… ancora tre storie da ALIA

Continuiamo, imperterriti, a pubblicare una breve presentazione dei racconti pubblicati su ALIA Storie. Ricordo che il testo è stato curato da Silvia Treves che, come dimostra il suo ultimo post sul suo blog Esercizi di dubbio, non riesce proprio a dimenticarsi di Fukushima e dei prossimi referendum…

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Ho scoperto l’efficienza e la puntualità delle ferrovie giapponesi da ragazzina. Non di persona, purtroppo, ma attraverso un poliziesco ben congegnato, nel quale l’assassinio riusciva a compiere il proprio crimine muovendosi in treno, sul filo dei secondi, da un capo all’altro del Paese. In Italia sarebbe giunto con un ritardo di 4 ore e, inferocito, avrebbe perso tempo a chiedere il rimborso autoaffondando il proprio alibi. Da allora ho imparato molto sulla portata, anche simbolica, delle ferrovie giapponesi. Ma non avrei mai immaginato che un nippo-treno potesse giungere a tanto…

 

Alice Arisugawa

SULLA DISTESA D’ACQUA

Alcune persone imbarcate su una nave in missione scientifica passano la serata chiacchierando. Il capitano, conversatore sempre pieno di aneddoti e citazioni, mescola episodi vissuti e leggende di mare, tiene banco tutta la sera e poi invita uno dei presenti, un giovane giapponese, a dare un’occhiata sul ponte: stanno costeggiando il paese di suo nonno…

Iniziato sulla scia dei racconti fantastici “natalizi” ottocenteschi, il racconto approda a un finale inaspettato e suggestivo, che sembra preannunciare il recente disastro ambientale di Fukushima.

Bambini e fantasmi sono un’accoppiata comune della ghost story. Fantasma + bambino o fantasma-bambino funzionano abbastanza bene, ma occorre avere la mano leggera, altrimenti la tensione pazientemente evocata dall’autore rischia di trasformarsi in un tormentone banale che alla fine suscita più il riso che l’inquietudine. Nel racconto che segue, le presenze vengono suggerite, evocate, scorte per un attimo, e alla fine nulla pare accadere davvero, tutto resta confinato nello spazio chiuso del Regno dorato.

 

Reiko Hikawa

IL REGNO DORATO

Due antichi compagni di studi si reincontrano dopo molti anni, Le loro vite hanno seguito destini molto diversi: Shirahaze, ricchissimo anticonformista si è sempre più isolato dal mondo, seguendo le proprie curiosità e il proprio senso artistico, Asaki, semplicemente benestante ha alla fine accettato un impiego di buon livello e scrive, Il dialogo fra loro, allentato ma mai interrotto riprende, reso più difficile dalla lontananza ma soprattutto da un qualche segreto che Shirahaze pare disposto a condividere. La casa, terza e non ultima protagonista della storia sembra, come in passato, abitata da spettri restii a mostrarsi. Forse è colpa delle nuove maschere teatrali collezionate dal padrone di casa? Non ha alcun senso, eppure quando Asaki ne infila una…

È l’inizio di un breve soggiorno inquietante, sottolineato dal magnifico bosco dorato che circonda e isola la casa, nel quale le parole paiono davvero capaci di evocare il mondo.

Come “Senza parole”? Un racconto NON può intitolarsi così, mica è una vignetta! Vero, ma le vignette, solo evocate da qualche frase, compongono metà della storia – o forse dovrei dire della metastoria – di Bruno, protagonista di una vicenda disegnata ed evocata dalle poche parole che accompagnano i disegni. Una storia volutamente eccessiva e melò, messa insieme da un qualcuno a sua volta osservato da qualcun altro.

