Cristalli sognanti di Theodor Sturgeon, una lettura

CRISTALLI SOGNANTI

Un libro pubblicato e ripubblicato da diversi editori, tra questi l’Adelphi, con due edizioni, la seconda nel 1997. All’epoca scrissi la recensione che segue, ancora incredulo che qualcuno si fosse accorto di quale romanzo straordinario fosse e che genere di autore fosse Sturgeon. Senza bisogno di anniversari o di ricordi inauguro in questo blog un piccolo spazio che dedicherò ad autori che giudico in equilibrio tra la narrativa di genere e la letteratura. Autori che ricordo e che vorrei che altri potessero conoscere. Altrimenti a che cosa serve un blog?

Cristalli sognanti, ovvero un romanzo scritto nel 1950 e rivisto da Sturgeon nel 1977, pubblicato una prima volta in Italia dalla Libra del buon Malaguti, con una traduzione se non proprio sopraffina almeno decorosa, e riproposto (e ritradotto) da Adelphi.

Una breve considerazione personale: trovare Theodor Sturgeon pubblicato da Adelphi mi ha fatto la stessa impressione che potrebbe farmi vedere Cordwainer Smith nei Meridiani o Jack Vance nei Millenni Einaudi. Una sensazione di rivincita dopo anni di adolescenza e giovinezza a sentirsi dire: « Ma tu leggi quella roba lì? ». Fine dell’inciso.

Adesso il mio compito sarebbe quello di spiegarvi perché Cristalli Sognanti è essenzialmente un capolavoro. Il primo impulso sarebbe quello di dire: « Beh, leggetelo e vedrete. » ma non mi sembra serio, quindi procedo.

Protagonista del romanzo è Horty, un orfano adottato dal Giudice Bluett mentre concorreva a una campagna elettorale locale, all’unico scopo di ben impressionare l’elettorato. Dopo la fatale trombatura (il giudice Bluett è un poco di buono) il povero Horty comincia a passarsela davvero male, tanto che davanti all’ennesima violenza del patrigno fugge di casa e trova rifugio nel circo dei mostri del “Cannibale”, ossia Pierre Monetre, ex-medico geniale radiato dall’ordine e in guerra con l’umanità.

Fin qui si tratta di temi e situazioni da feuilleton felicemente rivisitato, magari con una spruzzata di malinconia felliniana, ma con l’ingresso in scena del Cannibale il romanzo muta radicalmente pelle. Infatti Monetre è finora l’unico essere umano a rendersi conto che sul nostro pianeta oltre alla vita animale e vegetale germoglia da tempo immemorabile la silenziosa vita dei cristalli. Cristalli che sognando riescono a riprodurre fedelmente qualsiasi creatura animata con cui entrano a contatto. «Ci siamo, arrivano i replicanti nei baccelloni» starete pensando. E invece no, perché se è vero che i sogni dei cristalli producono fedeli repliche di creature viventi, è altrettanto vero che quest’attività per i cristalli è frutto di un sogno, ovvero non ha nulla di conscio né tantomeno fa parte di un disegno di dominio del mondo.

«C’erano migliaia, forse milioni di cristalli che vivevano la loro strana vita dimentichi dell’umanità, come l’umanità lo era di loro, poiché i cicli vitali e gli scopi delle due specie erano completamente separati. Eppure… quanti uomini c’erano al mondo che non erano affatto uomini (…) che si mescolavano ai loro prototipi senza che nessuno immaginasse che fossero un sogno alieno, senza storia a parte il sogno stesso?».

fantadv_5002Forse a questo punto comincia ad essere chiara la strategia narrativa di Sturgeon. A partire da metà del libro ci si comincia a chiedere quali tra i personaggi siano sogni dei cristalli e quali gli esseri umani genuini e il bello è che qualunque ipotesi in proposito si rivela in breve tempo sbagliata. Tutti i comportamenti presentati, anche i più perfidi e devianti sono indiscutibilmente umani e la caccia al sogno serve solo a comprendere quanta profonda umanità sia nascosta in ognuno di noi, quanto di sublime e infimo riescano ad ospitare i nostri simili e noi stessi.

Considero Sturgeon un autore crudelmente allegro, un assassino di buon cuore, un idealista senza illusioni, un esempio mirabile – in sostanza – di come si possano (e debbano) imbrogliare le carte per affermare concetti profondi e universali. Si esce da Cristalli Sognanti colmi di meraviglia, come si fosse assistito a una genesi privata che ha dato per la seconda volta un nome a tutte le cose. Il circo di Pierre Monetre ospita il frutto degli incubi dei cristalli, da lui obbligati a infami esperimenti, e insieme ospita veri esseri umani deformi, creature sfortunate e sofferenti. Eppure la gente del circo dei mostri è solidale, qualche volta allegra, più spesso malinconica. In una parola è infinitamente più umana di Monetre o del Giudice Bluett che di cristallino non hanno assolutamente nulla.

Quanto il romanzo debba in fatto di suggestioni a film come “Freaks” di Tod Browning solo Sturgeon può saperlo, ma in ogni caso non si tratta di plagio quanto di felice ispirazione. Una delle migliori caratteristiche della fantascienza è quella di saper utilizzare i paesaggi e le suggestioni altrui per immaginarne di nuove.

