A che cosa serve un editore? Capitolo 6

Post tosto, anzi tostissimo.
Si tratta di affrontare due-temi-due.
L’utilità dei premi letterari per opere inedite. L’utilità non in termini assoluti – esistono premi letterari che danno in omaggio prodotti locali come prosciutti, polenta, castagnacci, torte, salsicce, formaggi tipici, vino ecc. e che quindi sono sicuramente utili e preziosi – ma l’utilità ai fini di una possibile pubblicazione con qualche editore che vi dia del denaro (e non ve lo tolga) per ciò che scrivete.
In secondo luogo affrontare il tema dei concorsi per racconti.
Peggio che andar di notte, considerando che scrivo racconti, pubblico racconti, ho una moglie che scrive racconti, mia figlia ha preso un premio (75 euro) per un racconto pubblicato on line, ho un sacco di amici che scrivono racconti e che hanno vinto qualcosa pubblicando racconti. Che è come dire che praticamente TUTTI LORO o quasi possono legittimamente dire qualcosa in proposito e magari schiantarsi dalle risate leggendo le quattro scemenze che scriverò.
Ma contro il ridicolo sono assicurato, quindi proseguo.
Punto 1.
Ne abbiamo parlato diffusamente nel post precedente e nei commenti e repliche al post.
E abbiamo fatto una collezione di affermazioni necessariamente parziali. Nel senso che sicuramente vincere un premio – un premio che non preveda la pubblicazione del testo, naturalmente – migliora l’autostima, permette di avere un riscontro e persino di tirare su qualche soldino ma il non averlo vinto (qui sta il nocciolo del problema) non è necessariamente la controprova di nulla, se non del fatto che a qualcuno il vostro testo non è piaciuto. Può avere avuto ragione, certo, nel senso che avete idee banali, uno stile sciatto, un incipit barboso, un finale sconclusionato, inserite scene che non c’entrano un tubo, avete tendenza alle digressioni pseudofilosofiche, non avete ritmo o – peggio – avete troppo ritmo, tanto che il lettore rischia il nistagmo ecc.
Ma anche, forse, che siete un po’ troppo originali, politicamente scorretti, sessualmente devianti, coltivate l’assurdo o l’iperreale.
O, semplicemente, che il lettore non sa bene dove appendere il vostro romanzo.
E ai lettori per i premi viene l’orticaria se non sanno dove appendere un libro.
Se non riescono a stabilire chi è il vostro padre nobile.
Le ascendenze.
Gli influssi.
I riferimenti.
I giurati dei premi sono quasi sempre forti lettori che per giudicare un libro debbono prima di tutto situarlo, operazione legittima e utile ma con un certo sapore scolastico. E che rischia di crocifiggere il malcapitato scrivente al suo vero o presunto riferimento.
Per essere abbastanza originali da sorprendere e circuire un giurato bisogna avere letto un bel po’, tanto da non imitare (inconsapevolmente) l’autore prediletto. E bisogna avere sempre con sé un metaforica valigetta dalla quale estrarre le suggestioni e sistemarle.
Un momento alla Conrad, un attimo di Carver, un passaggio buzzatiano, una suggestione borgesiana, un tocco alla Cortazar, un’atmosfera ballardiana, un ricordo à la Proust.
Non una riscrittura di Marquez o di Raymond Queneau («ti ho beccato!», mormora il giurato), ma una combinazione personalissima di «ombre letterarie» guidate dalla vostra mano.
Il che è facile a dirsi, ovviamente…
L’importante, comunque, è che tutte queste ricchezza di riferimenti salti all’occhio dopo aver scritto e non prima. Possibilmente almeno un paio di mesi dopo aver finito di scrivere, quando il manoscritto è «freddo» e leggete soltanto le parole effettivamente scritte e non anche quelle soltanto immaginate.
Non è una mia soluzione, l’ha enunciata formalmente Calvino e chiunque scriva sa che è sacrosanta e andrebbe scritta nella pietra.
In tutti i casi fare il genio incompreso è peggio che inutile.
È chiaro che un genio viene riconosciuto persino dai lettori del Calvino ma un certo numero di buone idee affogate in un romanzo poco strutturato, grezzo e cigolante non permettono di vincere molto.
Non è il caso di buttarsi giù, comunque.
Il problema resta che è difficile capire perché il vostro romanzo non sia stato accettato.
E l’unica soluzione che mi venga in mente – a parte richiedere le schede di lettura, se il concorso le prevede – è quella di darlo da leggere a quante più persone diverse possibile.

Come si fa?

Si pubblica on line.

