Altri tre, da ALIA Storie

Nuovo appuntamento con i racconti dell’ultimo ALIA, presentati da Silvia Treves.

Un’avventura marziana sulle orme di Edgar Rice Burroughs e di Ray Bradbury, la maliconica e felice storia di un’anziana coppia e l’imprevedibile minaccia dell’ombra e della luce. Tre storie inattese e sorprendenti.

Buona lettura!

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La curiosità verso questo racconto è dovuta alla mia ignoranza in botanica sistematica. O se preferite alla mia esclusiva competenza in succulente. Anzi, è colpa del mio terrazzo, esposto implacabilmente a sud-ovest. D’estate è calcinato dal sole (ma mi permette di sfoggiare una discreta tintarella) e solo cactus e piante grasse sopravvivono. Insomma io, prima, non lo sapevo che cos’è una lespedeza rossa. Adesso sì, ma il racconto mi ha insegnato ben altro.

Yûko Matsumoto

LA CASA DELLA LESPEDEZA ROSSA

In un afoso pomeriggio di fine estate, una ragazza decide di fare una passeggiata. Tra un mese si sposerà e lascerà il paese, è tempo di bilanci. Le case e i negozi, il parco pubblico, le abitazioni degli amici, tutto sembra più piccolo, più opaco. Prosegue verso la città vicina, che conosce bene, ma che ora le appare diversa. Una pioggia improvvisa e torrenziale la spinge a rifugiarsi sotto la tettoia di una vecchia villa. All’improvviso la porta si apre e un’anziana signora la invita e entrare, le spiega che abita da sola con il marito molto malato, le offre un tè caldo e squisito e dei biscotti. Nel tempo sospeso di quell’incontro casuale è possibile parlare e ascoltare senza imbarazzo: la donna si racconta in poche frasi: la numerosa famiglia di un tempo, i figli che uno alla volta se ne sono andati, la solitudine in compagni del vecchio marito, le mostra fiera la splendida lespedeza in boccio che di lì a poco si coprirà di fiori rossi, le mette in mano un ombrello dimenticato dalla figlia tanto tempo prima. Grata di tutte quelle cure, la ragazza si ripromette di restituirlo al più presto e di facendo nuovamente visita alla gentile signora. Ma il ritorno alla casa della Lespedeza rossa sarà diverso da come se lo immagina…

Fresco, lieve, il racconto è uno scorcio di vita allo specchio: il matrimonio che sta per cominciare e quello consumato dal tempo, dalla malattia, dai ricordi. Due vite, una giunta quasi alla fine e l’altra appena iniziata, si sfiorano in un attimo irripetibile, davanti al vecchio e alla pianta, testimoni muti. Penso spesso a questo racconto mi tiene una compagnia malinconica, riesce a farmi sentire contemporaneamente più anziana e più giovane. Un piccolo miracolo di equilibrio.

 

Pianeta rosso si è imposto alla mia attenzione come naturale prosecuzione di tutti i racconti e romanzi “marziani” letti in vita mia: da Clarke a Compton, d a Williamson a Pohl, il nostro vicino ci attrae, un po’ gemello un po’ alieno, indissolubilmente legato al Marte cinematografico visto o semplicemente evocato, allo scherzo feroce di Orson Welles. Il Marte di Davide Mana, poi, è figlio spurio di quelli di Leigh Brackett e Edgar Rice Burroughs e geniale cugino dei mondi di Salgari.

Davide Mana

Pianeta rosso

“Facciamo finta che…”. Ogni romanzo, ogni racconto implicitamente fingono. Ma alcuni “facciamo finta” chiedono al lettore un pizzico in più di fantasia e di credulità. E in questo contesto – quello del fantastico – credulità non ha connotati negativi, ma semmai il respiro ampio e la capacità di abbandonarsi che sono propri del sogno. Il “facciamo finta” di Davide è grandioso, avventuroso, divertente: un tal Giuseppe si scalda al fuoco di un bivacco, discutendo di guerra con un malese. Entrambi sono esperti combattenti, esuli e reduci, uno da una guerra d’indipendenza, e uno da una tentata rivoluzione. Coraggio, non sussultate, il bello deve ancora venire: intorno al bivacco solo sabbia rossa, in cielo una luna regolamentare, ma non la nostra…

Su questo pianeta rosso, state per conoscere o per rinnovare la conoscenza di un sacco di terrestri: ci sono inglesi, belgi, portoghesi… e un buon numero di italiani, come Giovanni Battista Belzoni. Ci sono, o ci saranno perché Davide ha già scritto un seguito, fanciulle da salvare e gentildonne navigate dalle idee chiarissime. E, naturalmente ci sono i marziani. E le marziane. Gente che ha alle spalle una civiltà antichissima, colta, decadente e corrotta quanto basta per fare di Pianeta Rosso una lettura raccomandabile. Se non vi bastasse ancora, posso fornirvi un motivo in più: a 150 anni esatti dalla nascita dell’Italia non potete lasciarvi scappare queste rivelazioni su un aspetto finora ignorato della nostra storia…

 Questo racconto è stato uno dei primi che ho letto, quando ancora il resto di Alia era ancora in gestazione. Il titolo fa pensare al verso di una filastrocca, ma anche a una sorta di scongiuro…

Mei Ching Tan

Brilla brilla, lumicino

Luce e ombra, entità indissolubilmente legate. Quasi due facce della stessa medaglia. L’una caccia l’altra, ma entrambe, da sole, non esistono.

Ma che cosa ci intimorisce maggiormente: l’ombra che si insinua anche nei luoghi più illuminati, disegnando forme bizzarre e strisciando fino a noi che vogliamo sfuggirle… O la luce, che non dissolve le ombre ma si limita a spingerle ai margini, là dove, non viste, attendono di raggiungerci? Luce e ombra sono l’una nostra amica e l’altra una minaccia, oppure nessuna delle due è in grado di proteggerci?

Un piccolo gioiello, senza una parola di troppo.

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