Per tornare al romanzo, credo che ben pochi epiloghi come questo riescano tanto bene a riconciliare con l’umanità. Ci si trova rapiti a respirare un‘aria diversa, un risultato veramente raro e prodigioso per un libro…

ted03-a-sturgeon

Annunci

Quasi un secolo di Jack Vance

lurulu

Parlare di Jack Vance nel 2013, a ben 97 anni dalla sua data di nascita, ha qualcosa di strano.

Jack Vance quasi come Jules Verne, ovvero due autori che hanno accompagnato le mie letture fantascientifiche fin dalle origini.

Un autore per me importante e inevitabilmente molto amato, arrivando persino a perdonargli alcuni non piccolissimi difetti, come il sostegno alla guerra del Vietnam esplicitato con altri 72 autori di sf che firmarono un appello pubblicato dalle riviste «Galaxy» e «If» nel lontano 1968. Tra gli autori che lo firmarono c’erano comunque – parlando delle mie personali passioni letterarie – anche R.A.Lafferty e Jack Williamson e la firma di Vance mi parve un errore tipicamente americano, un rifiutarsi di ammettere in nome dell’amor di patria che la politica condotta era oltre che sanguinaria e pericolosa, anche assolutamente idiota.

Per la cronaca, comunque, gli autori contrari alla guerra del Vietnam risultarono prevalenti – 82 contro 72 – e fra loro si trovavano gradi scrittori come Dick, Farmer, Le Guin, Spinrad, Bradbury, Leiber, Delany, Ellison… Vinsero i buoni, in sostanza.

Ma il mio amora per Vance e per la sua narrativa non risentì delle sue posizioni politiche. Mi duole ammetterlo, ma non sono mai stato in grado di estendere la mia disapprovazione politica in campo estetico e narrativo. Potevo soffrire leggendo qualche tirata, fortunatamente breve, di Vance sulla correttezza e la moralità della pena di morte, ma il piacere della lettura finiva sempre per prevalere e il mio Io etico veniva, in un modo o nell’altro, tacitato.

Adesso Vance ha 97 anni e il suo ultimo lavoro risale al 2004, titolo Lurulu. Un romanzo scritto – o meglio dettato, dal momento che l’autore ha perduto la vista già dal 1980 – alla bella età di 81 anni. Particolare non secondario, Lurulu fu da lui presentato come il suo ultimo libro di fiction, infatti a quello seguì la sua biografia, This is me, Jack Vance!, vincitore nel 2010 del premio Hugo come “opera collegata alla sf” e (ovviamente) mai pubblicata in Italia.

Insomma, dovendo parlare di Jack Vance, non posso fare a meno di descrivere il mio rapporto con i suoi libri in un modo o nell’altro come luciferino, empio e perverso, con tutto quello che di buono possono contenere questi aggettivi. E parlare di lui come del mio elegante, accurato, ingegnoso e perfido diavolo personale.

Simpathy for the devil, cantavano i Rolling Stones durante la mia adolescenza, una delle loro canzoni da me preferite. E del mio diavolo, John Holbrook Vance, noto ai lettori di fantascienza come Jack Vance, parlerò qui e dei suoi ultimi libri: Fuga nei Mondi Perduti (Ports of Call), Mondadori Urania 1999 e di Lurulu, (2004), le sue ultime opere di narrativa.

Rolling Stones - Sympathy for the Devil (1968)La storia non è nuova per J.V.

Protagonista è un giovanotto da poco approdato all’età adulta che, infiammato dal sogno di navigare, dapprima accompagna la zia zitella e matura (ma tuttora in tiro) in una crociera interstellare, ma viene poi scaricato non appena compare all’orizzonte un avventuriero capace di lusingare la vanità della stupida dama. Myron si trova così costretto a cercare un ingaggio sulla prima (astro)nave che incontra e trova la sua occasione sul Glicca, un vascello non esattamente nuovo di zecca, il cui comandante vive di trasporti al limite del lecito. Ciò che ne segue è la cronaca dei viaggi e degli incontri di Myron e dei suoi compagni, in mondi più o meno singolari e bizzarri, secondo le abitudini di J.V.

Fuga nei Mondi Perduti e Lurulu non sono né più né meno che il racconto deformato, eccessivo e grottesco di un vecchio marinaio, abituato a raccontare di strane genti, luoghi di una bellezza struggente, lingue incomprensibili, costumi assurdi, donne bellissime e pericolose, abili truffatori, fantasmi inquieti e impenitenti bari. Un po’ Stevenson, un po’ Mark Twain e molto Ambrose Bierce, Jack Vance è un narratore atipico per la fantascienza, uno di quegli autori che una scuola di scrittura creativa seria avrebbe tentato di normalizzare per il suo inglese ampolloso e ridondante, le sue parentesi sconvenienti, i suoi dialoghi ricchi di formalismi e le storie, dove la virtù è solo il lato ipocrita del vizio.

Ma Lurulu non è soltanto il titolo del romanzo, ma anche una particolare, inesprimibile emozione o condizione, un particolare destino, una forma del tutto personale di sorte. Un sogno materiale, una visione e forse un’illusione: ciò che si può avere la fuggevole sensazione di comprendere soltanto molto vicino al termine.

Come scrive Vance:

 Se ve lo ricordate, è di “lurulu” che parliamo. A rischio di essere banale, faccio notare che “sorte”, “destino” e “lurulu” non sono sinonimi. “Sorte è un concetto oscuro e pesante, “destino” è più simile a un bel tramonto [… ] Lurulu è personale, è come la speranza, o una voglia nostalgica, più reale di un sogno. […] Io credo che il cosmo sia un insieme di complessità, molte delle quali non hanno rapporto con le parole dei nostri linguaggi e possono essere individuate soltanto con l’uso di allusioni.

