intonazione è debole o incerta e che il suo staccato è fuori tempo come facilmente accade in musica. Amici e parenti gli diranno che è «bravo».
Essendo «bravo» sarà ovvio per lui mettersi a cercare un ente che si preoccupi di far conoscere la sua bravura al mondo.
Sto semplificando, ne sono conscio, ma è per comodità di esposizione.
Il nostro scrivente manderà quindi il suo / i suoi / testo/i in giro per il mondo. Da Bollati Boringhieri alla Feltrinelli, a Mondadori, a Garzanti, Newton Compton, via via fino a Zanichelli, ultimo editore della lista. Ben che vada riceverà mesi e mesi dopo una letteruzza che lo ringrazia e lo invita a non rompere più. Altrimenti il silenzio.
«Mascalzoni!» dirà lo scrivente e si metterà alla cerca di qualcuno più attento e sensibile. Se non è un completo impedito lo troverà perfino. Per esempio Edizioni «La Garaunta» di Prosdocimi e Zatteroni (nomi di fantasia, sia chiaro).
P&Z pubblicheranno il romanzo o la raccolta poetica nella famosa collana «Il Collante», lo distribuiranno «nelle principali librerie italiane» e «a mezzo internet» in cambio di un «contributo dell’autore».
È fatta?
È fatta.
Almeno sembra.
Un passo indietro.
Il nostro scrivente ha mandato il suo romanzo a tutti o quasi gli editori italiani, si diceva.
Si è preoccupato di capire, innanzitutto, quali sono gli editori che pubblicano libri almeno vagamente simili a quello che propone lui? Ha fatto un salto in libreria per farsi un’idea delle diverse produzioni editoriali, ha cercato informazioni e ne ha chieste a qualcuno del settore, anche solo al suo libraio di fiducia?
«Non ho un libraio di fiducia», dice lo scrivente.
«Kzzz», dico io.
Parlare con un libraio non è poi tanto facile, anche se si tratta, a ben vedere, dell’unica figura professionale del settore editoriale a portata di mano.
Quindi è bene per lui insistere.
E lo dico contro il mio interesse.
Se lo scrivente compra libri soltanto al supermercato o nelle Feltrinelli Village vien voglia di dire: «Beh, si arrangi e vada da P&Z», ma non lo dirò. Basta soltanto un’avvertenza: prima di firmare il contratto con P&Z faccia un salto in una libreria (una vera) e chieda a gran voce: «Avete libri delle edizioni “La Garaunta”?».
Se viene guardato come un povero deficiente è già mezzo salvo.
Ma P&Z sono due truffatori? E lo scrivente (lo S., per velocità) è un fesso o un furbastro? Propendo per il fesso, anche se non vedo nella di male (a parte ogni considerazione sulla carta sprecata) nel pagare una cifra ragionevole per avere il proprio testo stampato e rilegato. Fondamentale:
1) trovare qualcuno che per stampare con copertina a colori un romanzo di 200 pagine in 500 copie non chieda più di 1500-2000 euro.
2) non illudersi che il semplice riconoscere il proprio nome sulla copertina di un libro sia un passo verso la fama imperitura.
3) Non pensare che ciò che si tiene in mano sia davvero un libro. Esattamente come non si può dire di aver «fatto un concerto» se avete suonato la chitarra sulla spiaggia per quattro amici.
Ma che cos’è, allora, un libro?
Beh, cercherò di parlarne in uno dei prossimi post.
Per chiudere un piccolo aneddoto personale. Anni fa conobbi uno S. che, pubblicato un racconto in un’antologia, si autoconvinse di aver finalmente sfondato. Mesi dopo mi telefonò per dirmi che era uscita una sua antologia da le «Edizioni del Plantigrado». Me ne portò qualche copia in libreria, entusiasta in maniera imbarazzante.
«Bene», dissi, «quanto hai pagato?».
Il suo sorriso non si incrinò: «5 milioni (correva l’anno 1993), ma me lo mettono in tutte le librerie».
«Se è così…»
I suoi racconti non mi piacevano, ma il mio parere in fondo non era importante.
Conoscendo la fama de le «Edizioni del Plantigrado» dubitavo però con tutte le mie forze che il libro sarebbe andato in qualche libreria che non fosse la mia.
Telefonai per curiosità a un paio di colleghi: «Sai qualcosa di un’antologia di Viligelmo Diotallevi pubblicata dal Plantigrado?».
Siete svegli, avete già capito.
Adesso Viligelmo ha smesso di scrivere. O forse ha soltanto smesso di credere di poter diventare uno scrittore. Una cosa triste, certo. Ma la sua fretta di pubblicare a tutti i costi (Anche 5 milioni di allora per 500 copie e 120 pagine… un furto!) mi era parsa il segnale di un atteggiamento profondamente sbagliato verso la letteratura.
Del perché ne parlerò presto.