Certo, perché la gente venga a leggere il vostro libro dovete sbattervi non poco. Tenere in piedi e aggiornare un sito o un blog (che vuol dire lavoro), cercare di dire cose anche non mostruosamente intelligenti ma perlomeno plausibili (altro lavoro), rispondere gentilmente a chi vi scrive (lavoro, lavoro, lavoro…) e così via.
Il tutto senza nessuna garanzia che la prossima volta prenderete un premio…
Ma in fondo questo non è poi così importante, se nel frattempo avrete imparato almeno un pochino a scrivere e avrete trovato dei lettori… Che è poi ciò che dovrebbe spinge un autore degno di questo nome a scrivere.
Il mio parere, in definitiva, è che l’utilità dei premi ai fini della pubblicazione sia quantomeno dubbia.
Opinabile.
Perfino sospetta.
Sarà forse – o sicuramente – perché io di premi ne ho vinti ben pochi e anche quei pochi attribuiti per motivi curiosamente diversi da quelli da me immaginati.
Un’altra simmetria rispettata, a pensarci bene.
Oltre al dubbio che, in realtà, i premi non siano un punto di partenza per la pubblicazione ma un punto di arrivo.
Se sapete già scrivere avete buone possibilità di vincere un premio.
Ma che vi frega, a quel punto, di vincere un premio?
Resta il Punto 2.
Ma l’ho già fatta troppo lunga.
Ne parleremo presto.

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15 thoughts on “A che cosa serve un editore? Capitolo 6

  1. Ne sono abbagliato.
    Anche se a quanto pare è moralmente ed economicamente preferibile aprire una panetteria…

    Guarda tu come cambia il pensiero marxista nell’epoca digitale: se rapinare una banca è preferibile a fondarla, aprire una panetteria è preferibile a raccontarla.
    Solo la dicotomia tragedia/farsa pare immutata.

  2. Come probabilmente è stato per molti nei primi anni ’20 non è soltanto la violenza a far male, è l’ignoranza.
    Ma da dove arriva quella creatura? Da quale insana genìa è rampollata?
    Da dove le viene una tale ipertrofia dell’Io?
    Non posso nascondere una certa ammirazione, debbo ammettere.
    O forse più che di ammirazione dovrei parlare di stupore.
    Irriducibile a qualsiasi evidenza, commento, riflessione compendia la storia della cultura in Occidente con un: «Me ne frego! E lo faccio lo stesso».
    Infantile ma pericolosissimo.
    Salvo poi dire: «tutta colpa della tecnologia».
    Non sono mai stato uno strenuo sostenitore del copyright, anzi. Ma la «nostra» Gamberetta mi ha spinto a guardare con altri occhi persino Bill Gates.
    E a riconsiderare con sgomenta simpatia il trattamento riservato ai violatori di copyright in un romanzo di K.W. Jeter: essere trasformati nell’intelligenza residente di un manufatto.

  3. Qualcosa mi dice che prima o poi riceveremo una sua visita anche qui.

    Ma per tornare al topic – se ilpremio è essenziale (o comunque molto importante) per farsi conoscere, sarebbe forse il caso di limitare i concorsi agli esordienti, e limitarne la distribuzione lungo la vita di un autore.
    Nel senso che, ok vincere tuti i premi per esordienti col proprio primo libro.
    No ok, per niente, vincere un premio alla volta per dieci anni consecutivi con dieci opere diverse.

    E poi – avrebbe senso a questo punto premiare i bestseller?

  4. «sarebbe forse il caso di limitare i concorsi agli esordienti, e limitarne la distribuzione lungo la vita di un autore.»

    Sacrosanto.
    Ma si tratta di capire quali premi, indetti da chi, a che titolo e perché.
    A leggere la quantità di premi che vengono indetti un po’ ovunque c’è da farsi girare la testa.
    Allo scopo di diventare scrittori (non mi azzardo a dire «fare il mestiere dello scrittore, tanto ci hanno appena insegnato che non c’è trippa per gatti) sospetto che il 99,99% non serva a un tubo al quadrato. Servono a tirarsi su il morale, ad allineare qualche illusione e forse qualche soldino ma soprattutto a permettere alla giunta comunale o all’associazione culturale sostenuta dall’ente pubblico di dichiarare di aver attuato iniziative culturali.
    Credo che l’organizzazione dei premi in Italia sia una delle tante piccole greppie nate per foraggiare la classe intellettuale più stolida, conservatrice, provinciale e dilettantesca d’Europa. Ma tu non dire a nessuno che te l’ho detto.
    Con un quadro di questo genere è veramente difficile progettare qualcosa di sensato e ragionevole.
    Ma possiamo continuare la discussione contando su qualche disturbatore.
    A proposito: Premio Italia.

  5. @Davide.

