La fantascienza italiana, tra scienza e cultura umanistica

catani

di Vittorio Catani

Questa volta non dovrete sentire la mia voce, ma potrete ascoltare qui quella ben più autorevole di un vero e riconosciuto autore di fantascienza, uno dei pochi che può vantare una lunga – anche se ovviamente non ricchissima di riconoscimenti economici – carriera. Qualche anno Vittorio intervenne a un convegno sulla sf tenuto presso l’università di Torino, promosso dalla rivista LN-LibriNuovi, presentando alcune sue riflessioni sulla storia della sf in Italia. Ne nacque un documento che, con quello di altri autori, pubblicammo in uno speciale della rivista. Qualche giorno fa mi venne l’idea di ripubblicare il suo articolo e chiesi a Vittorio l’autorizzazione a farlo. Dal momento che Vittorio è un vero signore non solo mi ha autorizzato la pubblicazione ma ha inserito qualche ulteriore elemento, rendendo più attuale il suo intervento.

L’articolo uscirà diviso in due parti, tra oggi e martedì 12.3.

La fantascienza italiana tra scienza e cultura umanistica

di Vittorio Catani

1. Premessa

SaturnoTerraUn osservatore esterno potrebbe pensare che in un genere come la fantascienza — “science” + “fiction” — il rapporto fra le due componenti dichiarate (scienza, narrativa) sia scontato, pacifico. Ma una occhiata appena più approfondita rivela l’ambiguità, i contrasti e addirittura la conflittualità creati nel tempo, all’interno dell’entourage fantascientifico, dal rapporto fra scienza e narrativa. Già la traduzione/reinvenzione italiana del termine, “fantascienza”, ne è di per sé una spia: “fantasia” e “scienza”. Una sorta di ossimoro: può mai essere scientifica una fantasia, o fantastica la scienza?

Nel nostro Paese, la moderna science fiction viene introdotta “ufficialmente” nel 1952 tramite la collana mondadoriana Urania (ma c’erano già stati altri tentativi, e alcuni precursori). In Italia questo genere letterario, però, venne subito a incontrarsi, e scontrarsi, con una mentalità, una cultura, una situazione sociale, del tutto diverse da quelle esistenti negli Usa.

Questo mio intervento verte pertanto su due punti essenziali:

a) brevi note sul rapporto fra scienza e fantasia (o fiction) nella fantascienza;

b) interpretazione ed esiti del predetto rapporto, nel nostro Paese.

Con la doverosa precisazione che tratterò tali argomenti più che da teorico della fantascienza — che non sono — in veste di lettore e scrittore del genere.

Conclude la presente relazione un rapido cenno alla ultima “fantascienza tecnologica” (o hard, come viene solitamente definita).

2. Scienza e fantasia

Lo studioso canadese Darko Suvin, ne Le metamorfosi della fantascienza (1985, Il Mulino), afferma che ogni storia di science fiction parte da un novum. Con tale termine egli intende una “invenzione” (congegno, tecnica, fenomeno, relazione), o anche una “ambientazione”, o un “agente” (personaggio o personaggi principali), postulati sulla base del metodo scientifico. La presenza di questa ipotesi nella narrazione, genera conseguenze sviluppate dall’autore coerentemente con le conoscenze della scienza a noi nota. Ciò vuol dire che partendo dalla sua premessa, lo scrittore deve giungere a conclusioni che gli stessi scienziati potrebbero ritenere plausibili.

Fin qui Suvin. Ma questo tipo di percorso narrativo (che è poi pane quotidiano della fantascienza) può in realtà dirsi “scientifico”?

Il punto è che i fatti raccontati in una storia di science fiction non trovano riscontro nell’esperienza comune.

Eppure, anche gli scienziati spesso usano analoghe estrapolazioni. Arthur Clarke, Paul Davies, e una miriade di altri hanno provato, per esempio, a ipotizzare — in volumi non di narrativa ma di divulgazione — futuri sviluppi della tecnologia, o morfologie di pianeti del Sistema solare. Nella fantascienza quindi converge un modo di ragionare tipico della scienza.