Nobel alla Fantascienza?

Questa è una novità un po’ stantia.
Solo oggi infatti scopro una cosa che avrei dovuto scoprire un po’ prima, e la giro agli Alia-enati per commenti, brindisi, recriminazioni.

Il fatto è che il Nobel per la Pace ad Al Gore ha fatto tanto baccano, che ci è sfuggito che il Nobel alla Letteratura è andato a Doris Lessing.
Che, fino a prova contraria, ha anche scritto fantascienza.

Con la sua solita puntualità, Wikipedia ci ricorda addirittura che

Il suo romanzo Il taccuino d’oro ( “The golden notebook”) è considerato un classico della letteratura femminista da molti studiosi, ma stranamente non dall’autrice stessa. Il romanzo la fece entrare nella rosa dei possibili candidati al Premio Nobel, ma i suoi successivi romanzi di fantascienza la screditarono, eliminandola dalla rosa dei possibili vincitori.

Le cose evidentemente sono cambiate.
E’ cambiata la Lessing?
E’ cambiato il comitato del Nobel?
E’ cambiata la fantascienza?

Ammetto di non aver mai letto la serie di Canopus – un solo volume della quale mi pare sia stato tradotto da Fanucci (si, confermo – lo cita Wikipedia).
Riporto allora un’opinione altrui – David Brin

Yes, her Canopus books tended to be dense, tendentious and ignorant of
advances made elsewhere in SF. On the other hand, Lessing was unafraid
of labels and quite aware of the limitations that narrowminded cretins
haver tried to impose upon literature, by constraining the range and
realm of authorial exploration. She’s gutsy…

Come dice lui.

Questo post lo dedichiamo ai narrowminded cretins là fuori.
Noi c’abbiamo un Nobel e voi no.

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Fantasy – il romanzo più originale

Mentre la discussione infuria riguardo alla forma ed ai contenuti del genere fantasy in particolare e di tutti i generi (ammesso che esistano) più in generale, proviamo su Alia Evolution a fare un piccolo esperimento di dinamica collaborativa, per provare a mettere in funzione la mente-alveare di Alia Evolution.

Lo scopo, è quello di definire non il cuore del genere fantasy, ma i suoi confini più estremi.

Il metodo è semplice – chiediamo a tutti i nostri visitatori di segnalare in un commento a questo post il romanzo fantasy più originale che abbiano letto, motivando la scelta con una breve spiegazione.
Il più originale, badate bene.

In seconda battuta, le menti migliori della blogsfera (?) dibatteranno il significato della lista di titoli.

Non ci saranno premi, non ci saranno classifiche.

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Spunto per la discussione

Questo è un cross-post su Strategie Evolutive e su Alia Evolution.

Tutto parte da un articolo di Simona Gervasone comparso sul blog Il Circolo degli Scrittori.
Un articolo interessante – perché cercare di definire il campo in cui giochiamo è sempre interessante.
Ho già affermato in un mio comento a quel post che dissento dalla quasi totalità delle posizioni della Gervasone – non per malizia o per ostilità nei suoi confronti, ma perché evidentemente apparteniamo a scuole diverse.

