ALIA Sol Levante alla Biblioteca D’Annunzio di Torino

Venerdì 6 giugno 2008, ore 21.00

Biblioteca «G. D’Annunzio» V. Saccarelli 18

Intervengono:

Massimo Soumaré, traduttore e curatore sezione ALIA Giappone

Silvia Treves, curatrice collana ALIA

Per l’occasione presentazione di brani tratti dai racconti pubblicati nella nuova imminente edizione dell’antologia: «ALIA Sol Levante».


Per ulteriori informazioni: http://www.torinocultura.it

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Da dove arrivano i libri?

Tempo fa sul su questo blog è iniziata una discussione molto animata e vivace che prendeva le mosse dalla pubblicazione del «primo fantasy pubblicato da Einaudi», ovvero il libro di Chiara Strazzulla, Gli eroi del crepuscolo. Lungi da me il desiderio di riprendere tale discussione. Piuttosto, dal momento che nel corso della discussione sono emersi in più occasioni deficiti di conoscenza in merito al funzionamento del settore editoriale librario proverò a delineare (rozzamente e a grandi linee) come funziona la distribuzione libraria in Italia. Un tema che, come vedremo, ha riflessi e aspetti che vanno ben oltre i banali aspetti economici e distributivi.
Partiamo da un o degli elementi centrali del libro, perlomeno da un punto di vista economico: il prezzo di copertina.
Come si valuta il prezzo di copertina di un libro, ovvero come si stabilisce se un libro è costoso o meno? E quali sono le voci che contribuiscono a formarlo?
Il criterio più ovvio e entro certi limiti più corretto è quello del costo/pagina. Un rapporto che risente tuttavia di alcune variabili direttamente derivate dalla composizione interna dei costi. Un libro illustrato – quindi con carta lucida più costosa -, copertina rigida (l’Hard-cover dell’editoria di lingua inglese) scritto, curato o soltanto firmato da un personaggio celebre avrà un prezzo /pagina nettamente più alto di un volume fuori diritti (I Tre Moschettieri, per esempio), stampato su carta di qualità mediocre e copertina di cartoncino.
Altro elemento importante la tiratura, ovvero la suddivisione su un più grande numero di copie di un investimento invariabile.
Informazioni banali, che avrebbe potuto fare anche il capitano La Palisse.
Ma sul prezzo di copertina dei libri ritornerò più avanti e con un post interamente dedicato a questo tema.
Il valore fisico dei materiali impiegati, in ogni caso, ha un’incidenza proporzionalmente molto bassa sul costo di un libro.
Ed è sicuramente è un po’ meno banale osservare che la parte più cospicua del prezzo di copertina di un libro non è determinata né dal costo dei materiali, né dai diritti d’autore, né dal margine lordo dell’editore ma dal costo della distribuzione.
Qui è utile fare una prima distinzione.
Esistono editori che gestiscono l’intera filiera del libro, dalla tipografia alla promozione alla distribuzione fino alla libreria: Gruppo Mondadori (Mondadori, Einaudi, Sperling & Kupfer ecc.) e Gruppo RCS (Rizzoli, Bompiani, Fabbri ecc.) e editori che debbono affidarsi a società terze per la promozione e la distribuzione (Laterza, Bollati Boringhieri, Il Saggiatore e tutti gli editori medi e medio-piccoli).
Esistono infine editori che a vario titolo sfuggono a questa bipartizione. Gli uni (Feltrinelli) per proprie peculiarità organizzativo-distributive (tipografia e rete commerciale propria, oltre alla propria catena libraria) altri (Longanesi, Garzanti, Guanda, Vallardi ecc.) che a suo tempo sono stati assorbiti dalla principale società distributiva italiana: Messaggerie Libri e per i quali valgono diverse dinamiche; altri ancora, infine (DeAgostini – Utet), che sono infime propaggini di gigantesche holding finanziarie che operano principalmente in settori economici completamente diversi.
Rimanendo nell’ambito dei due gruppi prima citati (Gruppi editorial-distributivi e Editori «puri»), se i primi hanno l’evidente vantaggio – e ovviamente anche i costi relativi – di poter controllare l’intero ciclo economico del libro, i secondi sono invece costretti a delegare alla società di promozione il contatto con la rete di rivenditori sul territorio e al distributore la consegna e i resi dei titoli e il controllo dei crediti.