Ma andiamo oltre. Nel suo famoso romanzo La mano sinistra delle tenebre (1969) Ursula K. LeGuin descriveva Inverno, un ipotetico pianeta abitato da quasi-umani, e una società simile alla nostra eppure molto distante; una storia capace di coinvolgere emotivamente il lettore. In un suo articolo, Paolo Lombardi scriveva (1989):

Che dire dell’ipotesi […] che esista un pianeta […] e la specie che lo abita? Secondo Popper, le asserzioni strettamente esistenziali non sono falsificabili, e dunque sono metafisiche. In questo senso, la fantascienza non contiene scienza. Tuttavia non pare giusto tacciarla di metafisica. Non si può infatti mettere sullo stesso piano proposizioni del tipo “esiste Dio”, ed “esiste una specie vivente simile a meduse su Giove”. La prima, infatti, non è falsificabile in via di principio; laddove la seconda sarebbe falsificabile in base all’osservazione, qualora fossimo in grado di esplorare minutamente il pianeta Giove. [La questione è che nella fantascienza] l’ipotesi di partenza della storia è immaginaria; la facoltà cui occorre far riferimento circa la natura delle sue ipotesi è dunque l’immaginazione.

Per contro, è ormai comunemente accettata l’idea che esista anche una “immaginazione scientifica”. Il biologo inglese Peter Brian Medawar, premio Nobel per la medicina 1960, in L’immaginazione dello scienziato ha scritto (1972):

Tutti i progressi della conoscenza scientifica, ad ogni livello, cominciano con un’avventura speculativa, una preconcezione immaginativa di ciò che potrebbe essere vero — una preconcezione che sempre e necessariamente va un po’ oltre (e talvolta molto oltre) tutto quanto di cui abbiamo un’evidenza logica o fattuale. È l’invenzione di un mondo possibile, o di una minuscola frazione di tale mondo. L’ipotesi è successivamente sottoposta al vaglio critico per scoprire se quel mondo immaginato è in qualche modo simile a quello reale. Il ragionamento scientifico è perciò a tutti i livelli una interazione tra due episodi di pensiero, un dialogo a due voci — l’una immaginativa, l’altra critica; un dialogo se volete, tra il possibile e il reale, (…) tra ciò che può essere vero e ciò che di fatto è.

 E altrove ha aggiunto:

Nella scienza, l’elemento immaginativo esiste nella concezione, non nel linguaggio attraverso cui detta concezione viene espressa e trasmessa.

È peraltro una immaginazione, quella dello scienziato, di natura differente da quella fanta-scientifica, perché quando Isaac Asimov o Bruce Sterling immaginano qualcosa non sono obbligati a compiere verifiche: ecco dunque un primo punto in cui la scienza, in fantascienza, viene inquadrata in un ambito ben preciso, direi limitato.

aldaniLa radice del problema era stata già affrontata da Lino Aldani in un suo noto saggio del 1962: l’autore di fantascienza, più che badare alla attendibilità del presupposto, si adopera affinché la sua premessa, quand’anche in contrasto con le nostre attuali conoscenze, venga sviluppata coerentemente e rispettata come fosse una inoppugnabile verità scientifica (in La fantascienza, 1962):

La science fiction non è, come molti credono, scienza vestita di fantasia ma esattamente il contrario, cioè fantasia pura ricoperta dai veli di una elaborazione razionale, non importa se dispiegata paradossalmente.

Cosa significhi “elaborazione razionale”, è intuibile: le storie di science fiction devono svolgersi sullo sfondo di un corpo di cognizioni già esistenti, o comunque rappresentare una sorta di “esperimento mentale” che si adegui a una logica scientifica condivisa.

Da questi cenni credo emerga un primo quadro di base — abbastanza lineare, nonostante tutto — circa il ruolo della scienza nella science fiction. Ma ovviamente, nella pratica, le cose non stanno esattamente così, per vari motivi:

– la fantascienza è un genere molto ampio, basato su convenzioni, e con zone-limite che sfumano in altri ambiti narrativi;

– alcuni autori, volutamente o inconsapevolmente, talora non rispettano le norme del genere;

– c’è stata una fantascienza (specie a partire dagli anni Settanta) che ha concentrato la sua attenzione non sul novum ma sull’aspetto linguistico;

– infine, oggi siamo in epoca di contaminazioni (non solo da radiazioni…)

Alcune di questi “elementi di disturbo” emersero fin dagli anni Cinquanta, con la nascita di una fantascienza italiana: e siamo al secondo punto del mio intervento.

3. Science fiction… made in Italy

essenza_cataniAllorché la science fiction apparve nelle edicole italiane (1952), il nostro Paese usciva dalla guerra, ed era sostanzialmente una nazione agricola. Essa aveva una storia diversa da quella degli Usa. La ricerca scientifica era modestissima, le tecnologie restavano quasi ottocentesche. Quanto alla cultura dominante, era intrisa di classicismo e aveva delle materie scientifiche una considerazione di subalternità. La fantascienza quindi — tranne rarissime eccezioni — fece molta fatica non solo per affermarsi, quanto a essere oggetto di una seria considerazione. D’altronde noi scontavamo, e in parte ancora scontiamo, eredità ingombranti. Da un lato il persistere di concezioni idealistiche secondo cui, per esempio, l’Arte era totalmente autonoma rispetto a qualsiasi altra attività umana. Arte disinteressata e autosufficiente, universale, cosmica. A-storica. In una concezione simile, le conoscenze scientifiche e tecniche rivestivano un ruolo secondario, “inferiore”, utile solo a fini pratici, immediati. “ancillari”.

