L’ucronia, il presente che non è – parte prima

nordamericaalternativo

L’articolo che riporto qui è stato a suo tempo scritto da Luca Masali ed è lo svolgimento (aggiiornato) dell’intervento da lui tenuto nel giugno del 2001 al convegno sulla Fantascienza “La fantasie della scienza”. Un intervento interamente centrato sull’Ucronia, ovvero la Fantastoria o la Controstoria, il famoso: «Che cosa sarebbe avvenuto se…». Secondo la consueta accezione l’ucronia è quella cosa che “Se Adolf Hitler fosse morto nella culla” o “se Josip Vissarionovich Dzugazvili fosse stato fucilato dalla polizia zarista”, ma come ci spiega Luca, può essere anche qualcosa di molto diverso e di davvero sorprendente nel parlarci del nostro qui e ora. Un tipo di letteratura fantastica che amo particolarmente e che Masali ha molto ben rappresentato con il suo “I biplani di D’annunzio”. Ma mi fermo qui e lascio la parola a lui. L’articolo, uscirà in due parti tra oggi e il prossimo lunedì.

Ucronia, il presente che non è

di Luca Masali

1. La letteratura? È un gioco da bambini.

Per chi non l’avesse mai sentita nominare, l’ucronia non è altro che una storia alternativa, una forma di letteratura che parte con la domanda «E che diavolo sarebbe successo se…»: se Napoleone avesse vinto a Waterloo, se Cesare non avesse varcato il Rubicone, se Garibaldi non avesse obbedito, se Armstrong fosse inciampato sulla scaletta del Lem? Se non avessi fumato quella dannata sigaretta?
smoking-no-smoking-(1993)-dvd-alain-resnais-france-!!-8e5e6Già, la sigaretta. Perché l’ucronia può essere anche una micro-ucronia: come capita in Smoking/No smoking, film del 1993 di Alain Resnais con Sabine Azéma e Pierre Arditi. Che in realtà non è un film, sono due: Smoking e No Smoking, appunto. Con gli stessi attori, lo stesso set. E anche lo stesso inizio. Però, proprio nelle prime inquadrature, in un film la protagonista continua a fumare la sua sigaretta, nell’altro la spegne. Da questo semplice gesto nascono due diversissime situazioni, che portano a storie completamente differenti l’una dall’altra. Il regista esplora minuziosamente tutte le possibilità, così che i due film in realtà hanno dodici finali diversi. Il gioco dell’esplorazione è fondamentale per l’ucronia, che vive di ipotesi e del gusto di maneggiarle fino in fondo, per vedere quello che succede. Come nei giochi, specialmente i giochi di fantasia dei bambini, quelli che cominciano con «facciamo che io ero Picachu e tu eri Zorro». Naturalmente, non so da dove sia nata la letteratura, ma credo che tutto derivi dalle balle dei pescatori, con pesci sempre più grossi, fino a diventare draghi, mostri mitologici, paesi favolosi al di là del mare. Nell’ucronia, più che in altre forme di letteratura, il gioco è l’anima della narrazione. A questo punto, sarà bene anche intendersi sulle definizioni, a cominciare dal concetto di «letteratura». Indubbiamente saranno moltissimi coloro che si sono posti questa domanda, e certamente con le risposte si potrebbe scrivere un’enciclopedia in duecento tomi. Personalmente, sono convinto che la letteratura sia qualunque cosa che contenga dei personaggi e una storia, o almeno un canovaccio su cui imbastire una trama. In questa definizione, i confini di ciò che è letteratura si allargano, per abbracciare moltissime forme di narrazione. Il cinema, il teatro, la musica e la parola scritta sono generalmente tutte accettate come membri della categoria «letteratura”. Io ci aggiungo molte altre forme, tra cui il gioco, soprattutto quella famiglia che va sotto il nome di role play, in cui ogni partecipante impersona un personaggio, e la trama nasce dall’interazione tra i personaggi/giocatori, ma anche la stragrande maggioranza dei videogiochi moderni, dove il software dà la scenografia, le regole e alcune situazioni, mentre la trama dipende dalle scelte e dallo stile del giocatore. Nei videogiochi e nel role playing la trama sarà sempre diversa, perché sempre diverse saranno le reazioni dei giocatori a quello che accade, e spesso ci saranno situazioni «di rottura», in cui il gioco prende una direzione completamente inaspettata a causa del verificarsi o meno di un evento chiave. Che è precisamente quello che succede con un testo ucronico: si sceglie arbitrariamente un evento storico, lo si rovescia come un calzino e si vede quello che sarebbe potuto succedere.