 

Fulvio Gatti

SENZA PAROLE

Bruno è un bibliotecario di mezz’età, la tipica persona meticolosa e affidabile, che tutti conoscono ma che ricordano solo quando lo incontrano. Un attimo dopo, Bruno è già scivolato fuori dalla mente… Diciamoci la verità, raccontare la storia di uno così è un’impresa impossibile. Occorre aggiungere qualche ingrediente per risvegliare l’attenzione del lettore. E l’autore della storia di Bruno ce la mette tutta: una bella donna in ambasce, un figliastro vessato, tragedie famigliari…

Troppo eh? E se ai lettori piacesse un bel drammone? A me è piaciuto, per dire. Soprattutto alla fine. La fine vera, intendo, non la fine della storia, la fine fine. Non si è capito niente? E allora provateci voi a raccontare ‘sta storia piena di disegni che non si vedono, con un soggetto scritto da uno che ha bisogno di una bella revisione e commentata da due…

Sì, non dico niente. Nemmeno questo mi fanno scrivere!

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Continuano i racconti di ALIA

Nuovo incontro con una breve presentazione scritta dalla curatrice Silvia Treves ad altri tre racconti tratti da ALIA Storie. Altri tre piccoli capolavori. E parlo seriamente…

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Con un titolo così non poteva passare inosservato: Che cos’è una “vuota dimenticanza”? Non lo sapevo (e forse non lo so tuttora), ma mentre “dimenticanza” è quel processo ben noto durante il quale rimuovo abilmente dalla mia agenda mentale ciò che dovrei fare – o comprare, o prendere con me – ma non riesco (o magari non voglio) a far rientrare nelle incombenze della giornata (solo 24 ore, gente, mica di più!), “vuota” evoca qualcosa di più e insieme di meno: una dimenticanza talmente ben riuscita da svuotare la mente di ogni consapevolezza in proposito. “Non l’ho fatto? Mi dispiace mi sono dimenticata… Dimenticato… dimenticato che cosa?”. Una dimenticanza totale, immemore, a prova di senso di colpa. Bellissimo.

Naturalmente il racconto è tutt’altra cosa.

Fumio Takano

LA CIOTOLA DELLA VUOTA DIMENTICANZA

Un ricercatore russo dal nome difficile che lavora all’università di Alma-Ata. Chiede l’autorizzazione a scavare in un sito per dimostrare l’esistenza di una civiltà autoctona progredita e originale del Kazak. Il generale al quale spetta l’ultima parola nega l’autorizzazione ma il giorno dopo lo convoca nel proprio ufficio e gli parla di una fonte letteraria cinese nella quale si racconta di splendide ceramiche tipiche della civiltà misteriosa. Sono misteriose anche ceramiche capaci, se fissate a lungo, di indurre la perdita della memoria… Naturalmente si tratta di una leggenda. O no?

Senza rendersene conto il povero ma cocciuto ricercatore si trova, è il caso di dirlo, proiettato in un’altra dimensione, seguito da spie, aiutato da una misteriosa segretaria…

Suggestivo, originale e di buon ritmo, il racconto si snoda fino a un finale che piacerebbe a qualunque studioso alla soglia della pensione ma ancora molto curioso…

Avete mai notato quanto un titolo contenente la parola “bambino” polarizzi i lettori? Ci sono quelli che: “Bambini? Piccoli tesori. Lo leggo subito!”, e quelli : “Bambini? Uffa! Il bambino che sognava…, Il bambino che leggeva…, Il bambino che corre… Questo racconto non lo prendo nemmeno in considerazione…

Io appartengo alla seconda categoria, l’avrete capito. Ma, dovendo leggere comunque, c’è un solo modo per affrontare dignitosamente un titolo con bambini: cominciare il racconto al più presto e farla finita. Be’ ho fatto bene, a non leggerlo mi sarei persa davvero qualcosa.

