Rare luci dell’Universo

light

Continuo il mio tranquillo viaggio tra gli apparenti «minori» della sf con un autore decisamente particolare e con un suo libro – uno dei tre romanzi pubblicati in Italia – che merita la fatica di cercarlo, nonostante l’ovvia fatica di ritrovarlo, soprattutto perchè i possessori sono – almeno nel mio caso – molto riluttanti a cedere la propria copia.
M. John Harrison è un autore inglese, nato nel 1945 e autore di numerosi romanzi e novelle, come abbiamo visto quasi mai tradotte in italiano. Anche la serie che comprende Light, la  Kefahuchi Tract trilogy non è ancora completa, dal momento che a Light e a Nova Swing – pubblicato in Urania nel giugno 2010 – non ha ancora seguito Empty Space, comunque uscito in lingua originale soltanto nel 2012. Diciamo che Urania ha ancora un po’ di tempo…
Ultimo particolare, Light. pubblicato in Gran Bretagna nel 2002 (e in Italia nel 2006), ha vinto il James Tiptree jr. Award.

M John Harrison

La sensazione che la fantascienza sia almeno agonizzante, se non proprio defunta, nasce da tanti piccoli indizi. Tra questi il declino di una gloriosa testata come «Urania», un declino che la politica non propriamente audace dell’attuale direzione della rivista non basta a spiegare. Sui motivi della crisi o quantomeno del rarefarsi dei lettori – soprattutto tra i giovani – e della povertà di idee e di nuove proposte si è discusso parecchio anche su queste pagine e non mi pare il caso di ritornarci sopra. Resta il fatto che uno dei generi letterari che più punta sul «fascino» delle sue intuizioni e delle sue visioni sembra ormai tra i meno affascinanti, puntando a una semplice sopravvivenza fatta di stanche ripetizioni e goffe autoimitazioni.
Ma agli appassionati come me capita talvolta di chiedersi se si tratti di puro e semplice strabismo dovuto alla posizione defilata di noi lettori italiani e alla sostanziale scomparsa di editori italiani «dedicati». Ed ecco che la pubblicazione di un romanzo come Luce dell’Universo (Light) di M. John Harrison riesce a compiere due piccoli miracoli. A creare interesse per la cara vecchia Urania e contemporaneamente a rassicurare chi, come noi, pensa ancora che la fantascienza abbia ancora un lungo futuro davanti a sé.
Luce dell’Universo è un romanzo straordinario, nel senso letterale di fuori-dall’ordinario. Con un’ambientazione sospesa tra il XX e il XXV secolo racconta in parallelo le vicende di Micheal Kearney, un fisico mentalmente instabile, perseguitato da una visione terrificante, di Ed Chianese, uno spostato di genio inseguito un po’ troppo da vicino dal suo passato e di Seria Mau, un’astronauta dal carattere aspro e spigoloso, viva soltanto per inseguire i suoi inaccessibili fantasmi.
La fortissima suggestione di Light nasce dalla combinazione dell’efficacia icastica del linguaggio – mirabilmente resa dalla traduzione di Vittorio Curtoni – con il fascino allucinato dei luoghi descritti, un fascino che innerva e illumina ogni momento del romanzo, il presente dai freddi colori acidi come il lontano futuro, raccontato con il distacco epico di autori come Raphael Lafferty, Cordwainer Smith o il Frederick Pohl de La porta dell’Infinito.
Per chi si è impigrito sul linguaggio seriale di tanta fantascienza frettolosamente tradotta la combinazione M. John Harrison / Vittorio Curtoni può risultare micidiale, ma una volta scrostato un po’ il cervello è facile accorgersi che Light è uno di quei romanzi da leggere trattenendo il fiato, camminando in punta di piedi e abbandonandosi – in qualche passaggio superbo – alla pura e semplice contemplazione.
La fantascienza è senso del meraviglioso, certo, ma qui è anche il racconto di vite spezzate e contorte, dolore, umorismo, mito, follia e smarrimento. Con Light M. John Harrison riesce a regalarci un tipo di emozione che appartiene allla stagione che segna il termine dell’infanzia. L’intuizione – breve e infinita – delle dimensioni incommensurabili dell’universo del quale siamo diventati parte.
Un’emozione che, forse, soltanto la migliore fantascienza può nuovamente regalare.
Ovviamente è del tutto probabile che il romanzo risulti ormai introvabile. Beh, esiste sempre la possibilità di richiederlo come arretrato. E, in ogni caso, è bene parlare di Luce dell’Universo nella speranza che qualcuno alla Mondadori prenda in considerazione la possibilità (improbabilissima) di ristamparlo in altre collane, regalando al libro una vita un po’ meno breve e stentata.

luce universoM. John Harrison, Luce dell’Universo
Mondadori «Urania», € 4,10
trad. V. Curtoni

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4 thoughts on “Rare luci dell’Universo

  1. In effetti l’abbinamento Harrison – Curtoni era perfetto! Purtroppo non mi sembra che gli appassionati di SF italiani abbiano apprezzato il romanzo…almeno dai commenti che giravano per la rete.
    Secondo me c’è anche un vecchio urania di Harrison da recuperare “La città del lontanissimo futuro” un science-fantasy avventuroso e poetico.

