Microcelebrità

Segnalo un interessante articolo pubblicato sul blog di Kevin Kelly.

Kelly osserva che, se da una parte la globalizzazione ha creato sei miliardi e rotti di consumatori alla mercé di una piccola schiera di dominatori del mercato, dall’altra ha creato il fenomeno della microcelebrità.

Un artista creativo ha bisogno solo di 1000 Veri Fan per campare da signore.
Mille persone disposte a spendere cento euro al’anno per procurarsi qualsiasi cosa l’artista produca.
Anche le ristampe.
Mille, che spendono cento euro l’anno – centomila euro l’anno.
Da metterci la firma.

Anche considerando che, insieme con i veri fan, ci sono anche i fan qualsiasi.
Con i quali magari ci paghiamo le tasse.

L’unico trucco – avere un rapporto diretto e personale con i Veri Fan.
Rispondere alle loro mail.
Fermarsi a fare due chiacchiere dopo la presentazione dell’ultimo libro autoprodotto…

Se la cosa pare velleitaria, Kelly porta una quantità di esempi reali e funzionanti piuttosto interessanti.
Come ad esempio Lawrence Watt-Evans, che scrive romanzi fantasy.
Diane Duane, che scrive fantascienza e fantasy.
Come Sharon Lee e Steve Miller, che scrivono fantascienza.
Don Sakers, che scrive fantascienza.
E Greg Stolze, che crea giochi di ruolo.

E a quanto pare, questi signori guadagnano in media di più di quanto guadagnino autori che seguono canali tradizionali,magari con un bacino di pubblico più ampio.

L’articolo è consigliatissimo, e spero stimoli la discussione.

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6 thoughts on “Microcelebrità

  1. Buona notizia.
    L’industria dei media crea prodotti che mirano a ottenere il massimo possibile di risultato abbassando il livello della qualità. Come risposta nascono produzioni e produttori marginali – di nicchia, si dice – che possono proporre testi e produzioni (narrative, teatrali, cinematografiche ecc.) di buon livello guadagnandosi un pubblico magari limitato ma affezionato. Il web è lo strumento ideale per questo genere di prodotti.
    Ma veniamo ai problemi.
    Problema fondamentale: scriviamo in italiano. Se è alla portata di tutti trovare un migliaio di lettori in lingua inglese – parlata in mezzo mondo – decisamente più complicato trovarli scrivendo nella lingua di Dante. Soprattutto tenendo conto che un esordiente su carta, a meno non sia sostenuto forsennatamente dall’editore, può ambire, passando attraverso la rete nazionale di distribuzione, a raggiungere poche centinaia di lettori…
    Altro problema: far circolare la voce. In Italia, infatti, l’uso del web per la lettura è limitato e ho avuto spesso la sensazione che il navigatore alla ricerca di letteratura – di genere e non – sia spinto a farlo per trovare conferma ai propri gusti e passioni, quindi utilizzando il web come supporto al libro già letto o come strumento per acquisire informazioni sull’autore già conosciuto.
    Secondo problema: lo scarso utilizzo della carta di credito per le transazioni commerciali via internet. In sostanza, dopo aver pubblicato il proprio libro è difficile che qualcuno decida di spendere anche una piccola cifra per acquisire il libro in forma telematica o meno.
    Ulteriore problema: la quantità eccessiva di materiali di scarso o discutibile valore disponibile in rete. Discorso delicato e probabilmente addirittura odioso, ma che va almeno sollevato. Con cadenza settimanale in qualità di coordinatore di LN ricevo richieste di segnalazione o recensione di testi – racconti, romanzi ecc. – pubblicati on line dall’autore o da gruppi di volenterosi autori riuniti nella gestione di un sito o di un blog. Mi rendo conto di avere gusti complicati e sicuramente discutibili, ma la qualità dei materiali proposti è praticamente sempre insufficiente. Testi poco originali, presenza costante di un autobiografismo adolescenziale e post-adolescenziale, idee banali, stili ricalcati sull’ultimo libro letto, curatela dei testi assente. Non migliore il panorama per i testi “di genere”. Fantascienza priva di qualsiasi riferimento scientifico anche vago, horror ultraseriale declinato in modo splatter nel tentativo infantile di impressionare il lettore, fantasy elementare a metà tra l’infantile e il clone. Tutti difetti esaltati dalla loro onnipresenza e resi francamente ridicoli dalla pretesa di risultare originali. Insomma, come già scriveva Elvezio Sciallis, latitano in modo allarmante competenze on line capaci di rendere fruibili i testi pubblicati sul web.
    Mi sono reso antipatico? Mi dispiace.
    Comunque è il caso di ostinarsi. Se ancora lo spazio è poco si può sperare in un suo aumento…

  2. Nessuna antipatia.
    Io credo che i tre problemi segnalati non siano gli unici – e che anzi ce ne siano un paio forse ancora più ingombranti (ne parliamo magari in post futuri).