 Vecchio, maledetto diavolo.

L’ultima volta che ho “sentito” un concetto di questa complessità stavo leggendo Proust. E la volta precedente, sembra incredibile, ma si trattava di Salgari.

riconquista

E sono gli scrittori in qualche modo davvero bravi quelli che ammettono che, in definitiva, stiamo parlando di molto poco, forse di nulla. Perché non esistono le parole per raccontare a nostra vita. Perché le parole che ci scambiamo non bastano mai.

La passione di Vance per la parole che riappare in mille tratti del suo scrivere – dai nomi personali a quelli dei luoghi, delle celebrazioni, degli spettacoli e dei monumenti – e che è stata la punta di colore della mia passione per i suoi testi, ha una sua ragion d’essere nella ricerca costante di una definizione, della presentazione di un frammento di sentimento e di emozione che le parole abituali faticano a spiegare. Così “Lurulu” diventa, come realtà inesprimibile ma anche come lo scherzo di uno scrittore mercuriale – un vero demone burlone -, una condizione spirituale inafferrabile, un destino personale di instancabile movimento e di rara ed episodica pace, del quale si è solo improvvisamente consci e della quale è impossibile liberarsi.

Lurulu”, parola scelta non a caso come titolo del suo ultimo libro, diventa così un piccolo compendio di vita ed opere di Jack Vance, un “destino” che è anche ricapitolazione della sua esistenza e delle sue convinzioni.

Un modo tipicamente vanciano, a pensarci bene, per allontanarsi definitivamente dai suoi lettori. Anche da quelli che pur criticandone alcune scelte, l’hanno sempre avuto nel cuore.

Quello dei colori

ALIA11«Nonno i colori… ci sono i...»»

L’ho conosciuto prima, Fabio Lastrucci, fin dai tempi del primo racconto che mi capitò in mano dei suoi, Da zero a infinito, che pubblicai in Fata Morgana 6,  «Numeri, parentesi, incognite, enigmi», ma a questo racconto, Ultime notizie del papero, sono affezionato da morire, dalla prima volta che lo lessi. C’è una delicata tristezza, una malinconia argentata e argentina, un suono di tango accellerato come in certi racconti di Osvaldo Soriano.

FM8Mi è sempre piaciuto il mondo di raccontare di Fabio Lastrucci. Potrei dire che mi è sempre piaciuto il suo modo di pensare la narrativa. Per come scrive e per il garbo da gentiluomo con il quale ti offre i suoi brani. È un buon compare di antologia, uno di quelli che ti dicono, con un sorriso, «bello, il tuo racconto» e «bella, l’antologia» e sei sicuro che parlino sul serio.

Mi è ritornato in mente proprio in questi giorni, prima per un’ottima intervista di Nick il Noctuniano apparsa qualche giorno fa sul suo blog, poi per la segnalazione scritta da Consolata Lanza per il suo blog Anaconda anoressica. Non ci siamo mai persi di vista, in realtà, anche se di persona, in carne e ossa, ci siamo visti una volta in tutto, ma sapevamo reciprocamente di esistere, di scrivere, di pensare.

Riprendere, sottolineare, presentare ciò che fa uno degli Aliani è uno dei compiti di questo blog, non me lo sono dimenticato. La scorsa settimana ho pubblicato un articolo di Vittorio Catani, un Aliano senior, e ora inseguo le parole di Fabio su altri blog. Bene, molto bene. Questo significa che anche questo blog, in coma per anni, non è morto. Può essere ancora un luogo di incontro, di scambio. Persino di ispirazione, se una parola simile ha diritto di cittadinanza in un mondo virtuale.

Se non avete di meglio da fare – e sinceramente ne dubito – fate un salto da Nick il Noctuniano e leggetevi l’intervista. Non ve ne pentirete.

alia07aUltima nota. Se mai vi venisse voglia di leggere uno degli ALIA o un Fata Morgana, beh, potete sempre scrivermi (cs_libri[at]fastwebnet.it) e ve li spedirò senza spese.

In fondo sono qui anche per questo.

La fantascienza italiana, tra scienza e cultura umanistica – Seconda parte

Qui la prima parte

Ecco qui la seconda parte dell’intervento di Vittorio Catani.

Ringrazio di cuore coloro che sono intervenuti già dopo la prima parte e invito chi volesse intervenire nella seconda parte a farlo senza esitare. Buona lettura! Da venerdì riprenderà la normale programmazione del blog.

di Vittorio Catani

forbidden planetQuale la reazione dei lettori?

Alcuni accettavano con interesse queste sperimentazioni, ma i più preferivano una fantascienza “ortodossa” e una maggiore aderenza alle origini “popolari”. La fantascienza dei vari Levi, Calvino eccetera, era spesso eccellente ma usava moduli narrativi e un linguaggio “classici”. Quanto all’editoria specializzata, va detto che essa ha, nei fatti, sempre decisamente scoraggiato — se non stroncato — queste sperimentazioni. Rare e il più delle volte di modeste, se non di modestissime dimensioni le case editrici che, talora, si sono mostrate più aperte (vanno ricordate le testate Oltre il Cielo, Futuro, Interplanet, la collana Galassia negli anni Settanta, curata da Vittorio Curtoni e Gianni Montanari; la rivista Robot negli anni Settanta). Il tentativo di innesto — o forse di mutazione, siamo in tema — sostanzialmente fallì.