In generale – mia opinione – credo che l’articolo non rappresenti una panoramica del fantasy, ma piuttosto una personale maniera di concepire il genere, che io non condivido ma che volete, fatemi causa.
Non concordo sulla lotta fra il Bene e il Male come nodo centrale della narrazione, non concordo sull’importanza di caricare ogni oggetto ed ogni descrizione, non concordo sul fatto che modelli mitologici tradizionali e quest siano tanto importanti.

Non concordo sul fatto che il romanzo fantasy non invecchia.
Trattando essenzialmente di scelte morali, l’evoluzione della morale nel quortidiano porta ad un invecchiamento del fantasy – il modello tolkieniano per cui la razza determina la morale (ad esempio) è oggi inammissibile, e puzza di vecchio.
E poi il linguaggio invecchia – Thorne Smith era un cumulo di risate ed idee originali negli anni ’20, oggi è patetico e trito.
E poi i lettori invecchiano e – talvolta, con un po’ di fortuna – maturano.

Ma queste sono, come dicevo, mie opinioni relative alla mia scuola di pensiero, e c’è spazio per tutti finché non cominciamo a fare a spintoni.

Ma c’è una frase, ed una in particolare, che mi viene voglia di isolare e buttare in pasto alla popolazione.
Questa:

Il fantasy è quello di cui tutti hanno bisogno anche se ancora non lo
sanno perché la nostra condizione umana di miseri tapini che non
possono vivere realmente avventure in altre dimensioni o semplicemente
zittire il proprio capo ufficio con una magia, ha bisogno di trovare
sfogo e appagamento.

Con un unico romanzo possiamo sognare, inorridire, gioire e intristirci; cosa si può volere di più da un libro?

Ecco, ricordo bene che un discorso simile – se non lo stesso – veniva portato a supporto del successo dei fumetti di Superman.
Tarantino, per bocca di un grandissimo David Carradine, capovolge l’idea in Kill Bill 2, forse il momento più alto del film.

Siamo “poracci” e ci serve una valvola di sfogo.
Io questa posizione l’ho sempre trovata avvilente.
Addirittura un po’ offensiva.
Interpretare la narrativa fantastica come “la sacrosanta fuga del prigioniero” di tolkieniana memoria rende un pessimo servizio all’autore, ed al lettore.
Certo, la narrativa deve essere intrattenimento.
Ma escapismo puro?

Considerando che il fantasy permette di lavorare con gli assoluti (il Bene e il Male, il Caso e la Necessità) in situazioni perfettamente controllate e ritagliate su misura, non si dovrebbe ricercare la forza di questo genere nella sua capacità di esplorare tutte le opzioni, illuminare tutte le alternative, provare “in vitro” soluzioni alternative?

Non sarebbe il caso di chiedere a un libro – anche ad un fantasy – di renderci migliori, oltre che divertirci? 

O è per questo che oggi di fantasy veramente buono, sugli scaffali, ne vediamo maledettamente poco?

Qualche idea?

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Anno nuovo, vita nuova?

Un buon inizio 2008 a tutti i surfisti – lettori, editors e contributors – di Alia Evolution.

“Se l’Arte deriva da una vita di stenti, i lavoratori sono i veri maestri.”

Oh, yeah.
L’ha detto Mao Tse Tung.

Sarà per questo che molti autori nella classifica italiana dei bestseller sembrano più a proprio agio con la zappa che con la macchina per scrivere?

Seguirà dibattito…

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Comunicazione tecnica

Buongiorno a tutti.

Un breve (?) post su alcuni software che potrebbero interessare per postare agevolmente su AliaEvolution invece di passare dall’editor interno di WordPress – così magari aumenta il numero dei post.
I software che seguono hanno dei preset chefacilitano l’installazione e l’uso con WordPress.

BlogDesk – programma tedesco (ma non è cattivo) assolutamente consigliato.
Permette di editaree formattareun post come se fosse Word (o il vostro software di scrittura preferito) e include un editor di immagini. Permette di aprire vecchi post e modificarli/correggerli, e ne salva una copia off-line per ogni evenienza.
Molto potente.
Gratuito.
Ben documentato.

