Quanto pensiamo ai lettori?

Pare che la discussione sui manifesti, oltre a generare un minimo (proprio minimo) di polemica, abbia intrattenuto ed attratto i nostri visitatori.

Vediamo allora di andare a sbattere contro un altro grande luogo comune – il famoso “io scrivo soprattutto per me stesso”.

Premesso che va da sé, se ciò che scrivo non mi piace, non lo scrivo, la domanda di fondo è – quanto pensiamo ai nostri potenziali lettori?

Abbiamo in mente un lettore ideale?

Miriamo decisamente ad un bacino d’utenza specifico?

“Ora scrivo una storia per liceali”…?

Davvero possiamo solo scrivere per noi stessi, infischiandocene del pubblico, ignorandone gusti e aspettative?

Tanto per fare il primo – mi rendo conto di non pensare esageratamente al pubblico in quanto tale.
Diciamo che scrivo cose che vorrei leggere, ed ho quindi un target che mi assomiglia (che sia questo il vero significato di “scrivo per me stesso”?)

Forse per questo motivo infilo un sacco di giochini e di ellissi nelle mie storie – il mio lettore la mia storia deve meritarsela, deve essere disposto a fare quel piccolo sforzo in più per metterci del suo ed arrivare ad avere un quadro completo.

Il mio lettore deve fidarsi di me, e sospendere l’incredulità come opportuno.
Se gli dico “Quando i Nazisti bombardarono Pearl Harbour…” non voglio che vada a frignare sul suo blog che sono un cattivo scrittore perché furono i Giapponesi ad attaccare Pearl Harbor.
Nell’universo che sto scrivendo, sono stati i Nazisti, e dovrà farsene una ragione.
Punto.
Magari se avrà pazienza scoprirà anche il motivo della discrepanza.
Forse.

Se non è in grado di distinguere fra narrativa d’immaginazione e romanzo storico, è nel posto sbagliato.

Se proprio devo dirla tutta, preferisco pensare al lettore in termini di meccanismi narrativi – di effetti che voglio generare nel lettore con ciò che scrivo e come lo scrivo.
Al lettore come vittima delle mie trappole, se volete.

Tutto quello che ho scritto qui sopra, naturalmente, porta due conseguenze

  1. limita probabilmente il mio appeal verso un pubblico più vasto
  2. dimostra che alla fine ai lettori ci penso eccome, solo che poi decido di infischiarmene

Di fatto, ora che ci penso, mi preoccupo maggiormente di rendere i miei scritti pubblicabili (= graditi all’editor), che non fruibili da un pubblico di minus habens (= graditi al minimo comun denominatore).

Idee?

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10 thoughts on “Quanto pensiamo ai lettori?

  1. Tema ghiottissimo, non c’è dubbio.
    Per quanto mi riguarda dirò che (come ha affermato anche Baricco, ahimé) ho cominciato a scrivere perché volevo che almeno le storie che creavo andassero nella direzione desiderata. Naturalmente, come scriveva Consolata, fai presto ad accorgerti che personaggi, luoghi e vicende hanno proprie regole e una propria dinamica e che quindi scrivere è comunque un compromesso. Dal quale puoi uscire vincitore quanto più trovi compromessi intelligenti.
    In questa prima fase è innegabile che «scrivevo per me stesso», ma sostanzialmente per carenza di lettori.
    Il problema vero, credo, è quando i lettori appaiono e parlano.
    Ovviamente ho cominciato a scrivere presupponendo un lettore che avesse grosso modo i miei stessi gusti, interessi e visione del mondo. C’è la cruna dell’ago della leggibilità da attraversare, comunque, ovvero arrivare a scrivere decentemente.
    Dopo un po’ che scrivi hai più o meno il pacchetto completo. Senza essere un fenomeno scrivi decentemente, sai costruire una storia ed eviti i trabocchetti più banali. Hai persino qualche lettore al quale non ti lega amore e amicizia, non è prezzolato e non è un consanguineo.
    Solo che il lettore dimostra di preferire un certo genere di approccio. Non ama certi sviluppi, certi finali o certi ambienti. Puntualmente te lo fa sapere alla prima occasione. Come ti fa sapere che invece questo e quello gli/le sono piaciuti da impazzire.
    Sorridi ma sai che te lo ricorderai. Soprattutto quando dovrai fare una scelta. E potresti decidere di NON accoppare il bambino o il cagnolino perché poi Ermelinda e Rosalina ci soffrono. E di non terminare la scena della battaglia imminente con un gentlemen’s agreement perché Gigi e Mario vogliono leggere di un massacro.
    Sono esempi banali ma credo rendano l’idea.
    In realtà pensi costantemente al lettore. Al massimo decidi di fregartene di Ermelinda, Rosalina, Gigi e Mario, tanto scrivere non è la tua attività principale.
    Ma questo crea il dubbio che se invece di scrittura vivi hai solo due possibilità:
    – sei un genio e nessuno banfa qualsiasi cosa tu scrivi.
    – sei – in proporzioni variabili – una puttana.
    Detto che nel secondo caso vanno probabilmente rubricati gran parte degli scrittori italiani contemporanei e detto anche che si tratta di una deprecabile semplificazione, rimango comunque profondamente perplesso e mi fermo qui.