Il dibattito, mai risolto, oggi si è spostato anche in rete, per esempio nelle mailing list italiane di fantascienza.

Tuttavia spesso, negli anni, sono tornati interrogativi di base ineludibili: come giudicare una storia di fantascienza ben scritta dal punto di vista narrativo, ma contenente qualche assurdità o strafalcione scientifico? Uno degli autori sotto tiro, in questi casi, è stato il grande Ray Bradbury, e in particolare le sue celebri Cronache marziane (1950), volume a suo tempo apparso in Italia in una prestigiosa collana letteraria, la Medusa di Mondadori, e che continua tuttora a essere ripubblicato e ristampato attestandosi tra i capisaldi della narrativa fantascientifica, se non della narrativa tout court. A dimostrazione, forse, della limitatezza dei nostri strumenti di indagine e di un certo accanimento catalogatorio. Le storie ricche di fascino, lirismo e riflessione sull’uomo che costituiscono le Cronache denotano una personalissima fantascienza al limite con il fantastico. Da parte sua, Bradbury negli anni ‘60 dichiarava provocatoriamente di non saperne nulla di scienza e di non possedere né un’automobile né un televisore; e la sua narrativa era, in effetti — riporto da una “quarta di copertina” dell’epoca — “una protesta contro lo scientismo, il materialismo, il commercialismo, che distruggono l’elemento poetico e fiabesco”.

D’altro canto non si può pretendere che solo gli scienziati abbiano i crismi per scrivere fantascienza. Nel 1965 uscì una antologia per Rizzoli, Racconti di fantascienza scritti dagli scienziati. Vi figuravano nomi di fama mondiale: Leo Szilard, Norbert Wiener, Julian Huxley, Willy Ley, J.B.S. Haldane, e altri. Inutile dire che le uniche storie “leggibili” della raccolta erano quelle scritte dagli scienziati-veri-scrittori, cioè Isaac Asimov e Arthur Clarke. Inoltre va considerato che solo un pubblico ancora più ristretto, all’interno della stessa fantascienza, può apprezzare una science fiction cosiddetta hard, cioè fortemente caratterizzata dalla estrapolazione su dati di scienza.

Ma esiste anche una scienza soft. A proposito delle “scienze umane” (antropologia-etnologia, sociologia, linguistica, cioè scienze non matematiche, ma egualmente basate su metodi scientifici), Darko Suvin ha scritto:

Le “scienze soffici” possono, con ogni probabilità, meglio servire come base della fantascienza, piuttosto che le scienze naturali “dure”; e di fatto sono state la base di tutte le migliori opere fantascientifiche.

Un’opinione, questa, che si ricollega in qualche modo ad Aldani.

darko

Darko Suvin

La mia opinione, molto personale, è che ovunque si scriva di scienza, l’autore abbia l’obbligo professionale di documentarsi con cura. Un libro anche bellissimo, ma che non ottemperi a questo criterio, sarebbe (a mio parere) imperfetto. Un lettore potrebbe sentirsi preso in giro dalla introduzione improvvisa di una nuova, inverosimile invenzione; o da un palese errore scientifico in assenza del quale la storia prenderebbe tutt’altra strada. Ma, ciò posto, mi appare storicamente evidente che la presenza del dato scientifico e la sua sopravvalutazione o sottovalutazione, siano, nel nostro campo, anche questione di tendenze, di evoluzione.

James G. Ballard, dal suo canto, fin dal 1962 aveva sconvolto l’ambiente della science fiction inglese con un pamphlet rimasto celebre, Come si arriva allo spazio interno?, in egli cui invitava provocatoriamente gli scrittori a buttare alle ortiche le avventure nello spazio intergalattico per rivolgersi a quelle interiori, cioè alla psiche dell’uomo. Questa esortazione lasciò vistose tracce in molti dei maggiori autori degli anni ’60/70, e che restano a tutt’oggi fra i migliori: Farmer, Disch, Moorcock, Aldiss, Spinrad, Dick, Delany, Zelazny, Lafferty, John Brunner, Joanna Russ, James Tiptree jr (alias Alice Sheldon), tantissimi altri. Al riguardo, scriveva nel 1979 Antonio Caronia ne I labirinti della fantascienza:

Una delle caratteristiche di questa “nuova fantascienza”, è che il confine fra reale e immaginario diviene tanto tenue da scomparire. […] Proprio perché la distanza fra immaginario e reale è abolita, proprio perché siamo immersi in un universo iperreale, la nuova fantascienza può fornirci strumenti così fini di rappresentazione e di critica della realtà. Non è più la vecchia dialettica fra utopia e antiutopia, fra letteratura apologetica e letteratura di denuncia dei “nuovi inferni”. La scrittura della nuova fantascienza, piuttosto, è impegnata in operazioni di destrutturazione del reale, di esplorazione di nuovi codici comunicativi, in un universo che la crisi e la scomposizione del linguaggio tiene costantemente aperto. Tanto la vecchia fantascienza si teneva ancorata ai moduli stilistici e alle convenzioni di intreccio dei “sottogeneri”, quanto la nuova fantascienza gioca con quelle convenzioni stilistiche e narrative, fino a stravolgerle, a farne degli elementi autentici di critica e di conoscenza.

