Una decadenza fantastica

Non è un momento particolarmente felice per il fantastico in Italia.

Opinione personale, anzi personalissima che sono, anzi, pronto a rivedere e ripensare se qualcuno vorrà avere la santa pazienza di mettere in evidenza (eventuali) controtendenze e/o novità emergenti.

Non è un momento felice per la triste scarsità della produzione italiana, impantanata in un fantasy pre-adolescenziale, un horror il più delle volte tristemente dilettantesco o stancamente legato a personaggi abbondantemente sfruttati – sopra tutti il vampiro, e una fantascienza sostanzialmente scomparsa in quanto tale, con gli editori italiani che l’hanno cancellata dalla produzione libraria avendo stabilito che «per la sf non esiste mercato». Al di fuori di queste tre classicissime categorie c’è davvero poco e quel «poco» spesso è semplice prova autoriale isolata, incapace di creare scuola o suscitare un interesse che superi la ristretta cerchia dei lettori avvertiti.

Le traduzioni, al di là delle stanche ristampe fanucciane della produzione di P.K.Dick, sono di corposi romanzi rivolti a un pubblico giovanile o adolescenziale e con protagonisti in età puberale chiamati ad affontare sfide morali ed etiche di dimensioni più o meno caricaturali  e molto spesso diretti discendenti – o semplici epigoni – di personaggi e autori di successo planetario. Harry Potter di J.K. Rowlings, The dark matters di Philip Pullman, i fratelli Baudelaire di Lemony Snicket, Twilight di Stephanie Meyer, il Ciclo dell’eredità di Christopher Paolini – senza mai dimenticare Tolkien o C.S. Lewis – sono onniprenti e si possono facilmente riconoscere nei panni – improvvisati o professionali – di migliaia di personaggi che, fatalmente, ne ripercorrono temi e vicende sia pure ribattezzate con altri e diversi nomi.

Anche in letteratura, in sostanza, sembra ripetersi il meccanismo tipicamente cinematografico della replica fino allo sfinimento dei successi già celebrati, multimilionari e capaci di rendere all’eccesso ai produttori attraverso tutti gli infiniti passaggi cinema-DVD-TV-libro-videogame-gadget di una rete di vendita che – inevitabilmente – retroagisce sulla qualità e il livello della produzione. Successi che finiscono per determinare completamente l’offerta ai lettori, emarginando qualsiasi altra idea o soluzione narrativa. Inutile, in sostanza, lamentarsi della crisi della fantascienza, della decadenza dell’horror o della serialità del fantasy. La realtà è che se non (ri)scrivete HP o Tolkien, se non tentate di collocare la vostra (povera) creazione in una cornice già stranota al pubblico non troverete un possibile editore.

Da qui nasce, probabilmente, anche la profonda crisi della sf letteraria, che, sostanzialmente divorata dall’interno dal cinema, pur essendo tutt’altro che stanca ed esaurita finisce col rivolgersi a un pubblico non più giovane che, temo, finirà per portarsi nella tomba il suo amore letterario… Questo senza nemmeno voler entrare nel merito della gestione del superstite Urania e nelle sue scelte…

Al di fuori del megacircuito cine-letterario, forzatamente ripetitivo, rimangono i libri autoprodotti, i testi distribuiti gratuitamente o quasi attraverso la rete.  Una ricchezza, siamo d’accordo, ma anche un problema non piccolo. Se l’autore è l’unico giudice del proprio lavoro e può pubblicarlo senza ulteriori revisioni e senza il confronto con pareri professionali quante probabilità esist0no che il suo libro sia sostanzialmente illeggibile per un lettore medio? Statisticamente direi che le probabilità sono all’incirca di 1 su 100… Come dire che dovrete smazzarvi un centinaio di testi autoprodotti per trovarne uno buono. Più o meno ciò che accade ai lettori per conto delle case editrici per trovare un testo che merita una rilettura, una valutazione professionale, un lavoro di editing.

