A che cosa serve un editore? Capitolo 5

Riprendo, con criticabile ritardo (molte scuse!), la pubblicazione dello «speciale» su editoria e autori esordienti apparso sul blog fronte & retro.

Avvertenza: ricordo che la serie di articoli è nata come modesta guida critica per evitare ai navigatori in cerca di editore grossolane delusioni e volgari bidoni. Non ha lo scopo di fornire informazioni per la pubblicazione né vuole suggerire strategie narrative o affrontare il tema della creazione narrativa artistica.

Deve essere semplicemente inteso come contributo da un soggetto che, a titolo di libraio e piccolo editore, lavora da tre decenni nel mondo del libro.

Premi e concorsi.
Poco sistematico e ancor meno scrupoloso non tenterò neppure di presentare un elenco dei duemila e passa concorsi e premi letterari che esistono in Italia. Un buon motore di ricerca può fare meglio al caso vostro senza contare che esistono siti come www.wuz.it che possono fornire una quantità prodigiosa di info sia per quanto riguarda le scuole di scrittura creativa che per i premi e concorsi.
No, ciò che mi interessa qui è provare a fare qualche ipotesi sull’utilità effettiva, ai fini della pubblicazione, della partecipazione a un premio letterario.
Anche e soprattutto a partire dalla mia personale esperienza.
Ammettiamo che abbiate il vostro manoscritto.
Di narrativa, beninteso, romanzo o raccolta di racconti.
«A chi lo mando?».
Categoria romanzo.
Le scelte non sono poi troppe ma nemmeno così poche.
Andate sul sito www.danaelibri.it e cominciate a cercare. Troverete un elenco di premi per romanzi inediti di lunghezza e tema variabile.
Alcuni, anche di un certo relativo “rilievo” come il premio L’autore di Firenze Libri, non richiedono alcuna tassa di partecipazione.
Però, però…
Ho conosciuto personalmente alcuni partecipanti e un vincitore del premio L’autore. Le esperienze in proposito sono varie. Qualcuno ha ricevuto molti complimenti e… la proposta di essere pubblicato a pagamento, qualcun altro è stato semplicemente pubblicato senza – in apparenza – pagare pegno, ma anche senza alcuna distribuzione. Stesso discorso per il vincitore che, a parte il sussiego, non ha visto il suo libro distribuito da nessuna parte.
In sostanza, anche se vincitore o pubblicato nessuno è riuscito a farsi leggere al di fuori della stretta cerchia dei propri amici e parenti.
E ha “bruciato” inutilmente un testo che (forse) avrebbe meritato qualcosa di più.
Esistono fortunatamente numerosi siti di discussione legati, per esempio, al sito www.ozoz.it dove, disponendo della giusta quantità di tempo, è possibile trovare qualche informazione di prima mano sull’affidabilità di certi concorsi.
Ma, tanto per ritornare al problema centrale, un premio vinto non garantisce automaticamente reale visibilità al vostro lavoro. In sostanza: il libro esiste ma non potete trovarlo in libreria. Che è come dire che esiste un po’ meno.
Avere vinto un premio è una grandissima soddisfazione, beninteso, ma l’amarezza di non vedere la propria creatura a disposizione dei potenziali lettori non è facile da ingoiare.
A questo punto è necessaria una breve digressione “tecnica”.
Per andare in libreria – privata o di catena – un libro deve essere pubblicato da un editore che abbia un contratto con un distributore nazionale. I distributori nazionali sono pochi. Quelli che movimentano (seriamente) editori di narrativa soltanto 4 o 5. Gli editori con un contratto nazionale di distribuzione non più di 300-400. Di questi una trentina realizzano il 90% del fatturato nazionale di libri di narrativa. Questi editori hanno in genere un interesse scarsissimo per gli esiti dei premi letterari. Sanno bene che le giurie dei premi medesimi sono, nella maggior parte dei casi, composte da dilettanti entusiasti il cui orizzonte degli eventi arriva fino al giorno della premiazione e che non danno – giustamente – alcun peso alla vendibilità del testo del vincitore.
Fine della digressione.
A fare eccezione pochi premi.
Il Calvino prima di ogni altro.
Un premio annuale e con un costo di partecipazione abbordabile che comporta la possibilità di ricevere le schede di lettura. Un premio serio ma, ahimé, schizofrenico.
Nella roulette dei lettori per il premio – persone benemerite che leggono gratis anche un centinaio di romanzi a edizione ma che inevitabilmente finiscono per gettare la spugna proprio quando hanno messo insieme una buona competenza – può capitarvi, come è capitato a me, di passare una volta in seconda lettura perché avete incontrato un lettore che ama il fantastico e essere scacciato come un barbone a un anno di distanza e con lo stesso testo – con poche modifiche – avendo incontrato sulla mia strada un lettore svogliato, poco dotato di fantasia e che non arrivava a distinguere l’Armata Rossa Sovietica dalla Rote Armee Fraktion.
In sostanza di essere stato incoraggiato, poi brutalmente respinto.
In certi ambienti per molto meno tirano fuori il coltello.
Ma io mi sforzo di essere un non-violento e poi, comunque, con un romanzo di tema fantastico non avevo molte speranze, via. Ho giocato sapendo di perdere, quindi non mi stupisco più che tanto.
Resta il fatto che è capitato di avere vinto il Calvino ma non avere trovato un editore interessato. Cosa, ammettiamolo, molto più allarmante.
Servono a qualcosa questi accidenti di premi, in definitiva?
Ne parleremo nel prossimo post.