Cyril Wong (Singapore)

I BAMBINI DEL LAGO

Quando perdono un figlio spesso i due genitori si allontanano. Non importa quanto si siano amati, prima, non importa che entrambi siano innocenti rispetto alla morte del figlio… ora ogni segno del loro amore evoca la perdita, ogni gesto di conforto reciproco pare ingiusto, indegno. Così è accaduto a Lin e Han. Tornare al lago ghiacciato dove la figlia è annegata è inutile, ma Lin non può impedirsi di farlo. Forse cerca la morte, forse vuole raggiungere la bimba… nell’acqua freddissima che la inghiotte dopo che la crosta di ghiaccio si è spaccata non trova né l’una né l’altra., eppure qualcuno l’aspetta…

Come spesso accade nei racconti orientali, il mondo bianco e freddo di Lin ne rispecchia gli stati d’animo; la narrazione, piana e priva di retorica, è ricca di sfumature e sa evitare ogni dettaglio effettistico da favola nera.

Un titolo che richiami alla mente le mie esperienze di liceale è già significativo. Il futuro Resurgam, poi, suona promessa e minaccia. Aggiungete che l’autrice riesce sempre a sorprendermi e che ha già scritto altri racconti di grande atmosfera ambientati su un’isola greca… L’ho letto appena è arrivato.

Consolata Lanza

RESURGAM

Ci sono personaggi che, appena compaiono suscitano in chi legge il bisogno di prendere le distanze. Severino, Intellettuale, colto e tombeur des femmes. Questa probabilmente è l’immagine di sé che hanno quelli come lui, invariabilmente maschi e invariabilmente troppo sicuri del proprio appeal. In realtà i vari Severini irritano, suscitano diffidenza e non piacciono: Infatti questo Severino non piace a Rocco e ad Alberta, i due skipper che lo accompagnano alla piccola isola dove sorge un antico monastero; non piace nemmeno a Padre Josip, il monaco custode. Per la verità padre Josip è molto anziano, forse anche un po’ suonato, in ogni caso pieno di manie, sulle donne, per esempio: sull’isola non ne vuole più, tanto da vietare ad Alberta e a Bella – la fidanzata mite e un po’ oca dell’intellettuale – di sbarcare sull’isola.

Fa niente, nulla può frapporsi tra Severino e l’oggetto del suo prossimo saggio, custodito nella preziosa biblioteca del monastero. Quasi nulla, anzi, un “quasi” possente che non misura il mondo sul nostro metro e che torna a riprendere il proprio posto dopo un lungo, lungo riposo.

Altri tre, da ALIA Storie

Nuovo appuntamento con i racconti dell’ultimo ALIA, presentati da Silvia Treves.

Un’avventura marziana sulle orme di Edgar Rice Burroughs e di Ray Bradbury, la maliconica e felice storia di un’anziana coppia e l’imprevedibile minaccia dell’ombra e della luce. Tre storie inattese e sorprendenti.

Buona lettura!

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La curiosità verso questo racconto è dovuta alla mia ignoranza in botanica sistematica. O se preferite alla mia esclusiva competenza in succulente. Anzi, è colpa del mio terrazzo, esposto implacabilmente a sud-ovest. D’estate è calcinato dal sole (ma mi permette di sfoggiare una discreta tintarella) e solo cactus e piante grasse sopravvivono. Insomma io, prima, non lo sapevo che cos’è una lespedeza rossa. Adesso sì, ma il racconto mi ha insegnato ben altro.