ScribeFire – per chi usa Firefox.
Si tratta di un plugin che aggiunge un editor di blog al browser internet.
Spartano ma abbastanza flessibile, offre il vantaggio che nella stessa schermata potete vedere unapagina web e intanto scrivere  il vostro post.
La gestione delle immagini non è proprio meravigliosa, ma si può fare.

WordPress.com Sidebar – plugin per Firefox.
Apre una barralaterale nel browser per l’amministrazione rapida del blog.
Può piacere o non piacere.
Ma è abbastanza utile.

Drivel Journal Editor – per utenti Linux.
Leggero, funzionale, permette di vedere (e modificare) anche il codice HTML dei post.
Anche qui la gestione delle immagini lascia un po’ a desiderare.

BloGTK – ancora per utenti Linux.
Vale ciò che si è detto per Drivel – con qualche extra in più.

Flock – una cosa un po’ strana: è contemporaneamente browser, client per network sociali, messaggerie e chat-room, e programma di blogging.
Gratuito, potente, il genere di cosa che chi vive on-line finirà probabilmente per usare.
Io continuo a preferire Firefox, ma Flock non è male.

w.bloggar – disponibile anche in versione portable (si carica su chiave USB e si usa da qualsiasi computer).

Tutti questi sono software gratuiti.
Di base, si installano, si seleziona il tipo di piattaforma del blog (nel nostro caso WordPress), si inseriscono l’indirizzo del blog, nome utente e password, e si può cominciare a postare da subito.

Spero che queste informazioni tornino utili.

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Nuova Uscita – Dissecting Hannibal Lecter

 

Questa è una comunicazione autopromozionale.

McFarland,editore di saggi accademici e dotti studi critici, sensibile tanto alla cultura alta che alla cultura popolare, ha annunciato per il quindici di gennaio 2008 l’uscita di Dissecting Hannibal Lecter.
Il volume di 240 pagine, curato dal sempre eccellente Benjamin Szumskyj,  raccoglie una serie di saggi critici – dodici in tutto – sulla narrativa di Thomas Harris, ed include un mio pezzo – This is the Blind Leading the Blind: Noir,  Horror & Reality in Thomas Harris’ Red Dragon, del quale vado maledettamente orgoglioso.

E’ un onore (e un rischio!) prendersi la responsabilità di dissezionare ed analizzare la prima uscita pubblica del Dottor Lecter, illuminando alla luce nera delle tradizioni della letteratura orrifica e del noir la trama di Red Dragon.
Ma è stato divertentissimo.

Dei comunque non molti lavori su Hannibal Lecter e sull’opera di Thomas Harris disponibili al pubblico, il volume curato da Ben Szumskjy brilla per la decisione radicale di lasciare gli adattamenti cinematografici, popolarissimi, in secondo piano, per concentrare l’attenzione degli autori e dei lettori sui caratteri originali della prosa dell’autore americano.

All’uscita il volume sarà disponibile attraverso le solite librerie online.

Il prezzo previsto sono i soliti 35$ (circa 25 euro).

Con McFarland e Ben Szumskjy avevo già pubblicato, nei mesi passati, un saggio sull’eccellente volume, Fritz Leiber, critical essays – che mi ha dato l’ebbrezza di uscire fra le stesse copertine con Justin Leiber e S.T. Joshi.
Prossimamente lo stesso team si dedicherà a W.P. Blatty e, per il 2009, a Robert Bloch.

Fine dell’autopromozione.
Buon proseguimento.

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Gabbie e Impalcature – le regole e i cliché del genere

[nota – questo è un remix di una discussione iniziata durante il weekend sul mio blog Strategie Evolutive. Lavorando di taglia e cuci l’ho trasformata in una specie di dibattito fra me e Max Citi, al quale tutti sono invitati a partecipare.]

