La fantascienza italiana, tra scienza e cultura umanistica – Seconda parte

Qui la prima parte

Ecco qui la seconda parte dell’intervento di Vittorio Catani.

Ringrazio di cuore coloro che sono intervenuti già dopo la prima parte e invito chi volesse intervenire nella seconda parte a farlo senza esitare. Buona lettura! Da venerdì riprenderà la normale programmazione del blog.

di Vittorio Catani

forbidden planetQuale la reazione dei lettori?

Alcuni accettavano con interesse queste sperimentazioni, ma i più preferivano una fantascienza “ortodossa” e una maggiore aderenza alle origini “popolari”. La fantascienza dei vari Levi, Calvino eccetera, era spesso eccellente ma usava moduli narrativi e un linguaggio “classici”. Quanto all’editoria specializzata, va detto che essa ha, nei fatti, sempre decisamente scoraggiato — se non stroncato — queste sperimentazioni. Rare e il più delle volte di modeste, se non di modestissime dimensioni le case editrici che, talora, si sono mostrate più aperte (vanno ricordate le testate Oltre il Cielo, Futuro, Interplanet, la collana Galassia negli anni Settanta, curata da Vittorio Curtoni e Gianni Montanari; la rivista Robot negli anni Settanta). Il tentativo di innesto — o forse di mutazione, siamo in tema — sostanzialmente fallì.

Il dibattito, mai risolto, oggi si è spostato anche in rete, per esempio nelle mailing list italiane di fantascienza.

Tuttavia spesso, negli anni, sono tornati interrogativi di base ineludibili: come giudicare una storia di fantascienza ben scritta dal punto di vista narrativo, ma contenente qualche assurdità o strafalcione scientifico? Uno degli autori sotto tiro, in questi casi, è stato il grande Ray Bradbury, e in particolare le sue celebri Cronache marziane (1950), volume a suo tempo apparso in Italia in una prestigiosa collana letteraria, la Medusa di Mondadori, e che continua tuttora a essere ripubblicato e ristampato attestandosi tra i capisaldi della narrativa fantascientifica, se non della narrativa tout court. A dimostrazione, forse, della limitatezza dei nostri strumenti di indagine e di un certo accanimento catalogatorio. Le storie ricche di fascino, lirismo e riflessione sull’uomo che costituiscono le Cronache denotano una personalissima fantascienza al limite con il fantastico. Da parte sua, Bradbury negli anni ‘60 dichiarava provocatoriamente di non saperne nulla di scienza e di non possedere né un’automobile né un televisore; e la sua narrativa era, in effetti — riporto da una “quarta di copertina” dell’epoca — “una protesta contro lo scientismo, il materialismo, il commercialismo, che distruggono l’elemento poetico e fiabesco”.

D’altro canto non si può pretendere che solo gli scienziati abbiano i crismi per scrivere fantascienza. Nel 1965 uscì una antologia per Rizzoli, Racconti di fantascienza scritti dagli scienziati. Vi figuravano nomi di fama mondiale: Leo Szilard, Norbert Wiener, Julian Huxley, Willy Ley, J.B.S. Haldane, e altri. Inutile dire che le uniche storie “leggibili” della raccolta erano quelle scritte dagli scienziati-veri-scrittori, cioè Isaac Asimov e Arthur Clarke. Inoltre va considerato che solo un pubblico ancora più ristretto, all’interno della stessa fantascienza, può apprezzare una science fiction cosiddetta hard, cioè fortemente caratterizzata dalla estrapolazione su dati di scienza.

Ma esiste anche una scienza soft. A proposito delle “scienze umane” (antropologia-etnologia, sociologia, linguistica, cioè scienze non matematiche, ma egualmente basate su metodi scientifici), Darko Suvin ha scritto:

Le “scienze soffici” possono, con ogni probabilità, meglio servire come base della fantascienza, piuttosto che le scienze naturali “dure”; e di fatto sono state la base di tutte le migliori opere fantascientifiche.

Un’opinione, questa, che si ricollega in qualche modo ad Aldani.

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Darko Suvin

La mia opinione, molto personale, è che ovunque si scriva di scienza, l’autore abbia l’obbligo professionale di documentarsi con cura. Un libro anche bellissimo, ma che non ottemperi a questo criterio, sarebbe (a mio parere) imperfetto. Un lettore potrebbe sentirsi preso in giro dalla introduzione improvvisa di una nuova, inverosimile invenzione; o da un palese errore scientifico in assenza del quale la storia prenderebbe tutt’altra strada. Ma, ciò posto, mi appare storicamente evidente che la presenza del dato scientifico e la sua sopravvalutazione o sottovalutazione, siano, nel nostro campo, anche questione di tendenze, di evoluzione.