Ma forse uno su cento è troppo crudele. Diciamo pure uno su cinquanta o uno su venticinque. Va meglio? Ma io, comunque, non vedo mani alzate di soggetti che si candidano a leggere ventiquattro ciofeche per 1(un) romanzo decente. Un cattivo romanzo, al di là del gusto vendicativo di distruggerlo – recensendolo nel proprio blog o tagliuzzandolo fisicamente – , è comunque una sofferenza, una forma di tortura autoinflitta che è ragionevole pensare che nessuno cerchi intenzionalmente.

Quindi è ragionevole pensare che debba esistere una struttura di mediazione, qualcosa che garantisca il lettore che ciò che leggerà – anche gratuitamente – è perlomeno corretto grammaticalmente, formalmente ed esteticamente. Questo – curioso a dirsi – sarebbe il compito degli editori, ovvero quelli che qualcuno a suo tempo e con generoso impeto futurista definì «semplici parassiti».

Ne esistono ancora?

Qualcuno esiste (ancora).

Ma prima ancora sarebbe bene che esistessero portali o siti che rendano possibili incontri e valutazioni da parte di lettori «di lungo corso». Qualcosa di (relativamente) nuovo che sicuramente esiste già ma che, almeno finora, rimane comunque all’interno di un circuito limitato e semiprofessionale.

Unico (e gigantesco) problema: il fatto che non girino – ahimé – soldi nel circuito del fantastico. Non sono un mercante assatanato, ma se tutti i pareri sono gratuiti e chi li esprime nella vita fa letteralmente tutt’altro, quante sono – sempre statisticamente – le probabilità che il parere ricevuto sia irrilevante, assurdo, o nato da invidia, incomprensione, malanimo, intolleranza, disinteresse o noia? Questa volta non proverò a fare ipotesi numeriche ma lascio a mi legge tanta fatica. Personalmente posso annoverare un lussuoso esempio di una stroncatura (annoiata e seccata, ma gratuita) di Maurizio Maggiani (nientepopodimenoche) a un mio racconto. A parte il mal di stomaco e la sensazione di aver annoiato Sua Autorialità non ho comunque imparato nulla. Nel senso che MM aveva letto frettolosamente – se pure aveva letto – e gli era sfuggito il quid del racconto. Cose che capitano a farsi leggere aggratis…

Tirando le somme non è facile proporre qualcosa di credibile. Stretti tra un gigamondo di ipersuccessi basati su una rete di distribuzione disumana (centri commerciali, catene librarie, librerie virtuali che vendono praticamente gli stessi libri) e produzioni marginali e/o emarginate, mal-sopravvivono piccoli e medi editori e librerie indipendenti, che, insieme alla Rete, sono le uniche strutture da dove è teoricamente possibile ripartire per una rinascita della letteratura e persino del  fantastico. Nel (troppo) vasto mondo della rete si nascondono gli autori del futuro.

Cerchiamo di trovarli, prima di perdere le speranze.

P.S. Questo post esce in contemporanea sul blog fronte e retro

P.S. Per completezza aggiungo che la mia intenzione iniziale era quella di presentare tre libri di fantasy e fantascienza appena usciti. Si tratta de L’Atlante di smeraldo di John Stephens, Sono il numero quattro di Pittacus Lore (pseudonimo di Jobie Hughes & James Frey) e Alterra – l’alleanza dei tre di Maxime Chattam. Tutti e tre, detto per inciso, primi volumi di una trilogia. Ho passato in loro compagnia ieri mattina e ho finito per gettare la spugna. Nulla di illeggibile o di intollerabile, soltanto un’evidenza sinistra e un po’ allarmante di stile, spunto, idea, personaggi, ambientazione, sviluppo e (mancanza di) conclusione. Quanto basta per stendere un articolo come questo. Alla mia età non si ama perdere tempo.

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