A che cosa serve un editore (1)

Colgo l’occasione offerta da un intervento di Antonella Cilento ripreso dal blog di Massimo Maugeri (letteratitudine) per iniziare una riflessione che, come mio costume, risulterà tutt’altro che sistematica e puntuale. Chi fosse interessato sia paziente, spero che alla fine le mie riflessioni si rivelino di una qualche utilità per qualcuno.

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Comincio dall’inizio: chi è Antonella Cilento? Italiana, scrittrice, piuttosto raffinata e non «facile». Ma – attenzione! – il contrario di «facile», almeno nell’italiano di questi anni non è «difficile» e nemmeno «impegnativo». Il vero contrario è «serio», ovvero «personale».
Del suo interessante intervento riporto qui le prime righe, tanto per darne un assaggio:

«Ormai per essere pubblicati bisogna passare un casting. Sei interessante? Sai parlare in pubblico? Sei un attore/attrice? Sei strano/a? Trasgredisci, porti le giarrettiere, sei sexy? Hai la faccia giusta, incuriosisci, puoi andare in tv, hai i denti a posto? Manca poco al Grande Fratello degli scrittori, in questo spaventoso vuoto pneumatico della progettualità editoriale. Da tempo non si leggono i libri ma si guardano le facce degli scrittori, li si chiama, nelle riunioni editoriali o nelle cene fra addetti, per cognome: ce l’ho, ce l’ho, mi manca. Siamo figurine dei calciatori. E poiché non tutti vendiamo le cifre che agli editori fanno comodo, siamo spesso calciatori di serie B. Quello non lo voglio perché c’ha troppa storia (cioè ha segnato poco, un’intera stagione in panchina), quella la tengo come fiore all’occhiello anche se mi va sempre in fuori gioco. Ovviamente nell’editoria (italiana) non ci sono in gioco le cifre del calcio, ma hai voglia a star lì a scrivere davvero, a lavorare tutti i giorni, a non fare la velina della letteratura: hai perso. C’è una schiera di bellocci, furbastri e manovratori che ti passa avanti.»

«Vuoto pneumatico di progettualità editoriale» è la frase chiave del discorso della Cilento, per lo meno ai fini di questo scritto.
Ma adesso cambio blog e autore.
Andiamo dalle parti di Elvezio Sciallis e del suo blog (il cui indirizzo trovate nella colonna a dx di questo post).
Tempo fa (3 dicembre) Elvezio ha postato un intervento «Editori a pagamento», nel quale, tra l’altro, scriveva:

«Piccolo post per comunicarvi che da questo momento in poi non intendo più parlare, scrivere news o recensire prodotti in qualche modo collegati con gli editori a pagamento, print on demand, autoproduzioni e satelliti vari di questa protogalassia.[…] I motivi che mi hanno portato a questa decisione sono molteplici e hanno lavorato a lungo.
Non hanno a che vedere direttamente con la qualità del prodotto, alcuni esordienti pubblicati da editori a pagamento hanno stoffa e idee, manca loro un sarto supervisore e se non si sbrigheranno a capirlo finiranno con il cucire per una vita i saldi al grande magazzino.»

Mi piace giustapporre i due interventi anche se, in apparenza, vanno in direzione opposta. Se per Antonella la professionalità dell’editoria maggiore si è ormai profondamente snaturata, tanto da renderla irriconoscibile, Elvezio, invece, è proprio alla professionalità fa appello quando invoca la necessità di un «sarto supervisore».
Ma esiste, tale sarto?
«Ti trovi a discutere con uno sbarbatello che ne capisce meno di te ma fa lo stesso le pulci al tuo testo senza nemmeno arrivare a capirlo».
Relata refero. Questa frase è stata pronunciata dal mio amico Mario Giorgi – scrittore di lunga data, vincitore del Premio Calvino e autore di romanzi e testi teatrali – nel corso di una conversazione con la sua agente editoriale.
Il sarto, ovvero l’editor, è evidentemente una figura sempre meno presente e soprattutto sempre meno qualificata nell’ambito dell’editoria maggiore.
Mi viene in mente André Schiffrin che nel suo primo libro, Editoria senza editori denunciò il crescente peso, all’interno delle case editrici, del settore commerciale su quello editoriale.
Una prevalenza che probabilmente può, da sola, spiegare parecchie cose dell’intervento di Antonella Cilento. Ma essendo in circolazione da un bel po’ di tempo ho imparato a fidarmi poco delle spiegazioni troppo facili. Resta il fatto che «formare» un buon editor non è cosa di pochi mesi né attività da corso di formazione regionale…
E gli editori hanno interesse a formare figure altamente professionali (e conseguentemente abituate a ragionare di testa propria) come un «editor»?
Ho più di qualche dubbio, anche se le eccezioni non mancano.