La cosa è cominciata lunedì passato, discutendo con unamico di film di Hong Kong, di wuxia…
Si dibatteva sui meriti relativi di film quali La Foresta dei Pugnali Volanti o Hero su opere meno stilisticamente sublimi ma più emotivamente soddisfacenti come One Armed Swordsman, Zhu o qualsiasi cosa con Ti Lung prima che John Woo lo resuscitasse negli anni ’80 per i suoi film della serie A Better Tomorrow.

Da lì, si è passati a parlare delle regole del genere, e di cosa renda il genere piacevole a chi lo frequenta, e il discorso ha preso una piega più costruttiva – ed estendibile a qualsiasi narrativa “di genere”.

Premesso che con “genere” possiamo indicare una categoria più o meno ampia di opere o di autori ai quali facciamo riferimento nel creare ciò che scriviamo, e quindi non tanto un monolito teorico quanto un insieme organico, credo che siano accettabili le seguenti affermazioni:

  • il genere promette qualcosa di più o meno preciso al lettore
  • il genere fornisce una struttura di riferimento all’autore
  • la struttura può essere una intollerabile gabbia opprimente o una benedetta impalcatura di sostegno, a seconda di come viene affrontata e vissuta.

Proprio giocando con le aspettative del lettore, il genere ne stimola la partecipazione all’atto creativo (senza qualcuno che lo legga, il libro è un oggetto privo di vita o significato. Il lettore deve partecipare, contribuire con la propria immaginazione.
Ci piacciono delle storie sufficientemente familiari da permetterci di immergerci in esse, ma abbastanza diverse da sorprenderci.
Di solito questo è tutto ciò che si domanda all’autore di genere.

Sulla gabbia del genere, credo che le sbarre e le travi portanti siano definibili come segue:

  • il genere comporta delle regole o delle convenzioni (travi di una impalcatura)
  • il genere immancabilmente genera dei cliché (sbarre di una gabbia)

Nella narrativa lovecraftiana – per fare un esempio semplice – l’esistenza nel nostro universo di vaste forze incomprensibili ed indifferenti all’uomo è una convenzione imprescindibile.
Il tomo maledetto che svela l’arcano e l’entità sovrannaturale con troppe consonanti nel nome sono cliché, così come l’amico eccentrico collezionista di incunaboli e lo zio morto dopo una settimana dal suo rientro dall’Isola di Pasqua.

Si noti che i cliché non nascono come tali – idee all’origine piuttosto fresche diventano cliché a causa della pedestre ripetizione della struttura.
Il barbaro amorale e sbrigativo che guarda con sospetto la civiltà e desidera solo vivere un altro giorno per combattere, sbevazzare e andare a donne non è una brutta idea, come personaggio.
Al terzo clone di Conan il Cimmero diventa un cliché.

Potrei aggiungere qui un’idea – non sarà che il cinema di genere fa tanta acqua perché chi lo fa, non avendo amore o rispetto per il genere, tende a mescolare convenzioni e cliché, o a privilegiare questi ultimi tout court, perché di fondo sono più facili da gestire e cullano una certa fetta del pubblico – i più pigri – liberandoli dall’incombenza di dover contribuire con la loro intelligenza alla narrativa, sciogliendosi invece in un senso di tranquillità e deja-vu.

Consideriamo ad esempio un film come Kill Bill.
Tutti i personaggi, con l’eccezione della Sposa e di Bill, sono cliché.
Uno dei problemi del cinema di Tarantino è proprio questa apparente mancanza di riguardo alla divisione fra convenzioni e cliché – probabilmente una mancanza di riguardo voluta, e intesa come sberleffo anti-intellettual verso tutti quelli che il gioco non l’hanno capito.

Un buon metodo per identificare un cliché è questo – sono solitamente incapsulabili in una definizione sostantivo + aggettivo (o viceversa):

  • il pistolero solitario
  • il vampiro gay
  • il sofisticato agente segreto
  • il giovane mago
  • il pirata spaziale
  • l’aristocratica viziata
  • l’alieno impassibile

Il trucco, naturalmente, consiste nell’aderire in maniera ferrea e incondizionata alle convenzioni, disattendendo al contempo tutti i cliché.
Come se fosse semplice.