Credo siano parole abbastanza indicative.

fantascienza-L-Y5n17u

4. Uno sguardo alla nuova fantascienza hard

Oggi, nonostante tutto, persiste un filone hard di scrittori statunitensi, o inglesi, che propongono cioè una science fiction altamente speculativa sotto il profilo scientifico o scientifico-filosofico, rinnovando e aggiornando un filone tradizionale di questa narrativa (filone che ha sempre vantato numerosi estimatori) con concetti ripresi dalle ultime acquisizioni.

Penso non tanto alle realtà virtuali, alle tecnologie delle nuove telecomunicazioni, e alle bio-ingegnerie, già abbondantemente sfruttate dal filone cyberpunk, quanto a campi o argomenti quali le nano-tecnologie, la meccanica quantistica, l’intelligenza artificiale, le scienze legate agli studi sul caos, la “complessità”, la morfogenesi, la genomica, la proteonomica, le scienze informatiche biomimetiche che trattano di reti neurali, algoritmi genetici, eccetera. E poi, varie branche abbastanza nuove da essere state considerate quasi nuove scienze: psicologia cognitivista evolutiva, nuove frange della teoria dei sistemi non lineari, neuroetologia computazionale, visualizzazione/analisi visiva (imaging) celebrale funzionale… e perché no, la stessa matematica. In un suo ciclo di romanzi sui robot, Rudy Rucker (che è un matematico) ha affrontato il tema della “coscienza come costrutto software” utilizzando scoperte e intuizioni nei settori dell’IA (intelligenza artificiale), delle biologie, della “consapevolezza delle macchine”, per esempio in una trilogia: Software. I nuovi robot (1981), Wetware. Gli uomini robot (1988) e Freeware.La nuova carne (1997). Un altro suo romanzo, Luce bianca (1980) ha per tema un’analisi delle ipotesi sul continuum di Cantor. Di Rucker apparve in Italia anche un vasto saggio, La quarta dimensione (1994), in cui l’autore mescolava estrapolazione scientifico-filosofica e riferimenti fantascientifici.

Greg Egan è un’altra interessante leva della moderna fantascienza tecnologica: il suo poderoso, stupefacente romanzo Permutation City (1994) narrava fra l’altro della clonazione informatica di parte dell’umanità e di automi cellulari (cioè della simulazione di organismi viventi eseguita in calcolatori con programmi di evoluzione biologica), in una grandiosa visione speculativa che, a mio parere, ne fa un’equivalente odierno e amplificato del classico La città e le stelle di Arthur C. Clarke (1956). In un racconto, Luminous, (1998) Egan parte da un’altra idea molto speculativa: che nell’universo si siano formate, subito dopo il Big Bang, “sacche” nelle quali la matematica di numeri particolarmente grandi presenta delle incoerenze, che si affacciano a turbare gravemente la nostra logica di tutti i giorni. Questo “difetto”, dapprima solo teorizzato, viene poi verificato tramite un computer che opera su base quantica. È’ una storia densa di concetti e riflessioni di particolare interesse (e bellezza, direi: d’altronde la fantascienza può trasformare in poesia la scienza) sulla natura e i fondamenti della matematica, sulla natura dell’universo, insomma su noi stessi. La maggior parte delle storie di Egan hanno impostazioni e tematiche di questo genere.

Altri autori muovono dal presupposto secondo cui le leggi “assurde” della meccanica quantistica riescano a sconfinare dalle dimensioni microscopiche che ad esse competono, per cui incontriamo personaggi che devono sottostare a un’esistenza paradossale, giusto come accade per le particelle elementari. Altra idea che ha ottenuto particolare successo (già citata sopra) è la teoria del caos. Scrittori di differente estrazione (Pynchon, Vonnegut, Martin Amis, James Ballard, Jeff Noon, Alec Effinger…) hanno sondato le ambiguità dell’inversione temporale, o della teoria di Hugh Everett sulla moltiplicazione degli universi. Esistono in realtà campi di indagine ancora non fruttati (né ben chiariti), dove il confine tra fantasia, scienza, e anche narrativa non fantascientifica, spesso sfuma molto. E sono venuti alla ribalta nuovi notevoli autori: Charles Stross, Ken MacLeod, Ted Chang… e altri.

Ma qui, ovviamente, entriamo in un altro discorso…

egan

Pubblicato in prima versione
da CS_Libri nel giugno 2001

in “Le fantasie della scienza”

La fantascienza italiana, tra scienza e cultura umanistica

catani

di Vittorio Catani

Questa volta non dovrete sentire la mia voce, ma potrete ascoltare qui quella ben più autorevole di un vero e riconosciuto autore di fantascienza, uno dei pochi che può vantare una lunga – anche se ovviamente non ricchissima di riconoscimenti economici – carriera. Qualche anno Vittorio intervenne a un convegno sulla sf tenuto presso l’università di Torino, promosso dalla rivista LN-LibriNuovi, presentando alcune sue riflessioni sulla storia della sf in Italia. Ne nacque un documento che, con quello di altri autori, pubblicammo in uno speciale della rivista. Qualche giorno fa mi venne l’idea di ripubblicare il suo articolo e chiesi a Vittorio l’autorizzazione a farlo. Dal momento che Vittorio è un vero signore non solo mi ha autorizzato la pubblicazione ma ha inserito qualche ulteriore elemento, rendendo più attuale il suo intervento.