  2. Ah… Olimpo di autentici intelettuali.
    E dire che io ho cominciato a scrivere per rimorchiare.

    Più seriamente (non che io abbia mai rimorchiato coi miei racconti, nota bene) spesso l’impulso nasceva da cose del tipo “Io lo saprei fare meglio!”
    Ho cominciato a pubblicare tardi – per cui ho avuto modo di lavorare molto sulla scrittura (wow!) e di ignorare i lettori per la gran parte del tempo.
    Anche perché amici e consanguinei non sono affidabili.

    Divago – ho un bel racconto, qui da qualche parte, che ho ucciso per esasperazione: avevo degli amici così amorfi nel giudicare ciò che scrivevo, che in coda a quaranta pagine di ottima fantascienza (se me lo dico da me), ho infilato venti pagine con tutti i possibili errori del manuale: punto di vista che sbandiera da un personaggio all’altro, personaggi che compaiono dal nulla, data-dump colossali, una soluzione finale appiccicata lì e assolutamente priva di fondamento…
    Nessuno si è accorto di nulla.
    Sono quindici anni che mi dico che devo rimetterci mano e finirlo come si deve, ma non me ne viene la voglia.

    Tornando a bomba.
    Condivido l’osservazione sulla maggiore libertà (reale o presunta?) degli scrittori partr-time.
    Ma – e quelli che si pagano da vivere scrivendo?

    Il fatto che un medico presti la sue opera in un bordello non vuol dire che vada a puttane.
    Non è mia – è di Harlan Ellison. E mi sta abbastanza bene: il fatto che io cerchi di attrarre la parte più colta, raffinata e sensibile del pubblico, dando contenuti di qualità non significa che io mi stia vendendo.
    Anche se qualcuno paga.
    Il prezzo dsulla copertina copre le mie esigenze fisiche.
    La mia anima non è trattabile.

    [E poi, tanto ormai non scaricano tutto aggratise dalla rete? 😉 ]

  3. Penso che la questione stia tutta lì, nella differenza tra chi (secondo me la parte più sana tra chi pratica la scrittura, e la più sensata, in quanto sarebbe appena normale che un qualsiasi lavoro venisse retribuito) si aspetta e si augura 1) di essere pubblicato 2) di trarne un guadagno, e chi per vari motivi, disincanto, realismo, sfigataggine, ricchezza, disposizione cattolica all’oblazione di sé o masochismo, è convinto che le sue opere non renderanno mai. Qualunque cosa si faccia, lettore o non lettore in mente. Faccio parte di questa seconda categoria. Non per integrità morale, anzi, non mi è mai capitato ma sono convinta che di fronte a una offerta interessante sarei capace di molti compromessi. Piuttosto perché, primo, ho scritto per anni senza far leggere niente a nessuno, né amici né morosi né parenti, avevo troppa paura. Secondo, perché ho due romanzi inediti nel cassetto (mai letti da anima viva), più una trilogia e un numero imprecisato di racconti sciolti, che con ogni probabilità non vedranno mai la luce in libreria. E dovrei stare a preoccuparmi di quel che può piacere o dispiacere a un lettore? Mi diverto molto di più a scrivere quello che vorrei leggere io, almeno credo perché quando mi rileggo certe volte non sono per niente soddisfatta. Comunque il lettore è nella mia testa in alcuni casi. 1), quando rileggo e mi chiedo a chi possa interessare l’argomento che ho trattato, ma ormai la cosa è fatta. 2), quando mi dico che è meglio che mio padre, lettore extrastrong che mi ha iniziato al vizio, sia defunto da più di trent’anni e rimanga all’oscuro di quello che scrivo. Quindi posso dire che se scrivo per un lettore, questo è il famoso Lettore Ideale, cioè lo specchio delle mie brame, il ruscello di Narciso, il Principe Azzurro dei lettori. Quello che abita nel Paese delle Meraviglie, dove io sono Regina e a un mio cenno tutti corrono a leggere, leggere, leggere, solo quello che scrivo io, se no gli faccio tagliare la testa.