Molti pensano di cavarsela spostando un cliché in una ambientazione alla quale non appartiene: il pistolero solitario in una storia horror, il giovane mago in una space opera, il vampiro gay in un heroic fantasy…
Quelli veramente in gamba riescono anche a farci qualcosa di buono.

Ma quelli veramente in gamba… beh, sono in gamba

Consideriamo allora una cosa come Firefly/Serenity.
Tutti i personaggi si conformino alle convenzioni di due generi (il western e la fantascienza) e come tutti i cliché vengano disinnescati e capovolti.
Joss Whedon ha una mano eccellente nel delineare i personaggi – e sa tenersi alla larga dai cliché più grossolani, pur continuando a giocare secondo le regole del genere.

Quindi, rispettiamo la divisione.
Un buon sistema per cavarsi d’impaccio potrebbe allora essere compilare, in partenza, una lista delle convenzioni allequali si è deciso di aderire, ed un elenco parallelo dei cliché che vogliamo evitare – o al limite capovolgere per ottenere un effetto ironico o apertamente comico.

Di solito – e qui abbiamo un lato positivo – è sufficiente applicare la più stringente logica al cliché per tramutarlo in un effetto comico, come ha ben compreso Terry Pratchett.
Cos’è in fondo Cohen il Barbaro se non il “barbaro invincibile” portato alla sua estrema conseguenza logica? Un vecchio incartapecorito e letale, con il caratteraccio dell’età avanzata innestato sul pragmatismo barbarico originario, assolutamente incapace di farsi ammazzare.

Un altro sistema è quello di allargare il cliché, aggiungendo al personaggio stereotipato o alla situazione di routine una nuova dimensione.
Si tratta qui di riconoscere il fatto che le persone reali non si possono descrivere con un solo semplice “sostantivo + aggettivo” – che ciascuno di noi è una persona diversa in ambiti diversi, e non c’è un buon motivo perché i nostri personaggi debbano essere differenti.
Ed allo stesso modo, c’è una seconda versione di ogni storia che abbiamo vissuto – e lo stesso dovrebbe potersi dire dei nostri intrecci.

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ALIA 2007 all’Indice

 

Ci viene
confermata l’uscita, sul numero di Dicembre de L’Indice dei Libri,della recensione ad Alia 2007 già comparsa sul sito web della prestigiosa rivista letteraria.

Più che lusinghiera l’opinione espressa da Franco Pezzini…

Da ormai dieci anni il manipolo indipendente raccolto attorno ai torinesi Silvia Treves e Massimo Citi porta avanti un’interessante rivista letteraria, “LibriNuovi”: e tra le iniziative collegate, ormai da quattro sboccia una raccolta annuale, Alia (L’arcipelago del fantastico. Antologia di narrativa fantastica, a cura di Silvia Treves, Vittorio Catani, Davide Mana, Massimo Soumaré, pp. 565, 3 voll., Ä 36, CS Libri, Torino 2007) , dedicata alla letteratura fantastica. L’edizione 2007 appare particolarmente ricca e si articola in tre tomi indipendenti dedicati all’Italia, al mondo anglosassone e al Giappone, elegantemente illustrati – dove però il “genere” mostra una latitudine che torna a rendere elusiva la distinzione con la letteratura alt(r)a.

Il critico coglie (finalmente!) anche il clima di divertimento nel quale l’intero progetto è calato da sempre

Che una dimensione di divertimento, di consolazione preziosa accompagni il periplo di questi tre volumi è ovviamente innegabile: ma, come osserva Treves, esplorare i mondi della narrativa fantastica significa in fondo “osservare alla giusta distanza quello nel quale viviamo”.

Inesorabili come una maledizione egizia, continuiamo ad espanderci nell’inconscio collettivo.
Che ai fan piaccia o meno, siamo qui, e intendiamo restarci.

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