L’articolo uscirà diviso in due parti, tra oggi e martedì 12.3.

La fantascienza italiana tra scienza e cultura umanistica

di Vittorio Catani

1. Premessa

SaturnoTerraUn osservatore esterno potrebbe pensare che in un genere come la fantascienza — “science” + “fiction” — il rapporto fra le due componenti dichiarate (scienza, narrativa) sia scontato, pacifico. Ma una occhiata appena più approfondita rivela l’ambiguità, i contrasti e addirittura la conflittualità creati nel tempo, all’interno dell’entourage fantascientifico, dal rapporto fra scienza e narrativa. Già la traduzione/reinvenzione italiana del termine, “fantascienza”, ne è di per sé una spia: “fantasia” e “scienza”. Una sorta di ossimoro: può mai essere scientifica una fantasia, o fantastica la scienza?

Nel nostro Paese, la moderna science fiction viene introdotta “ufficialmente” nel 1952 tramite la collana mondadoriana Urania (ma c’erano già stati altri tentativi, e alcuni precursori). In Italia questo genere letterario, però, venne subito a incontrarsi, e scontrarsi, con una mentalità, una cultura, una situazione sociale, del tutto diverse da quelle esistenti negli Usa.

Questo mio intervento verte pertanto su due punti essenziali:

a) brevi note sul rapporto fra scienza e fantasia (o fiction) nella fantascienza;

b) interpretazione ed esiti del predetto rapporto, nel nostro Paese.

Con la doverosa precisazione che tratterò tali argomenti più che da teorico della fantascienza — che non sono — in veste di lettore e scrittore del genere.

Conclude la presente relazione un rapido cenno alla ultima “fantascienza tecnologica” (o hard, come viene solitamente definita).

2. Scienza e fantasia

Lo studioso canadese Darko Suvin, ne Le metamorfosi della fantascienza (1985, Il Mulino), afferma che ogni storia di science fiction parte da un novum. Con tale termine egli intende una “invenzione” (congegno, tecnica, fenomeno, relazione), o anche una “ambientazione”, o un “agente” (personaggio o personaggi principali), postulati sulla base del metodo scientifico. La presenza di questa ipotesi nella narrazione, genera conseguenze sviluppate dall’autore coerentemente con le conoscenze della scienza a noi nota. Ciò vuol dire che partendo dalla sua premessa, lo scrittore deve giungere a conclusioni che gli stessi scienziati potrebbero ritenere plausibili.

Fin qui Suvin. Ma questo tipo di percorso narrativo (che è poi pane quotidiano della fantascienza) può in realtà dirsi “scientifico”?

Il punto è che i fatti raccontati in una storia di science fiction non trovano riscontro nell’esperienza comune.

Eppure, anche gli scienziati spesso usano analoghe estrapolazioni. Arthur Clarke, Paul Davies, e una miriade di altri hanno provato, per esempio, a ipotizzare — in volumi non di narrativa ma di divulgazione — futuri sviluppi della tecnologia, o morfologie di pianeti del Sistema solare. Nella fantascienza quindi converge un modo di ragionare tipico della scienza.

Ma andiamo oltre. Nel suo famoso romanzo La mano sinistra delle tenebre (1969) Ursula K. LeGuin descriveva Inverno, un ipotetico pianeta abitato da quasi-umani, e una società simile alla nostra eppure molto distante; una storia capace di coinvolgere emotivamente il lettore. In un suo articolo, Paolo Lombardi scriveva (1989):

Che dire dell’ipotesi […] che esista un pianeta […] e la specie che lo abita? Secondo Popper, le asserzioni strettamente esistenziali non sono falsificabili, e dunque sono metafisiche. In questo senso, la fantascienza non contiene scienza. Tuttavia non pare giusto tacciarla di metafisica. Non si può infatti mettere sullo stesso piano proposizioni del tipo “esiste Dio”, ed “esiste una specie vivente simile a meduse su Giove”. La prima, infatti, non è falsificabile in via di principio; laddove la seconda sarebbe falsificabile in base all’osservazione, qualora fossimo in grado di esplorare minutamente il pianeta Giove. [La questione è che nella fantascienza] l’ipotesi di partenza della storia è immaginaria; la facoltà cui occorre far riferimento circa la natura delle sue ipotesi è dunque l’immaginazione.

Per contro, è ormai comunemente accettata l’idea che esista anche una “immaginazione scientifica”. Il biologo inglese Peter Brian Medawar, premio Nobel per la medicina 1960, in L’immaginazione dello scienziato ha scritto (1972):

Tutti i progressi della conoscenza scientifica, ad ogni livello, cominciano con un’avventura speculativa, una preconcezione immaginativa di ciò che potrebbe essere vero — una preconcezione che sempre e necessariamente va un po’ oltre (e talvolta molto oltre) tutto quanto di cui abbiamo un’evidenza logica o fattuale. È l’invenzione di un mondo possibile, o di una minuscola frazione di tale mondo. L’ipotesi è successivamente sottoposta al vaglio critico per scoprire se quel mondo immaginato è in qualche modo simile a quello reale. Il ragionamento scientifico è perciò a tutti i livelli una interazione tra due episodi di pensiero, un dialogo a due voci — l’una immaginativa, l’altra critica; un dialogo se volete, tra il possibile e il reale, (…) tra ciò che può essere vero e ciò che di fatto è.