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3 thoughts on “A che cosa serve un editore? Capitolo 5

  1. Alziamo la posta.
    Invece di discutere a cosa servono i premi – amesso che servano a qualcosa – domandiamoci a chi servono i premi – ammesso che servano a qualcuno.
    Ai debuttanti?
    Agli esordienti?
    Agli editori?
    Ai lettori?
    A chi vuole produrre un adattamento?

    A me pare che a ciascuna categoria il premio potrebbe servire in modo diverso.
    E servire davvero.
    Se solo…
    [seguirà dibattito?]

  2. Presto detto.
    Potrebbe servire davvero e a tutte queste categorie se gli editori – come le squadre di calcio – si preoccupassero di lavorare per il futuro. Diversificare, articolare, movimentare la propria produzione, cercare nuovi autori e nuove narrative. Viceversa il meccanismo – infernale – è che i nuovi autori si formano su produzioni massificate (vogliamo parlare del cosiddetto noir, tanto per renderci popolari?) e la loro retroazione sulle case editrici è un souplesse nel quale si pubblicano noir per un pubblico che legge noir e scrive noir che propone alla casa editrice che pubblica noir che…
    Un premio intelligente può essere una via d’uscita da questo loop, ma un premio «intelligente» non seleziona autori troppo “strani” né forme narrative innovative per non rischiare di essere ignorato dagli editori. Il risultato l’abbiamo sotto gli occhi.
    Concludo con una provocazione.
    Stando così le cose vieterei i premi per legge.
    Ne va di mezzo anche il concorso Fata Morgana, ma pazienza.
    Così come sono concepiti e condotti i premi sono fabbriche di conformismo narrativo.
    Al rogo, al rogo!

  3. Non sarò certo io a tirarmi indietro se si deve sollevare una marmaglia armata di fiaccole e forconi.
    Potremmo cominciare dal Premio Italia…
    [ovvio riferimento per moltiplicare gli hit]

    Sarei invece magnanimo con Fata Morgana – dopotutto è un concorso senza una targa, una coppa, una Nike rampante, una fascia di raso o una coroncina di zirconi, senza un premio in danaro o in natura (almeno che io sappia….), senza contratti miliardari o tie-in televisivi annessi.
    Niente ospiti glitterati alla consegna dei premi (anche perché, vedi sopra), niente veline poppute ad acompagnare i vincitori sul podio.
    Niente podio.
    Insomma, Fata Morgana come concorso ha certe palesi carenze delle quali un giorno dovremo discutere.

    Non possiamo mandarla al rogo perché non c’è nulla da bruciare.
    Non c’è nulla da bruciare perché non esiste fiamma che la possa intaccare.
    Diciamo che Fata Morgana è l’unico concorso letterario Zen del nostro paese.

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