    Qualcosa mi dice che prima o poi riceveremo una sua visita anche qui.

    Che fai, aizzi? Per stavolta… la verità è che sono troppo buona e gentile.

    @maxciti55.

    Irriducibile a qualsiasi evidenza, commento, riflessione compendia la storia della cultura in Occidente con un: «Me ne frego! E lo faccio lo stesso».

    Ah, ah, ah! Ma se quando ti ho chiesto evidenza tu sei stato bello svelto a scantonare con tanto di ridicola citazione di Goebbels (mai sentito parlare di reductio ad hitlerum?)
    Il problema del copyright è tecnologico. Fin dai tempi dell’invenzione della stampa. Quando per copiare un libro occorreva trascriverlo a mano e metterci anni, a nessuno fregava niente del copyright. Il copyright non ha radici filosofiche, non c’entra un tubo con l’utopia, le bucoliche, la storia dell’Occidente, e una sacco di altre boiate, è legato a precisi (e imprevisti nelle loro conseguenze) progressi tecnologici.
    Io ritengo che per affrontare la questione sia ben più importante avere conoscenza di tali tecnologie, piuttosto che affidarsi a una generica e presunta cultura, tanto più che all’atto pratico mi sembra che tale vantata cultura non vada oltre la vuota retorica (“Ma da dove arriva quella creatura? Da quale insana genìa è rampollata? Da dove le viene una tale ipertrofia dell’Io?” Io ti chiedo: chi ti ha insegnato a scrivere insana genia rampollata? Pensi davvero che usare parole che sul dizionario hanno accanto una croce da morto sia dimostrazione di cultura? Fai solo ridere).
    Ma rimanere ignorante, questo sì, è un tuo legittimo diritto.

    P.S. A cosa serve un editore? A niente. “L’umanità non sarà libera finché con le budella dell’ultimo editore non sarà impiccato l’ultimo produttore cinematografico” (i discografici saranno giustiziati in una prossima citazione).

  6. L’ultima cosa della quale questo forum ha bisogno è una scimmietta ammaestrata.
    Bannata.
    Un editore serve anche a questo.
    Buona giornata.

  7. Ma povera donna, perché la bannate così, là per là? (niente giochi di parole, per piacere… e lo dico a me stesso, innanzi tutto… ). Il suo unico guaio è che è molto miope e non ha un gran senso dell’umorismo, ecco.

  8. … ah no, dimenticavo ancora una cosa: è una paladina de l’art pour l’art, ‘ars gratia artis’ (non è anche il motto della Metro-Goldwyn Mayer?). Inoltre, a giudicare dalle cose che legge — e che trova anche il barbaro coraggio di recensire e commentare sul suo infame (non è che un esotismo, nessuno se la prenda) blog –, deve avere uno stomaco di ferro. E tempo da perdere a palate, evidentemente. Che potrebbe sfruttare in maniera più utile documentandosi un tantinello sulla genesi del concetto di proprietà.

  9. Bello che l’anima immortale di ALIA abbia posto fine alla zuffa.
    Da un soggetto (supposta diciassettenne e supposta donna) che scrive sul suo blog: «L’educazione è l’ultimo rifugio degli stupidi» c’è soltanto da aspettarsi interminabili e sgradevoli incomprensioni, esattamente quello che accade sulle sue pagine.
    Chiedo scusa, comunque, per aver perso tempo a discutere qui e altrove con costei.
    Non accadrà più.

  10. Celio sei proprio perverso!
    Bannare qualcuno e’ brutto, ma quando l’interlocutore non ha nessuna voglia d’instaurare un discorso serio allora e’ inutile proseguire il dialogo…
    Tornando al tema principale, credo bisognerebbe stabilire cosa deve essere un premio: 1) una specie di festa senza ne’ veri vinti ne’ veri vincitori tipo le gare di estate ragazzi (o almeno una volta erano cosi’!) 2) un meccanismo di selezione e di promozione dei giovani autori. Nel secondo caso sarebbe essenziale l’appoggio di case editrici (possibilmente almeno di livello regionale) che si assumano il compito di pubblicare e, soprattutto, distribuire il volume nelle librerie (questo garantirebbe pure una certa correttezza nella selezione degli autori visto che economicamente non gli converrebbe far vincere il cugino o lo zio di qualcuno con qualche opera scarsa…). Contribuirebbe molto ad elevare il livello.
    Per gli autori gia’ molto noti sarebbe un’idea invece instaurare riconoscimenti statali per l’attivita’ culturale svolta piuttosto che conferirgli per l’ennesima volta uno dei soliti premi letterari. Si aprirebbe cosi’ un riciclo che darebbe fiato al mercato.

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