 E altrove ha aggiunto:

Nella scienza, l’elemento immaginativo esiste nella concezione, non nel linguaggio attraverso cui detta concezione viene espressa e trasmessa.

È peraltro una immaginazione, quella dello scienziato, di natura differente da quella fanta-scientifica, perché quando Isaac Asimov o Bruce Sterling immaginano qualcosa non sono obbligati a compiere verifiche: ecco dunque un primo punto in cui la scienza, in fantascienza, viene inquadrata in un ambito ben preciso, direi limitato.

aldaniLa radice del problema era stata già affrontata da Lino Aldani in un suo noto saggio del 1962: l’autore di fantascienza, più che badare alla attendibilità del presupposto, si adopera affinché la sua premessa, quand’anche in contrasto con le nostre attuali conoscenze, venga sviluppata coerentemente e rispettata come fosse una inoppugnabile verità scientifica (in La fantascienza, 1962):

La science fiction non è, come molti credono, scienza vestita di fantasia ma esattamente il contrario, cioè fantasia pura ricoperta dai veli di una elaborazione razionale, non importa se dispiegata paradossalmente.

Cosa significhi “elaborazione razionale”, è intuibile: le storie di science fiction devono svolgersi sullo sfondo di un corpo di cognizioni già esistenti, o comunque rappresentare una sorta di “esperimento mentale” che si adegui a una logica scientifica condivisa.

Da questi cenni credo emerga un primo quadro di base — abbastanza lineare, nonostante tutto — circa il ruolo della scienza nella science fiction. Ma ovviamente, nella pratica, le cose non stanno esattamente così, per vari motivi:

– la fantascienza è un genere molto ampio, basato su convenzioni, e con zone-limite che sfumano in altri ambiti narrativi;

– alcuni autori, volutamente o inconsapevolmente, talora non rispettano le norme del genere;

– c’è stata una fantascienza (specie a partire dagli anni Settanta) che ha concentrato la sua attenzione non sul novum ma sull’aspetto linguistico;

– infine, oggi siamo in epoca di contaminazioni (non solo da radiazioni…)

Alcune di questi “elementi di disturbo” emersero fin dagli anni Cinquanta, con la nascita di una fantascienza italiana: e siamo al secondo punto del mio intervento.

3. Science fiction… made in Italy

essenza_cataniAllorché la science fiction apparve nelle edicole italiane (1952), il nostro Paese usciva dalla guerra, ed era sostanzialmente una nazione agricola. Essa aveva una storia diversa da quella degli Usa. La ricerca scientifica era modestissima, le tecnologie restavano quasi ottocentesche. Quanto alla cultura dominante, era intrisa di classicismo e aveva delle materie scientifiche una considerazione di subalternità. La fantascienza quindi — tranne rarissime eccezioni — fece molta fatica non solo per affermarsi, quanto a essere oggetto di una seria considerazione. D’altronde noi scontavamo, e in parte ancora scontiamo, eredità ingombranti. Da un lato il persistere di concezioni idealistiche secondo cui, per esempio, l’Arte era totalmente autonoma rispetto a qualsiasi altra attività umana. Arte disinteressata e autosufficiente, universale, cosmica. A-storica. In una concezione simile, le conoscenze scientifiche e tecniche rivestivano un ruolo secondario, “inferiore”, utile solo a fini pratici, immediati. “ancillari”.

A queste influenze si sommavano altre vecchie eredità, non meno determinanti.

Nell’Ottocento, il Romanticismo europeo aveva esaltato fra l’altro i valori della fantasia (da cui anche la riscoperta partecipata delle leggende, del folklore e delle tradizioni popolari nazionali, nei vari Stati europei); ma in Italia il movimento romantico fu visto e temuto come uno sradicamento della nostra tradizione classica, come adesione a una poetica straniera, quindi antipatriottica. Per cui si privilegiò e assecondò un Romanticismo che parlasse alla popolazione, ma per esaltarlo alle libertà civili e all’indipendenza dall’oppressore. In tal modo — per quanto ci riguarda in questo contesto — restava soffocato appunto l’aspetto “fantastico”, il lato anche oscuro, irrazionale, e veniva al contempo esaltato il ruolo del cattolicesimo.

Cattolicesimo a sua volta incompatibile con la narrativa fantastica, dal momento che questa si mostra, per sua natura, trasgressiva nei confronti di una realtà che invece il senso comune per un verso, e la visione religiosa per un altro, danno per scontata.

Qui parlo di “narrativa fantastica” con riferimento a fiabe, folklore, storie del soprannaturale; ma evidentemente queste motivazioni concomitanti fecero sì che da noi il terreno non fosse favorevole a recepire anche il nuovo genere fantastico del XX secolo, la fantascienza. Anzi: l’accoglienza dell’establishment culturale fu (tranne rarissimi casi: Monicelli, Solmi, Eco, Dorfles, Luce d’Eramo), decisamente ostile, ironica, se non irridente. E ancora oggi se ne percepiscono strascichi.

