(Altri) tre racconti da Alia


Continua il lavoro di presentazione dei racconti pubblicati su quest’ultimo ALIA, curato da Silvia Treves, uno degli editor dell’antologia.

In questo giro c’è anche il mio racconto. Mi ha divertito e sopreso come Silvia ha presentato il mio sciagurato personaggio. Ovviamente non l’ho mai visto con tanto rapido acume, ma questo è normale. Quando si scrive capita di avere una tale vicinanza con il protagonista da non essere comunque in grado di vederlo a 360°.

Ne approfitto per ringraziare il buon MoMa KoN, autore di un disegno che coglie con prontezza e precisione il senso del racconto.

E adesso, buona lettura

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Ho letto Il soffio lontano del vento appena sfornato. Bella forza, ho l’autore in casa. E quindi, che dovrei scrivere: che non lo recensisco perché lo conosco? Che sarò sincera, anche se…? Che mi è piaciuto “a prescindere”? Non me lo sogno nemmeno. Tanto, nessuna recensione è imparziale, tutte sono condizionate dai nostri gusti, da ciò che vorremmo e da ciò che non vorremmo leggere (né tantomeno scrivere). E poi, io odio il termine “a prescindere” e non prescindo mai, figurarsi se prescindo dal recensire il racconto che segue.


Massimo Citi

Il soffio lontano del vento

 Il protagonista del racconto è un tizio che non vorrei mai incontrare: un creativo – anzi, un designer di interni – uno di quelli che ristrutturano seconde case prosperando sulle velleità degli arricchiti. Uno che si compra il fuoristrada appena fa due soldi. Uno prevedibilissimo: generoso, divertente, pieno di amici, clienti e donne finché gli affari vanno bene, poi, quando la crisi prende piede, comincia ad affondare e se la prende con il mondo, aggressivo, incazzoso. Uno destinato a ritrovarsi da solo.

Ma questo designer, a essere onesti, è più di tutto questo. Non dice molto di sé ma trapela fra le righe che non si piace, probabilmente non si piaceva nemmeno prima, quando gli andava tutto bene. Forse è per questa sua umanità amara che si continua a leggere la storia, anche quando lui comincia a dare i numeri, a vedere il mondo, anzi a non vederlo, a percepirlo sbagliato, come se la realtà fosse il prodotto di un vecchio calcolatore svalvolato da film di fantascienza anni Cinquanta. Forse a salvarlo, questo designer, è il fatto che tutti noi, ogni tanto, perdiamo la sintonia con il mondo.

C’è un’altra faccenda che mi turba, però. Ho appena letto la recensione dell’autore al mio racconto (anche qui nessuno scrupolo, tanto mica saranno le dieci righe a testa che abbiamo scritto a convincervi a comprare l’antologia). Non si può dire che siano uno scambio di favori, e va bene così, forse è vero che esiste la predestinazione.

Però, siamo giusti, noi due non siamo mica giusti!

 

Il primo amore è stato amore a prima vista, anzi a prima lettura. E ogni volta che, sfogliando le pagine di Alia6, arrivo all’ultimo racconto (sono in ordine alfabetico di autore) sorrido. Come la prima volta, già dopo poche righe. Così non posso fare a meno di rileggerlo tuto. E, per strano che sembri, mi fa sempre il medesimo effetto.

Arimi Yazaki

Il primo amore

Se siete genitori, forse vi sarà capitato di dover trovare una baby-sitter al volo. In genere, se i nonni non sono disponibili, ci si affida ad amici o parenti, oppure a ragazze – o più raramente, chissà perché, a ragazzi – indicati da loro. È ancora relativamente raro, invece, rivolgersi a una agenzia specializzata. In Giappone, invece, la pratica è consolidata e il personale affidabilissimo, come il formidabile baby-sitter che si presenta a casa della narratrice.

Il racconto resta sospeso fra quotidianità e alterità senza volutamente decidere, anzi è un racconto dove altri, gentili e inconsuetamente normali, scivolano benevoli nel nostro quotidiano senza chiedere nulla se non il giusto compenso e un po’ di rispetto. Un racconto saggio, che insegna, anzi suggerisce, la tolleranza, la curiosità, la capacità di immaginare e accettare la diversità. Una diversità complessa ma mai esibita, e assolutamente mai eroica.

Come genitore, ho avuto la fortuna di incontrare una splendida, spassosa baby-sitter. Ma, in alternativa, il signor Yamazaki Butabuta sarebbe andato benissimo. Mia figlia, immagino, si sarebbe perdutamente innamorata e io… Purtroppo io sono adulta e so benissimo che non è bene mettersi in mezzo a una coppia felice.

Ho detto tutto l’importante? Oh, dimenticavo un dettaglio: in giapponese Butabuta significa maiale. Porcellino, diciamo. Ma, davvero, è un dettaglio insignificante.

Con un titolo come Gli ultimi giorni il lettore accorto già si prepara al peggio. Già le parole “ultimi giorni” evocano il fantasma del cambiamento: se ci sono “ultimi” giorni, quelli che seguiranno saranno diversi, differenti da quelli trascorsi, ad esempio ultimi giorni di vacanza (triste prospettiva) o – molto meglio – ultimi giorni di scuola. Ma io leggo fantastico da troppo tempo per farmi illusioni: se il racconto è giunto sulla mia scrivania parla proprio di quegli ultimi giorni, cioè gli Ultimi, seguiti dal nulla. Inutile, quindi leggere con ansia, aspettando timorosa il niente che seguirà gli Ultimi giorni: vivere (e leggere) negli Ultimi giorni è già più che sufficiente per stare malissimo. Esagero? Leggere per credere.

Dave Chua

Gli ultimi giorni

Un piccolo gruppo di persone – forse genitori con un figlio, forse tre fratelli – fugge da qualcosa in un mondo desolato popolato di tracce dei giorni passati: carcasse di auto, rari elicotteri, qualche camion ancora in movimento, A differenza di molti altri, questi sopravvissuti sono fortunati: hanno ancora un’auto decente e, quando il veicolo si rompe, riescono a rimediare un passaggio da un gruppo di autisti coreani. Perché scappano? Da quando? Come pensano di sopravvivere all’inverno? Domande destinate a non trovare risposta, come altre più esistenziali: Che cos’è accaduto, appena prima di questi Ultimi giorni? Quale futuro attende dietro l’angolo? E, soprattutto, chi sono Loro? E poi, quanto tempo è passato dall’inizio della fine? Poco, pare. Eppure già nuove abitudini hanno preso il posto delle vecchie: considerare ogni nuovo arrivato un possibile Loro, dimostrare di non essere un Loro cantando cose come Happy Birthday o canzoni di Bruce Springsteen, tenersi lontano dall’autostrada, dormire a turno, fare provviste di cibo in ogni occasione, mangiare crudi i prodotti in scatola che una volta si potevano cucinare con comodo a casa, sparare ai sospetti, abbandonare i compagni che sono stati morsicati… E restare sani di mente, non abbandonarsi alla disperazione. Ma come fare in universo divenuto improvvisamente alieno e incomprensibile?

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