Yûko Matsumoto

LA CASA DELLA LESPEDEZA ROSSA

In un afoso pomeriggio di fine estate, una ragazza decide di fare una passeggiata. Tra un mese si sposerà e lascerà il paese, è tempo di bilanci. Le case e i negozi, il parco pubblico, le abitazioni degli amici, tutto sembra più piccolo, più opaco. Prosegue verso la città vicina, che conosce bene, ma che ora le appare diversa. Una pioggia improvvisa e torrenziale la spinge a rifugiarsi sotto la tettoia di una vecchia villa. All’improvviso la porta si apre e un’anziana signora la invita e entrare, le spiega che abita da sola con il marito molto malato, le offre un tè caldo e squisito e dei biscotti. Nel tempo sospeso di quell’incontro casuale è possibile parlare e ascoltare senza imbarazzo: la donna si racconta in poche frasi: la numerosa famiglia di un tempo, i figli che uno alla volta se ne sono andati, la solitudine in compagni del vecchio marito, le mostra fiera la splendida lespedeza in boccio che di lì a poco si coprirà di fiori rossi, le mette in mano un ombrello dimenticato dalla figlia tanto tempo prima. Grata di tutte quelle cure, la ragazza si ripromette di restituirlo al più presto e di facendo nuovamente visita alla gentile signora. Ma il ritorno alla casa della Lespedeza rossa sarà diverso da come se lo immagina…

Fresco, lieve, il racconto è uno scorcio di vita allo specchio: il matrimonio che sta per cominciare e quello consumato dal tempo, dalla malattia, dai ricordi. Due vite, una giunta quasi alla fine e l’altra appena iniziata, si sfiorano in un attimo irripetibile, davanti al vecchio e alla pianta, testimoni muti. Penso spesso a questo racconto mi tiene una compagnia malinconica, riesce a farmi sentire contemporaneamente più anziana e più giovane. Un piccolo miracolo di equilibrio.

 

Pianeta rosso si è imposto alla mia attenzione come naturale prosecuzione di tutti i racconti e romanzi “marziani” letti in vita mia: da Clarke a Compton, d a Williamson a Pohl, il nostro vicino ci attrae, un po’ gemello un po’ alieno, indissolubilmente legato al Marte cinematografico visto o semplicemente evocato, allo scherzo feroce di Orson Welles. Il Marte di Davide Mana, poi, è figlio spurio di quelli di Leigh Brackett e Edgar Rice Burroughs e geniale cugino dei mondi di Salgari.

Davide Mana

Pianeta rosso

“Facciamo finta che…”. Ogni romanzo, ogni racconto implicitamente fingono. Ma alcuni “facciamo finta” chiedono al lettore un pizzico in più di fantasia e di credulità. E in questo contesto – quello del fantastico – credulità non ha connotati negativi, ma semmai il respiro ampio e la capacità di abbandonarsi che sono propri del sogno. Il “facciamo finta” di Davide è grandioso, avventuroso, divertente: un tal Giuseppe si scalda al fuoco di un bivacco, discutendo di guerra con un malese. Entrambi sono esperti combattenti, esuli e reduci, uno da una guerra d’indipendenza, e uno da una tentata rivoluzione. Coraggio, non sussultate, il bello deve ancora venire: intorno al bivacco solo sabbia rossa, in cielo una luna regolamentare, ma non la nostra…

Su questo pianeta rosso, state per conoscere o per rinnovare la conoscenza di un sacco di terrestri: ci sono inglesi, belgi, portoghesi… e un buon numero di italiani, come Giovanni Battista Belzoni. Ci sono, o ci saranno perché Davide ha già scritto un seguito, fanciulle da salvare e gentildonne navigate dalle idee chiarissime. E, naturalmente ci sono i marziani. E le marziane. Gente che ha alle spalle una civiltà antichissima, colta, decadente e corrotta quanto basta per fare di Pianeta Rosso una lettura raccomandabile. Se non vi bastasse ancora, posso fornirvi un motivo in più: a 150 anni esatti dalla nascita dell’Italia non potete lasciarvi scappare queste rivelazioni su un aspetto finora ignorato della nostra storia…

 Questo racconto è stato uno dei primi che ho letto, quando ancora il resto di Alia era ancora in gestazione. Il titolo fa pensare al verso di una filastrocca, ma anche a una sorta di scongiuro…

Mei Ching Tan

Brilla brilla, lumicino

Luce e ombra, entità indissolubilmente legate. Quasi due facce della stessa medaglia. L’una caccia l’altra, ma entrambe, da sole, non esistono.