    In linea di massima, tuttavia, il discorso dei mille fan permane.
    I sogni di fama e gloria che stimolano chi scrive possono essere grandemente ridimensionati senza mettere in pericolo la sopravvivenza dell’artista.
    Il punto non sta nel buttare la propria storia in internet e sperare che mille fresconi l’acquistino, ma conoscere talmente bene il pubblico, da individuare una piccola fascia con interessi e gusti specifici, verso la quale orientare la propria scrittura.
    Conoscere molto bene il pubblico per il quale si scrive.

    Il che vuole anche dire conoscerlo di persona.

    Problemi?
    Un milione.
    In Italia è semplicemente (ah!) più difficile stabilire la connessione autore-fruitore.
    Il discorso che mi interessa, però, è che quella descritta dall’articolo segnalato è indubbiamente una tendenza generale.
    In un modo o nell’altro capiterà – sta capitando, a tutti gli effetti.
    Sapere che esistono certe possibilità, anche ai margini dell’impero, è un vantaggio – minuscolo, ma lo è.

  3. In Italia…
    Ah, l’Italia.
    L’Italia è analfabeta. Telematicamente e non solo.
    È provincia, soprattutto.
    Per avere visibilità bisogna esser tartufi, sapersi ammanigliare, intrupparsi, infilarsi, collegarsi.
    Se dai un’occhiata alle bio degli ultimi esordienti italiani trovi miriadi di allievi della Holden & similari, tenutari e sottopifferi di siti di «animazione letteraria», ghost-writer di fiction televisive, amici-di e collaboratori-di in un intreccio inestricabile di sudditanze, favori, consorterie e amicalità sospette quantomeno maleolente.
    Con il marchio indelebile delle politiche culturali degli enti locali di centro-sinistra, detto per inciso.
    Libri che, comunque, mi capita sempre più spesso di non ordinare per la libreria per «obiezione di coscienza» e/o semplice buon gusto.
    Difficile emergere in questo bel pantano. Anche nel web.
    Dico cose ovvie, me ne rendo conto. Parecchio amare e in odore di moralismo un po’ peloso, dal momento che non mi è mai riuscito di scivolare dentro qualche ambiente che conta.
    Ma non sono moralista, soltanto penso sia accettabile un certo grado di corruzione ambientale. Oltre quel certo grado si scivola nel basso impero e buona notte.
    Smaltita un po’ di amarezza mi chiedo:

    «conoscere talmente bene il pubblico, da individuare una piccola fascia con interessi e gusti specifici, verso la quale orientare la propria scrittura.
    Conoscere molto bene il pubblico per il quale si scrive.»

    Conoscere come?
    Faccio il libraio da trent’anni e sono conscio che i gusti e gli interessi di molti dei clienti più affezionati della libreria – forti lettori, benedetti loro – non hanno nulla a che fare con quanto mi piace e quanto vorrei scrivere.
    Evidentemente non avevi in mente la pura e semplice prostituzione letteraria: «scrivo ciò che una quota anche minoritaria dei lettori italiani vuole leggere», quanto piuttosto la possibilità di agganciare un gruppo di lettori interessati a quanto scrivi.
    E da dove cominci?
    Non sono provocatorio.
    Il tema mi appassiona e credo sarebbe utile provare a sviscerarlo meglio.
    Esemplifico: sono stato invitato a partecipare a due o tre blog di discussione sul fantastico. Dopo una veloce puntata sono fuggito, incanutito anche più di quanto non sia.
    Palestre infrequentabili di piccole vanità, intolleranza, pressapochismo e crassa ignoranza.
    Questi sarebbero potenziali lettori, è vero.
    Ma io ho voglia di andarmi a cercare questo genere di lettori?
    Torno al punto di partenza.
    Il problema è riuscire a incontrare i lettori senza intrupparsi e senza ricorrere a disonorevoli trucchetti per rendersi evidenti. Non per moralismo, ma per non tradire la tua stessa scrittura.
    La via sono convinto sia quella che stiamo cercando di praticare.
    Il gruppo di autori «autoconvocato» che cantano da solisti ma anche a cappella in antologie ad hoc.
    Il ring basato sulla reciproca stima, l’interesse, la partecipazione.

  4. Il circolo (perché “ring”?) di autori disposti a collaborare e a spalleggiarsi è un’entità potente, ma deve anche tener conto dei lettori.
    Il rischio, altrimenti, è finire con l’essere in dieci e scrivere solo per quei dieci.
    Ma ‘sti lettori da dove vengono?

    Io credo che non possano pù venire dal fandom.
    I fan sono cretini – l’ho detto tante volte, e anche Seth Godin mi ha dato ragione (o viceversa).
    Più precisamente, i fan si identificano troppo strettamente con l’oggetto della loro passione per accettare qualcosa che se ne discosti anche solo di una virgola.
    Non reiteriamo poi le considerazioni sul bassissimo livello al quale i fan vengono mantenuti da autori ed editori italioti.