2. Ehi, Masali, ma che dici? Qui c’è qualcosa che non va!

Se il discorso che abbiamo fatto finora sembra filare, è solo perché non lo abbiamo ancora approfondito con un po’ di spirito critico. Perché l’ucronia si basa (apparentemente, in realtà non è così, ma un po’ di pazienza e ci arriviamo) su una visione rozza della storia, ferma a prima di Marx e Braudel, prima che si affermasse con forza il concetto di «infrastruttura», di «forze di lunga durata»: insomma, prima di una visione moderna della storiografia. Perché semplifica all’estremo, si concentra sul singolo evento, tralasciando il contesto storico. In altre parole, Mussolini ha attecchito perché c’erano le condizioni storiche perché conquistasse il potere, non è per nulla scontato che se fosse caduto dal seggiolone da piccolo ci saremmo evitati vent’anni di fascismo, tesi quest’ultima che potrebbe essere tranquillamente usata come punto di partenza per un romanzo ucronico. Qui siamo sulle sabbie mobili, perché ovviamente nessuno può dire che cosa sarebbe successo dopo l’ipotetico tonfo dell’infante predappiano, tant’è vero che di solito si tronca la speculazione con la classica frase fatta che «La storia non si fa coi se».
Testa_di_Mussolini__Profilo_continuo_Ma visto che parliamo di ucronia, la storia la dobbiamo fare proprio coi «se», e siamo nei guai fino al collo. Non avendo certezze scientifiche, vi do il mio parere, per quel che vale: secondo Masali, la cosa più probabile è che non sarebbe cambiato un gran che, invece di Benito ci sarebbe stato qualche altro bel tomo pronto a cavalcare la tigre dello sfascio sociale, economico e politico dei tempi, e tutto sarebbe andato più o meno secondo il copione che ben conosciamo. Perché la storia è come uno sterminato gioco di ruolo, dipende dall’interazione di milioni di persone in un dato contesto. Le variabili in gioco sono un numero incalcolabile, tanto da rendere trascurabile il peso di un singolo «giocatore». Milioni di persone possono cambiare il corso degli eventi, le azioni di un singolo possono solo annullarsi nel rumore di fondo. Tant’è vero che, come vuole la saggezza popolare, la storia tende a ripetersi quando le condizioni sono simili.

3. E proprio tu, Masali che scrivi ucronie, vieni a farmi questo bel discorsino? Ma ci sei o ci fai?!

Come dicevo poc’anzi, un po’ di pazienza e ci arriveremo. Il fatto è che l’ucronia usa la storia allo stesso modo in cui la fantascienza usa la scienza. La storia nell’ucronia è un personaggio come tutti gli altri, che deve essere allo stesso tempo realistico e metaforico. Perché la buona ucronia, come la buona fantascienza, parla di noi nel nostro tempo, sia pure attraverso la lente deformante della finzione letteraria. È noto che Wells, quando scriveva La guerra dei mondi, usava i marziani come metafora dell’esercito dell’Impero Britannico, e gli inglesi che subivano l’attacco erano la trasposizione degli indiani (dell’India, non i guerrieri di Toro Seduto) di fronte all’invasione di queste orde dalla tecnica invincibile e dalle motivazioni rese oscure dall’abisso culturale che separava i contendenti. In questo modo, sfruttando abilmente il meccanismo dell’identificazione, riusciva a comunicare ai suoi conterranei come dovevano sentirsi gli indiani in modo paradossalmente molto realistico, più di quanto avrebbe potuto fare con una scrittura più diretta e «ortodossa». Quando Dick scrive La svastica sul sole (The Man in the High Castle), uno dei capisaldi della letteratura ucronica in cui le potenze dell’Asse hanno vinto la seconda guerra mondiale e si sono spartite il mondo, vuole più che altro ironizzare sugli Stati Uniti degli anni sessanta, facendoli diventare da colonizzatori culturali a colonizzati: una chiave di lettura che appare quasi subito, quando si vede un gruppo di turisti giapponesi in kimono che scartabellano in un negozio di «americanerie», andando in brodo di giuggiole quando scovano un vero tesoro: un mazzetto di fumetti di supereroi, testimoni di una cultura scomparsa, espressione di un popolo sconfitto e ormai civilizzato. Naturalmente, anche il romanzo storico più classico sfrutta lo stesso meccanismo di trasposizione: per citare un testo piuttosto noto, ne I promessi sposi Manzoni usa l’escamotage di ambientare il suo testo nella Lombardia del Seicento dominata dagli spagnoli per raccontare della Lombardia del suo tempo, dominata dagli austriaci. La differenza stilistica più importante tra ucronia classica e romanzo storico è il tempo dell’azione. Nel romanzo storico, l’azione è cristallizzata nel passato, indipendentemente dal fatto che il passato del romanzo sia l’immagine più o meno fedele del presente di chi scrive. Nell’ucronia invece l’azione si svolge quasi sempre nel presente, ma un presente alternativo e diverso da quello in cui viviamo giorno per giorno, perché un cambiamento qualsiasi nel corso degli eventi (per esempio, la vittoria dell’asse di Dick) ha cambiato profondamente i giorni nostri. È un cambiamento di prospettiva che regala all’ucronia la sua arma migliore, e cioè il senso del grottesco: il presente è immaginato come plasmato dall’evento storico modificato dalla fantasia dell’autore (momento discronico, come dice qualcuno con un termine che alle mie orecchie suona un po’ troppo trombonesco), e ne risulta un presente deformato ma riconoscibile, si presta a diventare metafora del nostro modo di vivere, lasciando grande libertà espressiva a chi scrive. Dove invece l’ucronia non ha molta libertà di manovra è proprio nella scelta del momento in cui la storia del romanzo diverge da quella «vera». Come scrive il critico francese Jacques Boireau, «il punto di partenza dell’ucronia è forzatamente povero», perché per essere comprensibile al pubblico più vasto possibile l’ucronia deve avere origine da eventi storici conosciuti da tutti, a partire dalle scuole medie. Ma non ha molta importanza, naturalmente: l’importante è che il presente ucronico sia una metafora affascinante, e il suo punto di inizio è un puro pretesto, a cui è chiesto solo di essere credibile, o almeno di apparire credibile.

segue nella seconda parte…

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2 thoughts on “L’ucronia, il presente che non è – parte prima

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