  4. P.S. Altri motivi, sostanziali, per cui non penso al lettore: ho cominciato tardi, ho un’età più che veneranda e lo Stato mi fornisce regolarmente una pensione da insegnante.

  5. Non parliamo di padri, per carità.
    Il mio ha letto quasi tutto quello che ho scritto. Ma non gli piace.
    «Sei proprio uno scrittore moderno», mi ha detto una volta.
    Detto da lui significa: «scrivi cose assurde con uno stile da demente».
    Sottinteso: «E sei destinato a fare la fame».
    Eppure s’indigna e fa l’offeso se non gli passo quello che scrivo.
    «Cosa ne dici?»
    «Bah…» sorriso, «quand’è che comincerai a scrivere seriamente?»
    Comunque uno dei motivi per cui non ho ancora iniziato a scrivere il famoso romanzo erotico al quale ho accennato in un precedente post è che poi dovrei farglielo leggere.

  6. Io problemi non ne ho.
    In casa mia nessuno legge ciò che scrivo – salvo forse mio fratello, se gli chiedo per favore di rileggere qualcosa e dirmi come gli suona.
    Poco prima di morire, mia madre mi disse chiaro e tondo che a lei quello che scrivevo io non interessava.
    Il genere di frase che uno si porta dietro per il resto della propria vita.

  7. Scrivere per se stessi vuol dire leggersi, e magari rileggersi più volte. Somerset Maugham affermava di odiare la rilettura di suoi vecchi lavori, trovandoli sempre imperfetti e fastidiosi. Per molti altri autori, il rapporto con la propria opera è altrettanto fonte di disagio, o perplessità, o insoddisfazione.
    Quindi uno scrittore che operasse prima di tutto per sè sarebbe un narcisista sfrenato e acritico? O è qualcuno che ha un bisogno di stappare un flusso come atto liberatorio, a prescindere da tutto, anche dalla propria stessa auto-lettura? Ma, infine, l’autore a circuito chiuso, autoreferenziale, esiste davvero?
    Credo che ogni volta che si attacchi a produrre un segnale, inevitabilmente si ha in mente un interlocutore, sia pure ideale. Il pubblico vero, quello esterno che reagisce e plaude o condanna dà una conferma a questo primo dialogo intimo. Indispensabile. Insensato se privo di uno sbocco al di fuori.
    Purtroppo è esperienza comune a molti autori – non celebrati o storicizzati – il trovarsi oggetto di indifferenza o peggio disapprovazione tra agli amici più stretti o in famiglia.
    Non è un problema di stile, di genere narrativo, di temi. Il guaio è che il “pubblico”, per essere tale, deve sapere il meno possibile della mano che sta dietro alle parole. L’idea di familiarità, di intimità con l’autore, non porta la lettura a una penetrazione più profonda, ma crea solo turbamento al quadro di un identità che crediamo di conoscere già bene.
    <>
    O più sofisticheggiando: <>
    Leggere e scrivere, per me sono speculari. Sono immersioni in vite altre. Quindi, prima di tutto è un rapporto come minimo a due, che si apre a un numero N di partecipanti.
    Se poi alla fine “pubblico” è uguale a “mercato”, beh, allora direi che ognuno di noi non avrebbe affatto fastidio di invadere di copie i centri commerciali col proprio “Harry Potter”.
    In quel caso il problema è il dopo. Il dopo boom.
    Da li in poi si finisce col parlare a una platea fantasma, angosciosamente silenziosa, perdendosi un lettore solo, che però è preziosissimo.
    Il proprio interlocutore intimo.
    Non so se ne valga la pena.

  8. Tra le virgolette avevo scritto:

    – Cosa potrà raccontare di nuovo per me. Lo conosco. E’ mio fratello/moglie/figlio.
    O più sofisticheggiando: – La letteratura è sempre autobiografia travestita. Io sono parte degli eventi. Non ho bisogno di leggere la loro rappresentazione.

    misteriosamente sono saltate nel post!

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