Osservazione interessante: entrambe le modalità di distribuzione implicano, per motivi diversi, il ricorso alla sovrapproduzione, ovvero all’inflazione di titoli prodotti. Nel primo caso – al di là delle strategie di marketing che pure hanno il loro peso – semplicemente per motivi di utilizzo ottimale del personale e delle attrezzature (tecnicamente: «ammortizzazione»). Nel secondo perché è relativamente facile che un editore si trovi ben presto indebitato con il distributore, dal momento che ha ricevuto in forma di anticipo i pagamenti relativi a un pool di titoli («giro», nel gergo). Nel caso (tutt’altro che improbabile) di resi superiori alla media e in assenza di un best-seller, si troverà ben presto costretto ad aumentare il volume delle uscite per poter preservare la propria struttura editoriale e con essa la propria autonomia. Ovviamente l’«aumento del volume delle uscite» non può che essere computato in termini di quantità di titoli pubblicati, dal momento che la quantità di pezzi assorbiti dalla rete dei rivenditori non è una variabile determinata dall’editore.
Il destino degli editori che non riescono a tenere il ritmo? Presto detto: essere assorbiti dalla società di distribuzione e sopravvivere esclusivamente in forma di marchio editoriale.
La sorte, per esempio, della storica Editrice Nord.
A complicare le cose il fatto che anche i grandi gruppi editoriali del primo gruppo (Mondadori, Rizzoli) possono a loro volta essere distributori di editori cosiddetti «terzi» Fanucci, Alet, Editoriale Scienza, Codice ecc. Inutile dire che esito probabile di questa terzietà può essere la fine dell’editore in quanto entità autonoma.
Risultato finale è quindi l’esistenza di alcuni Grandi Gruppi editorial-distributivi (Mondadori, Rizzoli, Messaggerie Libri), di un numero limitato – e a rischio sopravvivenza – di editori «medi» e di una pletora di piccoli e piccolissimi editori a distribuzione locale o privi di distribuzione.
Inutile dire, con un panorama di questo genere, quali siano gli editori che riescono ad accedere alla grande distribuzione (nota: la società che organizza la distribuzione nelle grandi superfici ovvero Ipermercati ecc. – Mach 2 – è di proprietà, tra gli altri, di Messaggerie Libri, Gruppo Mondadori e Gruppo RCS) e alle grandi librerie di catena (Feltrinelli, FNAC ecc.).
Ma ritorniamo alla composizione del prezzo di copertina.
Per gli editori «distribuiti» da terzi – ovvero per la maggioranza di essi – si può stimare che una percentuale del 50-55% sua destinata alla distribuzione (25-30% alla libreria + 20% al distributore+ 5% alla società di promozione), un 5-10% all’autore (ovviamente in rapporto al suo peso contrattuale) e il resto (tra il 35 e il 40%) alla casa editrice.
Il rischio commerciale, tuttavia, come le copie gratuite e gli eventuali sovrasconti concessi dalla società di promozione alla rete di rivenditori è interamente a carico della casa editrice. Rischio commerciale aggravato dal fatto che senza concedere sconti dissennati (dal 40% in sù) un medio editore nelle grandi catene librarie non entra.
Magari non è una cosa che commuova, d’accordo, ma certamente dovrebbe allarmare tutti i forti lettori. Infatti spiega piuttosto bene perché gradualmente le case editrici indipendenti vengano assorbite dai grandi gruppi editorial-distributivi.
Come conseguenza diretta o collaterale tendono a scomparire anche le librerie indipendenti, sulle quali ricade un’altra quota consistente di rischio.
L’eventuale sconto concesso dal libraio indipendente, infatti, è – a meno non si tratti di campagne promozionali promosse dall’editore – interamente a suo carico. E anche nel caso di campagne promozionali («tutti i tascabili XYZ allo sconto del 30%») tali campagne sono almeno in parte sostenute economicamente dalle librerie. Facile per le grandi catene che hanno margini di tutt’altro genere, molto meno per le librerie indipendenti.
E, detto di passata, le campagne promozionali sono le prime colpevoli nel mantenere elevato il prezzo medio di molte collane economiche. Già, perché molti si esaltano a vedere scritto «sconto del 30%» per un mese mentre non si rendono conto di 1 euro medio in meno per tutto l’anno.
«Sì, ma come arrivano i libri in libreria?».
Beh, questa è la necessaria premessa.
Come vedremo tutto il resto verrà di conseguenza.