    I famosi mille tuoi lettori dedicati che ti garantiscono vita lunga e prospera e una certa microcelebrità non li trovi alle convention o sui siti specializzati.
    Sono, credo, in prima battuta, loro che trovano te.
    E magari poi portano gli amici.

    E qui torniamo daccapo – se fai tanta fatica a farti conoscere, come fanno i lettori “giusti” a trovarti?

    Tocca sbattersi.
    Avere un blog, un sito, una pagina su MySpace, partecipare a forum, fare presentazioni.
    Difficile?
    Nesuno ha mai detto che dovesse essere facile.

    Certo, ad esempio, l’assenza di una rivista che pubblichi narrativa e che permetta ad autori e lettori di incontrarsi è un problema colossale.
    La posse di autori in combutta però aiuta – perché magari chi già apprezza l’autore X si avvicina anche a te perché sa che siete complici.
    Le antologie ad hoc sono una meraviglia – bisognerebbe farne sei all’anno, proprio perché servono non solo come palestra per gli autori, ma anche come vetrina, dove i lettori possano scoprire autori o stili che non conoscevano ma che possono apprezzare.

    Poi, si tratta di aggiustamenti progressivi.
    Si comincia con lo scrivere al meglio per un lettore ideale (che di solito ci somiglia).
    Con un po’ di fortuna e un sacco di lavoro si “aggancia” un pubblico.
    Si studia il pubblico, si interagisce con esso.
    Conoscendo meglio il pubblico, si raffina l’offerta.
    E, per passi successivi, si arriva alla famosa microcelebrità.
    O così si spera.

  5. Mi rimane oscuro solo un particolare. Come si fa a spendere 100 euro all’anno per un autore anche amatissimo? Mettiamo una media di 15 – 18 euro per libro, vuol dire che detto autore pubblica sei libri l’anno? Mettiamoci pure anche le riviste, continua a sembrarmi una cifra molto strana. Certo mi sfugge qualcosa, mi spieghi?

  6. Premesso che la cifra era uno di quei bei numeri tondi che fanno tanto comodo…

    Di sicuro bisogna avere una produzione piuttosto elevata.

    Penso alla musicista Eddie Reader, che ogni anno pubblica a bassa tiratura tre/quattro album delle sue incisioni dal vivo oltre ad un album di studio.
    Ed i fan li comprano – 4 dischi a 20 sterline l’uno – 80 sterline, 120 euro.
    Certo, per una musicista è più facile – ogni serata è una potenziale doppia fonte di introiti (i biglietti + il disco).

    Ma la cosa non è neanche poi così tragica per chi scrive.
    Ogni anno il buon Charles de Lint (che io idolatro, abbiate pazienza) pubblica
    . un nuovo romanzo in rilegato rigido
    . una collezione di racconti (di solito quelli apparsi su riviste e antologie diverse nell’anno precedente)
    . una raccolta di racconti e poesie inediti a tiratura limitata (dedicata alla moglie, e pubblicata ogni anno il giorno del loro anniversario)
    . la ristampa in tascabile (nuova copertina, nuova introduzione) del romanzo uscito l’anno prima

    Un fan che voglia acquistare tutto ciò che de Lint pubblica (e ci sono, li ho conosciuti)viaggia sui 150 dollari l’anno.
    Senza contare le antologie (Best fantasy of the Year, progetti diversi) e le riviste.
    Le conferenze pubbliche ed i corsi universitari.
    de Lint pubblica sia con una major (la TOR Books) che per una sua casa editrice privata (la Triskell).

    Sono altri ritmni di scrittura – ma d’altra parte in questo caso la scrittura è considerata un mestiere a tempo pieno, che deve coprire tutte le spese di una famiglia.
    Ed ovviamente, il nostro vive all’interno di un mercato molto più ampio del nostro – ed ha un sacco di sbocchi.
    Sbocchi = incentivo alla produzione.

    Io una collezione dei miei racconti comparsi su rivista l’anno passato non la pubblicherò mai perché non ci sono abbastanza riviste da permettermi di pubblicare un racconto al mese.
    E poiché devo fare altri due lavori per mantenermi, scrivere un romanzo all’anno e riuscire anche a dormire un paio di notti la settimana diventa molto difficile.
    Però il potenziale esiste.

    Immaginiamo (altro esempio) quattro autori (che magari pubblichino sotto ad uno pseudonimo collettivo, magari cinese) – due/tre volumi all’anno si fanno.
    Mille Veri Fan si trovano – più che meno.
    100.000 euro all’anno divisi per quattro – se è un’attività part-time – restano una bella cifra.

    Insomma, quello della microcelebrità è un modello generale.
    Poi tocca adattarselo addosso.

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