Ricordando il 2001

immagine coperta sf1Dodici anni fa usciva un libro – un piccolo libro – dedicato a un convegno di fantascientifici e del quale vi ho parlato qui, in apertura dell’intervento di Vittorio Catani.

La scorsa settimana ho inviato la richiesta all’ottimo Luca Masali, autore all’epoca di un intervento sull’ucronia (Ucronia, il presente che non è) di poter ripubblicare il suo intervento su queste pagine e su quelle di LN-LibriNuovi. La risposta di Masali è stata in tutto degna dell’autore de “I biplani di D’Annunzio”, cioé rapida, poetica e squisita.

Ma certo Massimo, mi fa molto piacere. […] magari lo aggiorno essendo passata parecchio tempo…

Questa è ovviamente una buona notizia ma anche, da un certo punto di vista, una cattiva notizia. Infatti per questa settimana l’intervento di Masali non uscirà. Fermo restando che non appena disponibile uscirà su queste pagine, “in sostituzione”, come si diceva qualche tempo fa in TV, vi trasmetto la presentazione di un capolavoro della sf di ogni tempo: Condominium, di James Graham Ballard.

condominium 

Un capolavoro tradotto per la prima volta da Urania, nei primi anni Settanta, e rimasto fervidamente nel ricordo di coloro che lo lessero all’epoca. La storia è basata su una situazione limite, com’è tipico di molti romanzi di Ballard, e sull’unicità di luogo: in questo caso un titanico condominio di cinquanta piani, assolutamente indipendente dal resto della città e parte di un complesso di edifici progettati dall’architetto Royal.
Nella costruzione risiedono all’incirca duemila essere umani, con a disposizione un asilo, una banca interna,.due piscine, un centro commerciale, due ristoranti, aria condizionata e numerosi altri confort. Gli appartamenti costano uno sproposito e gli abitanti del condominio sono professionisti affermati, dirigenti d’azienda, gente dello spettacolo e della TV, artisti: insomma la crema del ceto medio produttivo e il fiore fiore del rampantismo (allora ancora pre-tatcheriano). Tutto normale, quindi? No, proprio no. Molti hanno esperienza delle minuscole, meschine eppure rabbiose, isteriche liti di condomino. Provate a elevarle a potenza dieci, venti, cento, e avrete un’idea ancora abbastanza pallida di quello che accade nel libro di Ballard. Si comincia con i litigi e le penose ripicche per bambini e cani che sporcano e si giunge ben presto all’inferno, dapprima alla guerra per bande, poi ad un’anarchia da incubo, fino a quando la situazione si stabilizza con un numero di abitanti ridotto all’incirca ad un decimo del numero originale, quasi in una puntuale realizzazione delle osservazioni di Konrad Lorenz sull’aggressività negli spazi chiusi e limitati.
Ma il libro di Ballard non si lascia certo leggere con una chiave così povera: lo scivolamento dalla citivtà al comportamento “tribale” non ha nulla di naturale, gli uomini e le donne del palazzo, trasformati da qualche secolo di civiltà, sono assolutamente incapaci anche di una collaborazione da ominidi e da canidi. In realtà sembrano cadere in una condizione pseudo-infantile, giocano alla guerra ed allo stupro con la serietà a volte lugubre di bambini abbandonati, resa oscena dai tic e dall’habitus mentale di adulti sciocchi e senza principi. Come negli altri libri della serie catastrofica di Ballard (Vento dal nulla; la foresta di cristallo; Deserto d’acqua; Mondo sommerso) a suo tempo pubblicati da Urania, ciò che viene investigato con attenzione minuziosa è il mutare, in una situazione estrema, dei riferimenti etici che guidano il comportamento dfel cosiddetto uomo civile occidentale, soluzione narrativa che permette all’autore di sceneggiare la solitudine, lo stupore, il vuoto, di investigare, cioè, lo spazio interno (l’Inner Space della New Wave nella FS anni ’70) per scoprirlo desolatamente vuoto o aberrante.
Ciò che trovo particolarmente affascinante di questo e degli altri romanzi di Ballard è l’irriducibilità del comportamento dei personaggi ai sistemi di interpretazione più canonici (psicoanalisi, marxismo, antropologia culturale, sociobiologia), senza confinarlo alla pura e semplice irrazionalità: solo l’illustrazione piana e spietata di comportamenti possibili.
Molto in questo libro ricorda Il Signore delle mosche di William Golding: il desolato disincanto, l’atteggiamento freddo e sereno dell’autore, il filo sottilissimo di humour nero e di gelida intelligenza che vivifica il libro, un insieme di emozioni che meritano tutta la nostra attenzione e il nostro orrore.

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