Ma che cosa ci intimorisce maggiormente: l’ombra che si insinua anche nei luoghi più illuminati, disegnando forme bizzarre e strisciando fino a noi che vogliamo sfuggirle… O la luce, che non dissolve le ombre ma si limita a spingerle ai margini, là dove, non viste, attendono di raggiungerci? Luce e ombra sono l’una nostra amica e l’altra una minaccia, oppure nessuna delle due è in grado di proteggerci?

Un piccolo gioiello, senza una parola di troppo.

(Altri) tre racconti da Alia


Continua il lavoro di presentazione dei racconti pubblicati su quest’ultimo ALIA, curato da Silvia Treves, uno degli editor dell’antologia.

In questo giro c’è anche il mio racconto. Mi ha divertito e sopreso come Silvia ha presentato il mio sciagurato personaggio. Ovviamente non l’ho mai visto con tanto rapido acume, ma questo è normale. Quando si scrive capita di avere una tale vicinanza con il protagonista da non essere comunque in grado di vederlo a 360°.

Ne approfitto per ringraziare il buon MoMa KoN, autore di un disegno che coglie con prontezza e precisione il senso del racconto.

E adesso, buona lettura

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Ho letto Il soffio lontano del vento appena sfornato. Bella forza, ho l’autore in casa. E quindi, che dovrei scrivere: che non lo recensisco perché lo conosco? Che sarò sincera, anche se…? Che mi è piaciuto “a prescindere”? Non me lo sogno nemmeno. Tanto, nessuna recensione è imparziale, tutte sono condizionate dai nostri gusti, da ciò che vorremmo e da ciò che non vorremmo leggere (né tantomeno scrivere). E poi, io odio il termine “a prescindere” e non prescindo mai, figurarsi se prescindo dal recensire il racconto che segue.


Massimo Citi

Il soffio lontano del vento

 Il protagonista del racconto è un tizio che non vorrei mai incontrare: un creativo – anzi, un designer di interni – uno di quelli che ristrutturano seconde case prosperando sulle velleità degli arricchiti. Uno che si compra il fuoristrada appena fa due soldi. Uno prevedibilissimo: generoso, divertente, pieno di amici, clienti e donne finché gli affari vanno bene, poi, quando la crisi prende piede, comincia ad affondare e se la prende con il mondo, aggressivo, incazzoso. Uno destinato a ritrovarsi da solo.

Ma questo designer, a essere onesti, è più di tutto questo. Non dice molto di sé ma trapela fra le righe che non si piace, probabilmente non si piaceva nemmeno prima, quando gli andava tutto bene. Forse è per questa sua umanità amara che si continua a leggere la storia, anche quando lui comincia a dare i numeri, a vedere il mondo, anzi a non vederlo, a percepirlo sbagliato, come se la realtà fosse il prodotto di un vecchio calcolatore svalvolato da film di fantascienza anni Cinquanta. Forse a salvarlo, questo designer, è il fatto che tutti noi, ogni tanto, perdiamo la sintonia con il mondo.

C’è un’altra faccenda che mi turba, però. Ho appena letto la recensione dell’autore al mio racconto (anche qui nessuno scrupolo, tanto mica saranno le dieci righe a testa che abbiamo scritto a convincervi a comprare l’antologia). Non si può dire che siano uno scambio di favori, e va bene così, forse è vero che esiste la predestinazione.

Però, siamo giusti, noi due non siamo mica giusti!

 

Il primo amore è stato amore a prima vista, anzi a prima lettura. E ogni volta che, sfogliando le pagine di Alia6, arrivo all’ultimo racconto (sono in ordine alfabetico di autore) sorrido. Come la prima volta, già dopo poche righe. Così non posso fare a meno di rileggerlo tuto. E, per strano che sembri, mi fa sempre il medesimo effetto.