A queste influenze si sommavano altre vecchie eredità, non meno determinanti.

Nell’Ottocento, il Romanticismo europeo aveva esaltato fra l’altro i valori della fantasia (da cui anche la riscoperta partecipata delle leggende, del folklore e delle tradizioni popolari nazionali, nei vari Stati europei); ma in Italia il movimento romantico fu visto e temuto come uno sradicamento della nostra tradizione classica, come adesione a una poetica straniera, quindi antipatriottica. Per cui si privilegiò e assecondò un Romanticismo che parlasse alla popolazione, ma per esaltarlo alle libertà civili e all’indipendenza dall’oppressore. In tal modo — per quanto ci riguarda in questo contesto — restava soffocato appunto l’aspetto “fantastico”, il lato anche oscuro, irrazionale, e veniva al contempo esaltato il ruolo del cattolicesimo.

Cattolicesimo a sua volta incompatibile con la narrativa fantastica, dal momento che questa si mostra, per sua natura, trasgressiva nei confronti di una realtà che invece il senso comune per un verso, e la visione religiosa per un altro, danno per scontata.

Qui parlo di “narrativa fantastica” con riferimento a fiabe, folklore, storie del soprannaturale; ma evidentemente queste motivazioni concomitanti fecero sì che da noi il terreno non fosse favorevole a recepire anche il nuovo genere fantastico del XX secolo, la fantascienza. Anzi: l’accoglienza dell’establishment culturale fu (tranne rarissimi casi: Monicelli, Solmi, Eco, Dorfles, Luce d’Eramo), decisamente ostile, ironica, se non irridente. E ancora oggi se ne percepiscono strascichi.

 Ad ogni modo, sulla scia della neonata collana Urania e di altre pubblicazioni più o meno effimere si andava formando un pubblico di estimatori del genere, dal quale sarebbero usciti i primi scrittori.

eclisse-2000-uc_044_aldaniInevitabilmente, in assenza di una visibile tradizione specifica, i primi tentativi furono l’imitazione dei modelli made in Usa. E che di imitazioni si trattasse, era subito evidente all’occhio di qualunque lettore appena smaliziato. Tranne poche valide eccezioni, la maggior parte dei nostri esordienti fanta-scrittori rivelava, a parte una scarsa dimestichezza con i meccanismi della narrativa di genere (ma questo problema si sarebbe potuto superare — come si superò — nel tempo), anche una insufficiente cultura scientifica. Non si trattava solo della carenza di generiche conoscenze di base (alle quali, per dirne una, avrebbero potuto sopperire testi specializzati, ammesso di reperirli facilmente, il che era quasi impossibile), quanto soprattutto emergeva l’incapacità di individuare tematiche scientifiche originali, padroneggiarle nei loro risvolti tecnici e sociali, trasformarle in materiali narrativi che avessero un respiro cosmopolita, non provinciale. Da questo punto di vista i vari Heinlein, Asimov, Leinster, Anderson, Clarke eccetera mostravano spesso una padronanza, un mestiere, una genialità, una ricchezza di idee da lasciare sbalorditi. Molti di quei fanta-narratori americani erano al contempo scienziati: un “matrimonio” culturale da noi, a quell’epoca, quasi blasfemo. D’altronde, gli Usa hanno sempre rappresentato la terra mitica delle scoperte fatte (o dei marchingegni costruiti) nel garage dietro casa, oltre che il luogo della grande industrializzazione, della ricerca scientifica seria, dei prestigiosi laboratori: di conseguenza (piaccia o no) gli States furono — e restano — la fucina dell’immaginario tecnologico contemporaneo. Un background francamente schiacciante che gli autori italiani, con tutta la bravura e la buona volontà, non erano in grado di improvvisare.

Un solo esempio, per dare un’idea. Sul quindicinale Oltre il Cielo (una rivista che si occupava delle nascenti astronautica e missilistica, e al contempo dava ampio spazio alla fantascienza italiana) scriveva un’autrice dalle notevoli doti, Giovanna Cecchini. Uno dei suoi racconti più famosi resta Mio figlio non è un mostro (1959). Vale la pena soffermarsi su un aspetto della trama.