  2. Temo che gli appassionati di sf italiani siano ancora fermi a Campbell o, ben che vada, a Van Vogt, senza nulla voler togliere ai due autori citati. Il problema è che la sf non è riuscita a diventare una letteratura diffusa e condivisa in Italia, con il risultato che gli appassionati si sono autoreclusi, sparando a zero su tutto ciò che si muove e che non riconoscono subito come amico. So che era uscito “La città del lontanissimo futuro” ma non sono riuscito né ad acchiapparlo né tantomeno a leggerlo. Ti ringrazio davvero, comunque, per la segnalazione. Se appena possibile cercherò di leggerlo.

  3. Io ho avuto una lunga discussione con Iguana, qui http://iguanajo.blogspot.it/2006/0/non-c-luce-nelluniverso.html ma da quel che ho visto in giro purtroppo temo che, coll’eccezione di Davide (che peraltro naturalmente conosceva già Harrison da tempo e ha letto il libro in inglese) non sia piaciuto a nessuno dei blogger che conosciamo. Harrison è molto divisivo, anche in patria è un autore di culto, ma certo le vendite di Scalzi, Stross, Sawyer, Hamilton -autori che p.e. piacciono a Iguana o Nick ma a me dicono poco – non le vede neanche col cannocchiale, e in genere chi arriva a lui pensando che sia un autore di fantascienza come tanti lo odia intensamente.
    Le discussioni sulla crisi della fantascienza si susseguono anche all’estero. La mia impressione è che la fantascienza si sia stabilizzata come genere – ha un insieme di tropi, motivi e sottogeneri che possono magari essere mescolati e remixati a piacere, senza che questo comporti vera novità. Magari alcuni autori affrontano il genere con più intelligenza, talento o eleganza, ma restano comunque sui binari.
    Di gente che portava un approccio più personale, idiosincratico – gli Sladek, le Tiptree e Russ, i Lafferty, Disch, Compton, Cordwainer Smith, Ballard, Delany – non ne se ne vede più tanta. Lo stesso Harrison è l’ultimo della generazione di New Worlds, non certo un novellino. D’altra parte un genere commerciale si basa su variazioni minori attorno a schemi precostituiti. E’ così per il giallo, e a me molti tipi di giallo piacciono – anzi, il giallo “di genere” mi piace più della fantascienza “di genere”. Certo, vorrei leggere più spesso quella fantascienza che affascina per intuizioni, visioni, scrittura, ma probabilmente è nella natura delle cose che quella che ha successo sia quella che soddisfa proprio perché ripete e imita meccanismi consolidati con solo qualche aggiornamento cosmetico.

    • @Marco: cribbio, in che discussione mi hai coinvolto. Mi sono letto tutte le tesi e le antitesi della discussione nata in casa di Iguana Jo, concludendone soltanto che è bello assistere a una discussione condotta in buona fede tra persone informate. Dopo di ché mi rendo conto che il percorso per il quale si giunge a un libro, oltre al temperamento e ai gusti personali, è un elemento centrale ma anche – da un certo punto di vista – invalicabile nel corso di un confronto. Se il romanzo non ti è piaciuto, automaticamente tenderai ad attribuire una fisionomia insufficiente o irritante ai personaggi, a giudicare gratuito lo sfondo, a commentare negativamente le scelte e il modo di procedere dell’autore. In assoluta buona fede, ovviamente. L’unica osservazione che mi posso permettere di avanzare è che perlomeno Harrison ci ha fornito qualcosa da masticare e non una collezione di figurine con le quali illuderci di aver letto un libro. In ogni caso ammetto volentieri che la mia prima reazione allo stile e al modo di procedere di Harrison è stato negativo. Parecchio negativo, per la precisione. Poi, procedendo, ho gradualmente cambiato parere, fino ad amare il libro e il suo autore. Può succedere anche questo leggendo, lo sai anche tu. Quindi non mi scandalizzo affatto se qualcun altro non ha avuto voglia/desiderio / necessità di approfondire la lettura. Io era in un momento adatto, nulla di più.
      Non sto affermando l’assolutà relatività del giudizio, sia chiaro, credo che esistano norme per giudicare un romanzo, ma le norme non sono in genere viatici decenti alla lettura. Anche se è ben scritto, in sostanza, non è detto che tu abbia voglia di leggerlo.
      Quanto all’apparente paralisi della sf (e di gran parte della letteratura) deriva – a mio personalissimo parere – da alcuni mutamenti strutturali dell’organizzazione dell’editoria industriale. Quindi non di quella italiana, detto en passant. Posso enumerare la profonda e definitiva crisi delle riviste, la “maturità” dell’offerta in collane da libreria, la tendenza ad allineare la produzione libraria a quella cinematografica per “creare sinergia” e la scelta di puntare esclusivamente su temi ed autori in qualche modo “sicuri”. Qualche anno fa ho scritto su LN LibriNuovi (esagerando, ma non troppo) che la graduale sostituzione degli editori con CEO provenienti dal mercato del tonno in scatola avrebbe danneggiato profondamente i libri. Appunto. Ma il mercato sta vivendo un’altra profonda modifica. Ne riparleremo, insomma. Scusa per la confusione e la lunghezza eccessiva.

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