Arimi Yazaki

Il primo amore

Se siete genitori, forse vi sarà capitato di dover trovare una baby-sitter al volo. In genere, se i nonni non sono disponibili, ci si affida ad amici o parenti, oppure a ragazze – o più raramente, chissà perché, a ragazzi – indicati da loro. È ancora relativamente raro, invece, rivolgersi a una agenzia specializzata. In Giappone, invece, la pratica è consolidata e il personale affidabilissimo, come il formidabile baby-sitter che si presenta a casa della narratrice.

Il racconto resta sospeso fra quotidianità e alterità senza volutamente decidere, anzi è un racconto dove altri, gentili e inconsuetamente normali, scivolano benevoli nel nostro quotidiano senza chiedere nulla se non il giusto compenso e un po’ di rispetto. Un racconto saggio, che insegna, anzi suggerisce, la tolleranza, la curiosità, la capacità di immaginare e accettare la diversità. Una diversità complessa ma mai esibita, e assolutamente mai eroica.

Come genitore, ho avuto la fortuna di incontrare una splendida, spassosa baby-sitter. Ma, in alternativa, il signor Yamazaki Butabuta sarebbe andato benissimo. Mia figlia, immagino, si sarebbe perdutamente innamorata e io… Purtroppo io sono adulta e so benissimo che non è bene mettersi in mezzo a una coppia felice.

Ho detto tutto l’importante? Oh, dimenticavo un dettaglio: in giapponese Butabuta significa maiale. Porcellino, diciamo. Ma, davvero, è un dettaglio insignificante.

Con un titolo come Gli ultimi giorni il lettore accorto già si prepara al peggio. Già le parole “ultimi giorni” evocano il fantasma del cambiamento: se ci sono “ultimi” giorni, quelli che seguiranno saranno diversi, differenti da quelli trascorsi, ad esempio ultimi giorni di vacanza (triste prospettiva) o – molto meglio – ultimi giorni di scuola. Ma io leggo fantastico da troppo tempo per farmi illusioni: se il racconto è giunto sulla mia scrivania parla proprio di quegli ultimi giorni, cioè gli Ultimi, seguiti dal nulla. Inutile, quindi leggere con ansia, aspettando timorosa il niente che seguirà gli Ultimi giorni: vivere (e leggere) negli Ultimi giorni è già più che sufficiente per stare malissimo. Esagero? Leggere per credere.

Dave Chua

Gli ultimi giorni

Un piccolo gruppo di persone – forse genitori con un figlio, forse tre fratelli – fugge da qualcosa in un mondo desolato popolato di tracce dei giorni passati: carcasse di auto, rari elicotteri, qualche camion ancora in movimento, A differenza di molti altri, questi sopravvissuti sono fortunati: hanno ancora un’auto decente e, quando il veicolo si rompe, riescono a rimediare un passaggio da un gruppo di autisti coreani. Perché scappano? Da quando? Come pensano di sopravvivere all’inverno? Domande destinate a non trovare risposta, come altre più esistenziali: Che cos’è accaduto, appena prima di questi Ultimi giorni? Quale futuro attende dietro l’angolo? E, soprattutto, chi sono Loro? E poi, quanto tempo è passato dall’inizio della fine? Poco, pare. Eppure già nuove abitudini hanno preso il posto delle vecchie: considerare ogni nuovo arrivato un possibile Loro, dimostrare di non essere un Loro cantando cose come Happy Birthday o canzoni di Bruce Springsteen, tenersi lontano dall’autostrada, dormire a turno, fare provviste di cibo in ogni occasione, mangiare crudi i prodotti in scatola che una volta si potevano cucinare con comodo a casa, sparare ai sospetti, abbandonare i compagni che sono stati morsicati… E restare sani di mente, non abbandonarsi alla disperazione. Ma come fare in universo divenuto improvvisamente alieno e incomprensibile?