 Ad ogni modo, sulla scia della neonata collana Urania e di altre pubblicazioni più o meno effimere si andava formando un pubblico di estimatori del genere, dal quale sarebbero usciti i primi scrittori.

eclisse-2000-uc_044_aldaniInevitabilmente, in assenza di una visibile tradizione specifica, i primi tentativi furono l’imitazione dei modelli made in Usa. E che di imitazioni si trattasse, era subito evidente all’occhio di qualunque lettore appena smaliziato. Tranne poche valide eccezioni, la maggior parte dei nostri esordienti fanta-scrittori rivelava, a parte una scarsa dimestichezza con i meccanismi della narrativa di genere (ma questo problema si sarebbe potuto superare — come si superò — nel tempo), anche una insufficiente cultura scientifica. Non si trattava solo della carenza di generiche conoscenze di base (alle quali, per dirne una, avrebbero potuto sopperire testi specializzati, ammesso di reperirli facilmente, il che era quasi impossibile), quanto soprattutto emergeva l’incapacità di individuare tematiche scientifiche originali, padroneggiarle nei loro risvolti tecnici e sociali, trasformarle in materiali narrativi che avessero un respiro cosmopolita, non provinciale. Da questo punto di vista i vari Heinlein, Asimov, Leinster, Anderson, Clarke eccetera mostravano spesso una padronanza, un mestiere, una genialità, una ricchezza di idee da lasciare sbalorditi. Molti di quei fanta-narratori americani erano al contempo scienziati: un “matrimonio” culturale da noi, a quell’epoca, quasi blasfemo. D’altronde, gli Usa hanno sempre rappresentato la terra mitica delle scoperte fatte (o dei marchingegni costruiti) nel garage dietro casa, oltre che il luogo della grande industrializzazione, della ricerca scientifica seria, dei prestigiosi laboratori: di conseguenza (piaccia o no) gli States furono — e restano — la fucina dell’immaginario tecnologico contemporaneo. Un background francamente schiacciante che gli autori italiani, con tutta la bravura e la buona volontà, non erano in grado di improvvisare.

Un solo esempio, per dare un’idea. Sul quindicinale Oltre il Cielo (una rivista che si occupava delle nascenti astronautica e missilistica, e al contempo dava ampio spazio alla fantascienza italiana) scriveva un’autrice dalle notevoli doti, Giovanna Cecchini. Uno dei suoi racconti più famosi resta Mio figlio non è un mostro (1959). Vale la pena soffermarsi su un aspetto della trama.

L’autrice immaginava un gruppo di coloni terrestri trapiantati sull’inospitale pianetino Io, satellite di Giove. Dopo alcuni mesi, a una coppia di coloni nasce un bimbo: il primo umano a vedere la luce su un altro mondo. Ma qualcosa ha funzionato male: Donald, il bambino, si rivela portatore di una mutazione mostruosa. Ha un minuscolo becco, la lingua cornea, il corpo ricoperto da migliaia di squame iridescenti. Dopo il primo sconcerto, se non orrore, i terrestri si rendono conto però che Donald è una creatura perfettamente adatta all’ambiente di Io. Superato il primo trauma, la madre annota:

 Donald non dovrà starsene rinchiuso in eterno nella Base. Potrà correre fuori a ruzzolare nel folto dei prati spinosi, potrà tuffarsi nei gorghi delle acque ustionanti senza alcun timore. Sarà un bimbo felice. E un bimbo felice non è un mostro.

oic-1Ovviamente il racconto contiene un elemento inaccettabile: l’adattamento di una specie (quella umana) al mutare dell’ambiente esterno avviene gradualmente, su tempi di millenni o milioni di anni, non nell’arco di una sola generazione. Ebbene, la nostra fantascienza dei primordi era piena di episodi del genere, spesso di vere e proprie assurdità scientifiche.

Tuttavia, proprio questo racconto offre l’occasione per evidenziare una diversa tendenza subito emersa nella fantascienza di casa nostra. In fondo, qual era lo scopo di Giovanna Cecchini? Far intendere, tra le righe, che la “mostruosità” non esiste, in quanto questione relativa. Su Io, è proprio Donald la vera creatura “normale”; mentre gli inadatti, quindi i mostri, sarebbero i terrestri. In sostanza la science fiction della Cecchini non era che un modo nuovo (all’epoca) per raccontare, in una forma allegorica abbastanza trasparente, la tematica della diversità.

Stava nascendo insomma, non senza polemiche, un primo tentativo di “via italiana alla fantascienza”: proprio in considerazione della mancanza di una cultura tecnico-scientifica, si rinunciava di fatto a virtuosistiche estrapolazioni in materia, si era disposti a passare in second’ordine l’accuratezza del riferimento scientifico, per sottolineare gli aspetti umani e psicologici dei personaggi, o quelli etici, filosofici, allegorici, di vicende comunque imperniate sull’impatto con nuove tecnologie. Come dire: si privilegiava il contenuto umanistico.

Lo sviluppo di questa corrente riuscì anche a cooptare, a vari livelli, qualche altro raro nome illustre del nostro l’ambiente letterario mainstream: Libero Bigiaretti, Teodoro Giuttari, Inìsero Cremaschi, Gilda Musa, Gianni Arpino, Ennio Flaiano, Giacinto Spagnoletti, Ugo Facco de Lagarda, Livia Contardi, Lodovico Terzi, Primo Levi (ma con lo pseudonimo Damiano Malabaila), Italo Calvino, Dino Buzzati, Tommaso Landolfi, Paolo Volponi,e altri: nell’insieme, una “via” diversa (con taluni nomi essa assumeva anche un tono “colto”), che veniva ad acquistare una sua peculiarità, anzi veniva additata come più idonea alla eredità culturale del Vecchio Continente, e nostra in particolare.

[continua]