James G. Ballard, dal suo canto, fin dal 1962 aveva sconvolto l’ambiente della science fiction inglese con un pamphlet rimasto celebre, Come si arriva allo spazio interno?, in egli cui invitava provocatoriamente gli scrittori a buttare alle ortiche le avventure nello spazio intergalattico per rivolgersi a quelle interiori, cioè alla psiche dell’uomo. Questa esortazione lasciò vistose tracce in molti dei maggiori autori degli anni ’60/70, e che restano a tutt’oggi fra i migliori: Farmer, Disch, Moorcock, Aldiss, Spinrad, Dick, Delany, Zelazny, Lafferty, John Brunner, Joanna Russ, James Tiptree jr (alias Alice Sheldon), tantissimi altri. Al riguardo, scriveva nel 1979 Antonio Caronia ne I labirinti della fantascienza:

Una delle caratteristiche di questa “nuova fantascienza”, è che il confine fra reale e immaginario diviene tanto tenue da scomparire. […] Proprio perché la distanza fra immaginario e reale è abolita, proprio perché siamo immersi in un universo iperreale, la nuova fantascienza può fornirci strumenti così fini di rappresentazione e di critica della realtà. Non è più la vecchia dialettica fra utopia e antiutopia, fra letteratura apologetica e letteratura di denuncia dei “nuovi inferni”. La scrittura della nuova fantascienza, piuttosto, è impegnata in operazioni di destrutturazione del reale, di esplorazione di nuovi codici comunicativi, in un universo che la crisi e la scomposizione del linguaggio tiene costantemente aperto. Tanto la vecchia fantascienza si teneva ancorata ai moduli stilistici e alle convenzioni di intreccio dei “sottogeneri”, quanto la nuova fantascienza gioca con quelle convenzioni stilistiche e narrative, fino a stravolgerle, a farne degli elementi autentici di critica e di conoscenza.

Credo siano parole abbastanza indicative.

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4. Uno sguardo alla nuova fantascienza hard

Oggi, nonostante tutto, persiste un filone hard di scrittori statunitensi, o inglesi, che propongono cioè una science fiction altamente speculativa sotto il profilo scientifico o scientifico-filosofico, rinnovando e aggiornando un filone tradizionale di questa narrativa (filone che ha sempre vantato numerosi estimatori) con concetti ripresi dalle ultime acquisizioni.

Penso non tanto alle realtà virtuali, alle tecnologie delle nuove telecomunicazioni, e alle bio-ingegnerie, già abbondantemente sfruttate dal filone cyberpunk, quanto a campi o argomenti quali le nano-tecnologie, la meccanica quantistica, l’intelligenza artificiale, le scienze legate agli studi sul caos, la “complessità”, la morfogenesi, la genomica, la proteonomica, le scienze informatiche biomimetiche che trattano di reti neurali, algoritmi genetici, eccetera. E poi, varie branche abbastanza nuove da essere state considerate quasi nuove scienze: psicologia cognitivista evolutiva, nuove frange della teoria dei sistemi non lineari, neuroetologia computazionale, visualizzazione/analisi visiva (imaging) celebrale funzionale… e perché no, la stessa matematica. In un suo ciclo di romanzi sui robot, Rudy Rucker (che è un matematico) ha affrontato il tema della “coscienza come costrutto software” utilizzando scoperte e intuizioni nei settori dell’IA (intelligenza artificiale), delle biologie, della “consapevolezza delle macchine”, per esempio in una trilogia: Software. I nuovi robot (1981), Wetware. Gli uomini robot (1988) e Freeware.La nuova carne (1997). Un altro suo romanzo, Luce bianca (1980) ha per tema un’analisi delle ipotesi sul continuum di Cantor. Di Rucker apparve in Italia anche un vasto saggio, La quarta dimensione (1994), in cui l’autore mescolava estrapolazione scientifico-filosofica e riferimenti fantascientifici.

Greg Egan è un’altra interessante leva della moderna fantascienza tecnologica: il suo poderoso, stupefacente romanzo Permutation City (1994) narrava fra l’altro della clonazione informatica di parte dell’umanità e di automi cellulari (cioè della simulazione di organismi viventi eseguita in calcolatori con programmi di evoluzione biologica), in una grandiosa visione speculativa che, a mio parere, ne fa un’equivalente odierno e amplificato del classico La città e le stelle di Arthur C. Clarke (1956). In un racconto, Luminous, (1998) Egan parte da un’altra idea molto speculativa: che nell’universo si siano formate, subito dopo il Big Bang, “sacche” nelle quali la matematica di numeri particolarmente grandi presenta delle incoerenze, che si affacciano a turbare gravemente la nostra logica di tutti i giorni. Questo “difetto”, dapprima solo teorizzato, viene poi verificato tramite un computer che opera su base quantica. È’ una storia densa di concetti e riflessioni di particolare interesse (e bellezza, direi: d’altronde la fantascienza può trasformare in poesia la scienza) sulla natura e i fondamenti della matematica, sulla natura dell’universo, insomma su noi stessi. La maggior parte delle storie di Egan hanno impostazioni e tematiche di questo genere.

Altri autori muovono dal presupposto secondo cui le leggi “assurde” della meccanica quantistica riescano a sconfinare dalle dimensioni microscopiche che ad esse competono, per cui incontriamo personaggi che devono sottostare a un’esistenza paradossale, giusto come accade per le particelle elementari. Altra idea che ha ottenuto particolare successo (già citata sopra) è la teoria del caos. Scrittori di differente estrazione (Pynchon, Vonnegut, Martin Amis, James Ballard, Jeff Noon, Alec Effinger…) hanno sondato le ambiguità dell’inversione temporale, o della teoria di Hugh Everett sulla moltiplicazione degli universi. Esistono in realtà campi di indagine ancora non fruttati (né ben chiariti), dove il confine tra fantasia, scienza, e anche narrativa non fantascientifica, spesso sfuma molto. E sono venuti alla ribalta nuovi notevoli autori: Charles Stross, Ken MacLeod, Ted Chang… e altri.

Ma qui, ovviamente, entriamo in un altro discorso…

egan

Pubblicato in prima versione
da CS_Libri nel giugno 2001

in “Le fantasie della scienza”

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