Una decadenza fantastica

Non è un momento particolarmente felice per il fantastico in Italia.

Opinione personale, anzi personalissima che sono, anzi, pronto a rivedere e ripensare se qualcuno vorrà avere la santa pazienza di mettere in evidenza (eventuali) controtendenze e/o novità emergenti.

Non è un momento felice per la triste scarsità della produzione italiana, impantanata in un fantasy pre-adolescenziale, un horror il più delle volte tristemente dilettantesco o stancamente legato a personaggi abbondantemente sfruttati – sopra tutti il vampiro, e una fantascienza sostanzialmente scomparsa in quanto tale, con gli editori italiani che l’hanno cancellata dalla produzione libraria avendo stabilito che «per la sf non esiste mercato». Al di fuori di queste tre classicissime categorie c’è davvero poco e quel «poco» spesso è semplice prova autoriale isolata, incapace di creare scuola o suscitare un interesse che superi la ristretta cerchia dei lettori avvertiti.

Le traduzioni, al di là delle stanche ristampe fanucciane della produzione di P.K.Dick, sono di corposi romanzi rivolti a un pubblico giovanile o adolescenziale e con protagonisti in età puberale chiamati ad affontare sfide morali ed etiche di dimensioni più o meno caricaturali  e molto spesso diretti discendenti – o semplici epigoni – di personaggi e autori di successo planetario. Harry Potter di J.K. Rowlings, The dark matters di Philip Pullman, i fratelli Baudelaire di Lemony Snicket, Twilight di Stephanie Meyer, il Ciclo dell’eredità di Christopher Paolini – senza mai dimenticare Tolkien o C.S. Lewis – sono onniprenti e si possono facilmente riconoscere nei panni – improvvisati o professionali – di migliaia di personaggi che, fatalmente, ne ripercorrono temi e vicende sia pure ribattezzate con altri e diversi nomi.

Anche in letteratura, in sostanza, sembra ripetersi il meccanismo tipicamente cinematografico della replica fino allo sfinimento dei successi già celebrati, multimilionari e capaci di rendere all’eccesso ai produttori attraverso tutti gli infiniti passaggi cinema-DVD-TV-libro-videogame-gadget di una rete di vendita che – inevitabilmente – retroagisce sulla qualità e il livello della produzione. Successi che finiscono per determinare completamente l’offerta ai lettori, emarginando qualsiasi altra idea o soluzione narrativa. Inutile, in sostanza, lamentarsi della crisi della fantascienza, della decadenza dell’horror o della serialità del fantasy. La realtà è che se non (ri)scrivete HP o Tolkien, se non tentate di collocare la vostra (povera) creazione in una cornice già stranota al pubblico non troverete un possibile editore.

Da qui nasce, probabilmente, anche la profonda crisi della sf letteraria, che, sostanzialmente divorata dall’interno dal cinema, pur essendo tutt’altro che stanca ed esaurita finisce col rivolgersi a un pubblico non più giovane che, temo, finirà per portarsi nella tomba il suo amore letterario… Questo senza nemmeno voler entrare nel merito della gestione del superstite Urania e nelle sue scelte…

Al di fuori del megacircuito cine-letterario, forzatamente ripetitivo, rimangono i libri autoprodotti, i testi distribuiti gratuitamente o quasi attraverso la rete.  Una ricchezza, siamo d’accordo, ma anche un problema non piccolo. Se l’autore è l’unico giudice del proprio lavoro e può pubblicarlo senza ulteriori revisioni e senza il confronto con pareri professionali quante probabilità esist0no che il suo libro sia sostanzialmente illeggibile per un lettore medio? Statisticamente direi che le probabilità sono all’incirca di 1 su 100… Come dire che dovrete smazzarvi un centinaio di testi autoprodotti per trovarne uno buono. Più o meno ciò che accade ai lettori per conto delle case editrici per trovare un testo che merita una rilettura, una valutazione professionale, un lavoro di editing.