L’autrice immaginava un gruppo di coloni terrestri trapiantati sull’inospitale pianetino Io, satellite di Giove. Dopo alcuni mesi, a una coppia di coloni nasce un bimbo: il primo umano a vedere la luce su un altro mondo. Ma qualcosa ha funzionato male: Donald, il bambino, si rivela portatore di una mutazione mostruosa. Ha un minuscolo becco, la lingua cornea, il corpo ricoperto da migliaia di squame iridescenti. Dopo il primo sconcerto, se non orrore, i terrestri si rendono conto però che Donald è una creatura perfettamente adatta all’ambiente di Io. Superato il primo trauma, la madre annota:

 Donald non dovrà starsene rinchiuso in eterno nella Base. Potrà correre fuori a ruzzolare nel folto dei prati spinosi, potrà tuffarsi nei gorghi delle acque ustionanti senza alcun timore. Sarà un bimbo felice. E un bimbo felice non è un mostro.

oic-1Ovviamente il racconto contiene un elemento inaccettabile: l’adattamento di una specie (quella umana) al mutare dell’ambiente esterno avviene gradualmente, su tempi di millenni o milioni di anni, non nell’arco di una sola generazione. Ebbene, la nostra fantascienza dei primordi era piena di episodi del genere, spesso di vere e proprie assurdità scientifiche.

Tuttavia, proprio questo racconto offre l’occasione per evidenziare una diversa tendenza subito emersa nella fantascienza di casa nostra. In fondo, qual era lo scopo di Giovanna Cecchini? Far intendere, tra le righe, che la “mostruosità” non esiste, in quanto questione relativa. Su Io, è proprio Donald la vera creatura “normale”; mentre gli inadatti, quindi i mostri, sarebbero i terrestri. In sostanza la science fiction della Cecchini non era che un modo nuovo (all’epoca) per raccontare, in una forma allegorica abbastanza trasparente, la tematica della diversità.

Stava nascendo insomma, non senza polemiche, un primo tentativo di “via italiana alla fantascienza”: proprio in considerazione della mancanza di una cultura tecnico-scientifica, si rinunciava di fatto a virtuosistiche estrapolazioni in materia, si era disposti a passare in second’ordine l’accuratezza del riferimento scientifico, per sottolineare gli aspetti umani e psicologici dei personaggi, o quelli etici, filosofici, allegorici, di vicende comunque imperniate sull’impatto con nuove tecnologie. Come dire: si privilegiava il contenuto umanistico.

Lo sviluppo di questa corrente riuscì anche a cooptare, a vari livelli, qualche altro raro nome illustre del nostro l’ambiente letterario mainstream: Libero Bigiaretti, Teodoro Giuttari, Inìsero Cremaschi, Gilda Musa, Gianni Arpino, Ennio Flaiano, Giacinto Spagnoletti, Ugo Facco de Lagarda, Livia Contardi, Lodovico Terzi, Primo Levi (ma con lo pseudonimo Damiano Malabaila), Italo Calvino, Dino Buzzati, Tommaso Landolfi, Paolo Volponi,e altri: nell’insieme, una “via” diversa (con taluni nomi essa assumeva anche un tono “colto”), che veniva ad acquistare una sua peculiarità, anzi veniva additata come più idonea alla eredità culturale del Vecchio Continente, e nostra in particolare.

[continua]

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10 thoughts on “La fantascienza italiana, tra scienza e cultura umanistica

  1. Vittorio Catani oltre ad essere un grande scrittore e un vero signore ha la capacità di spiegare cose complesse in poche puntuali parole. È più bravo come scrittore o come divulgatore ?
    Chissenefrega quando puoi avere entrambi ?
    Ma sopratutto scrivo così perchè ho la febbre e l’influenza ?

    • @GLB: anche mia figlia, peraltro, ha la sua quota di influenza. Quanto a Catani, sinceramente non saprei rispondere alla domanda posta, ma sono d’accordo nello stabilire che va bene averli entrambe. Grazie del commento, tanto più in condizioni di salute precarie.

  2. Interessante saggio sulla fantascienza italiana, peraltro di uno scrittore molto bravo e autorevole, al quale mi permetto di segnalare un sito di racconti fantastici (anche di science-fiction) italiani. Vi collaborano scrittori altrettanto interessanti e bravi, quali Sergio Bissoli, Giuseppe Novellino, Paolo Secondini ecc.
    http://nuovanarrativa13.blogspot.it/
    Distinti saluti

  3. Pingback: La fantascienza italiana, tra scienza e cultura umanistica – Seconda parte | ALIA EVOLUTION

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