P.S. Questo post esce in contemporanea sul blog Fronte & Retro.

Un’ombra o un coltello gocciolante?

«Quanta violenza è lecito – accettabile, di buon gusto, intelligente – usare?» è una domanda che chiunque scriva, soprattutto se scrive avventura, polizieschi, horror, fantasy e sf, si è posto o è stato costretto a porsi. Si tratta di un ingrediente necessario ma che è prudente dosare con estrema attenzione. In agguato, infatti, ci sono sempre l’effetto-carneficina, l’effetto-macelleria o l’effetto-autopsia che rischiano di far deragliare il romanzo o il racconto nel puro e semplice grottesco. E il grottesco è un ottimo aperitivo al comico.

Quindi è bene dosare con attenzione e non andare giù piatti con gli occhi cavati dalle orbite, ossa che escono dai gomiti, budella fumanti e crani scoperchiati. C’è gente (come il sottoscritto, ad esempio) che non aspetta altro, per ridere. Nella classica combinazione con il sesso tiene sicuramente il lettore incollato alla pagina ma la miscela, come la nitroglicerina, non è troppo facile da maneggiare. Soprattutto è difficile fermarsi e non obbligare i propri personaggi al mercimonio dei propri istinti per compiacere autore e lettore.

Però spesso un po’ di violenza è necessaria allo sviluppo logico e narrativo. Non si scappa. In qualche caso la violenza – l’omicidio , l’agonia, lo scontro a fuoco, la mischia, l’aggressione, la tortura – costituisce il centro di gravità dell’intreccio. Come regolarsi?

Personalmente, nella maggior parte dei casi, preferisco che la violenza non venga direttamente sceneggiata ma costituisca un ulteriore elemento di tensione. Alla violenza agita preferisco quasi sempre la violenza possibile, la minaccia più o meno vaga ma sempre presente. Mi affascina la violenza classicamente indicibile – un fantasma fa più paura di un fatto, non è vero? – delle storie gotiche. Un’ombra è molto più inquietante di un coltello gocciolante.

Ma mi sembra che non sia questa la linea ultimamente più praticata. Anzi, molti tra gli autori italiani di gialli/noir fanno ricorso a una violenza barocca ed eccessiva, talvolta insistendo sul particolare raccapricciante e su una corporeità greve e fastidiosa. Interessante notare, poi, che questo atteggiamento sia presentato come segnale di una narrazione schietta, diretta e coraggiosa.
Sono convinto che nella maggior parte dei casi l’esibizione di trippe, unghie strappate e cadaveri putrefatti sia una scorciatoia drammatizzante per puntellare storie deboli o poco originali, ma non sempre è così.

Almeno in parte differente il discorso per quelle vicende che si svolgono in ambienti e situazioni nei quali l’uso della violenza è massiccio e organizzato, come nel racconto di un conflitto. E quando parlo di violenza non mi riferisco alla «scena d’azione» dove l’eroe è costretto a sparare N proiettili per salvarsi. Resta il fatto che io continuo a ritenermi molto «puritano» nell’uso della violenza, cercando di limitarne l’uso alle occasioni e alle circostanze nelle quali è insostituibile. Mi rendo conto del suo oscuro fascino e del suo potere narrativo, quindi cerco di controllarne l’uso.

La musica di Fata Morgana

È disponibile sul sito di Carmilla l’articolo/recensione dell’antologia Fata Morgana 11 – Musica. Scritta da Franco Pezzini (redattore UTET e collaboratore dell’Indice dei libri), colloca l’antologia nel più vasto panorama della produzione di narrativa breve italiana e internazionale, rendendo il dovuto omaggio alla narrativa dell’ultima parte del XIX secolo e agli autori che lo hanno reso un momento irripetibile nella storia del fantastico.

Documentatissimo ed elegante L’articolo è anche l’occasione per presentare, oltre a Fata Morgana, anche il progetto ALIA.

Quanto pensiamo ai lettori?

Pare che la discussione sui manifesti, oltre a generare un minimo (proprio minimo) di polemica, abbia intrattenuto ed attratto i nostri visitatori.

Vediamo allora di andare a sbattere contro un altro grande luogo comune – il famoso “io scrivo soprattutto per me stesso”.

Premesso che va da sé, se ciò che scrivo non mi piace, non lo scrivo, la domanda di fondo è – quanto pensiamo ai nostri potenziali lettori?

Abbiamo in mente un lettore ideale?

Miriamo decisamente ad un bacino d’utenza specifico?

“Ora scrivo una storia per liceali”…?

Davvero possiamo solo scrivere per noi stessi, infischiandocene del pubblico, ignorandone gusti e aspettative?

Tanto per fare il primo – mi rendo conto di non pensare esageratamente al pubblico in quanto tale.
Diciamo che scrivo cose che vorrei leggere, ed ho quindi un target che mi assomiglia (che sia questo il vero significato di “scrivo per me stesso”?)

Forse per questo motivo infilo un sacco di giochini e di ellissi nelle mie storie – il mio lettore la mia storia deve meritarsela, deve essere disposto a fare quel piccolo sforzo in più per metterci del suo ed arrivare ad avere un quadro completo.

Il mio lettore deve fidarsi di me, e sospendere l’incredulità come opportuno.
Se gli dico “Quando i Nazisti bombardarono Pearl Harbour…” non voglio che vada a frignare sul suo blog che sono un cattivo scrittore perché furono i Giapponesi ad attaccare Pearl Harbor.
Nell’universo che sto scrivendo, sono stati i Nazisti, e dovrà farsene una ragione.
Punto.
Magari se avrà pazienza scoprirà anche il motivo della discrepanza.
Forse.

Se non è in grado di distinguere fra narrativa d’immaginazione e romanzo storico, è nel posto sbagliato.

Se proprio devo dirla tutta, preferisco pensare al lettore in termini di meccanismi narrativi – di effetti che voglio generare nel lettore con ciò che scrivo e come lo scrivo.
Al lettore come vittima delle mie trappole, se volete.

Tutto quello che ho scritto qui sopra, naturalmente, porta due conseguenze

  1. limita probabilmente il mio appeal verso un pubblico più vasto
  2. dimostra che alla fine ai lettori ci penso eccome, solo che poi decido di infischiarmene

Di fatto, ora che ci penso, mi preoccupo maggiormente di rendere i miei scritti pubblicabili (= graditi all’editor), che non fruibili da un pubblico di minus habens (= graditi al minimo comun denominatore).

Idee?