Ma forse uno su cento è troppo crudele. Diciamo pure uno su cinquanta o uno su venticinque. Va meglio? Ma io, comunque, non vedo mani alzate di soggetti che si candidano a leggere ventiquattro ciofeche per 1(un) romanzo decente. Un cattivo romanzo, al di là del gusto vendicativo di distruggerlo – recensendolo nel proprio blog o tagliuzzandolo fisicamente – , è comunque una sofferenza, una forma di tortura autoinflitta che è ragionevole pensare che nessuno cerchi intenzionalmente.

Quindi è ragionevole pensare che debba esistere una struttura di mediazione, qualcosa che garantisca il lettore che ciò che leggerà – anche gratuitamente – è perlomeno corretto grammaticalmente, formalmente ed esteticamente. Questo – curioso a dirsi – sarebbe il compito degli editori, ovvero quelli che qualcuno a suo tempo e con generoso impeto futurista definì «semplici parassiti».

Ne esistono ancora?

Qualcuno esiste (ancora).

Ma prima ancora sarebbe bene che esistessero portali o siti che rendano possibili incontri e valutazioni da parte di lettori «di lungo corso». Qualcosa di (relativamente) nuovo che sicuramente esiste già ma che, almeno finora, rimane comunque all’interno di un circuito limitato e semiprofessionale.

Unico (e gigantesco) problema: il fatto che non girino – ahimé – soldi nel circuito del fantastico. Non sono un mercante assatanato, ma se tutti i pareri sono gratuiti e chi li esprime nella vita fa letteralmente tutt’altro, quante sono – sempre statisticamente – le probabilità che il parere ricevuto sia irrilevante, assurdo, o nato da invidia, incomprensione, malanimo, intolleranza, disinteresse o noia? Questa volta non proverò a fare ipotesi numeriche ma lascio a mi legge tanta fatica. Personalmente posso annoverare un lussuoso esempio di una stroncatura (annoiata e seccata, ma gratuita) di Maurizio Maggiani (nientepopodimenoche) a un mio racconto. A parte il mal di stomaco e la sensazione di aver annoiato Sua Autorialità non ho comunque imparato nulla. Nel senso che MM aveva letto frettolosamente – se pure aveva letto – e gli era sfuggito il quid del racconto. Cose che capitano a farsi leggere aggratis…

Tirando le somme non è facile proporre qualcosa di credibile. Stretti tra un gigamondo di ipersuccessi basati su una rete di distribuzione disumana (centri commerciali, catene librarie, librerie virtuali che vendono praticamente gli stessi libri) e produzioni marginali e/o emarginate, mal-sopravvivono piccoli e medi editori e librerie indipendenti, che, insieme alla Rete, sono le uniche strutture da dove è teoricamente possibile ripartire per una rinascita della letteratura e persino del  fantastico. Nel (troppo) vasto mondo della rete si nascondono gli autori del futuro.

Cerchiamo di trovarli, prima di perdere le speranze.

P.S. Questo post esce in contemporanea sul blog fronte e retro

P.S. Per completezza aggiungo che la mia intenzione iniziale era quella di presentare tre libri di fantasy e fantascienza appena usciti. Si tratta de L’Atlante di smeraldo di John Stephens, Sono il numero quattro di Pittacus Lore (pseudonimo di Jobie Hughes & James Frey) e Alterra – l’alleanza dei tre di Maxime Chattam. Tutti e tre, detto per inciso, primi volumi di una trilogia. Ho passato in loro compagnia ieri mattina e ho finito per gettare la spugna. Nulla di illeggibile o di intollerabile, soltanto un’evidenza sinistra e un po’ allarmante di stile, spunto, idea, personaggi, ambientazione, sviluppo e (mancanza di) conclusione. Quanto basta per stendere un articolo come questo. Alla mia età non si ama perdere tempo.