Un momento.
Da come sta procedendo il discorso parrebbe proprio che Elvezio abbia tragicamente torto, pur avendo, a mio parere, in gran parte ragione.
Sul ragionamento di Elvezio mi riprometto di ritornare al Capitolo 2, provando anche ad ampliarlo un po’. Per il momento mi fermo qui, al problema della crisi qualitativa (evidente per chiunque abbia occhi) della letteratura italiana.

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10 thoughts on “A che cosa serve un editore (1)

  1. Ho già risposto al post di Elvezio a suo tempo – ma il discorso è complicato, e mi piace quest’altra angolazione.

    Vediamo…
    La scarsa qualità delle pubblicazioni autoprodotte è colpa degli autori – che non sono buoni editor di se stessi, né buoni editori.
    Non solo sono miopi e parziali nel giudicare il proprio lavoro – comprensibile, fino a un certo punto – ma l’ansia di essere intrappolati fra due copertine li porta ad accettare di uscire con vesti grafiche e impaginazioni agghiaccianti.
    Ho anche postato un paio di cose sul mio blog a riguardo – su come chi desideri avvalersi di qualcosa del tipo di Lulu.com debba fare un lavoro colossale per non pubblicare nefandezze: passare il testo al pettine fine, scegliere font, impaginazione, copertina piacevoli ed originali, passare il tutto attraverso un software professionale (non MS Word, insomma), e poi ancora…

    Ne so di meno riguardo ai funzionamenti interni delle case editrici, ma quel poco che so – attraverso le disavventure di amici e conoscenti – mi lascia un’impressione desolante.
    E sottoscrivo – anche se sulla base di altrui esperienze – le osservazioni della signora Cilento.
    Gli editori non sono più interessati a fare un buon libro.
    Anche perché un buon libro non necessariamentevendi di più di un libro brutto.
    Al limite, se il libro è buono ma “troppo specialistico”, se ne può enfatizzare il lato trash e metterci una bella copertina sconcia…

    Da sostenitore e propugnatore della Frontiera Elettronica, da anni dico che chi scrive dovrebbe saltare gli intermediari e trattare direttamente col pubblico.
    Editori tanto inefficienti e stupidi, quindi, fanno il mio gioco.
    Restano però due problemi.

    Il primo, l’ho già detto, è che chi si vuole auto-pubblicare deve fare un colossale lavoro di post-produzione – studiarsi i manuali del software, i manuali di editing e quant’altro.
    Esiste, certo, l’ipotesi della collaborazione – autori riuniti sotto bandiere più o meno temporanee, a fare gli uni gli editor degli altri, in un clima di collaborazione dinamica.
    Sarebbe un bel futuro, credo.

    Solo che, secondo problema, questi editori stanno corrompendo il pubblico – da anni.
    E trattare con un pubblico abituato ad una dieta escluisiva di spazzatura rischia di mettere in cortocircuito tutte le mie speranze.

    Qui mi fermo perché davanti al pubblico dei lettori completamente rimbecillito del momento, non ho risposte.

    • “Esiste, certo, l’ipotesi della collaborazione – autori riuniti sotto bandiere più o meno temporanee, a fare gli uni gli editor degli altri, in un clima di collaborazione dinamica. Sarebbe un bel futuro, credo.”

      Buongiorno, e piacere di conoscervi. Ho scoperto il blog e questa discussione per caso, e credo lo seguirò con interesse. Volevo solo segnalare che il futuro di cui parla Davide è arrivato: autori-riuniti.it. Una neonata casa editrice, assolutamente NON a pagamento, fatta solo da autrice ed autori. Che mette questi ultimi al centro del progetto, proprio come ipotizza Davide. E’ una grande scommessa, in questi tempi un po’ grigi, ma noi crediamo che alla lunga pagherà. Grazie per l’attenzione, un saluto!

      • Caro Vito. La tua risposta è arrivata gradita ma ahimé un po’ in ritardo, dal momento che il post originale è del dicembre 2007… Nel frattempo sono avvenute diverse cose, compreso il crearsi un gruppo di autori, gli autori di ALIA, uniti dalla passione per il fantastico. Grazie comunque per il tuo intervento. Nota: io sono Massimo Citi, Davide, purtroppo, ha cessato la collaborazione con il blog da cinque anni almeno.

  2. ora, il grande ottimista.

    quel che penso è: se uno riesce a vendere tanto on-line, la mondodoro compra i diritti e lo pubblica (magari non lei, qualcun altro). attraverso la rete ha venduto a quelli (pochi? pochi, ma forse non così tanto pochi) che non si accontentano, attraverso la grande distribuzione raggiungerà quelli che possono essere raggiunti solo dalla grande distribuzione. (già, perché esiste questa interessante coincidenza di fatti: la grande distribuzione raggiunge solo alcuni, che non possono essere raggiunti dalla controinformazione — insomma, chiamala come vuoi –, mentre la controinformazione può raggiungere solo alcuni, che difficilmente non sono raggiunti dai grandi canali di comunicazione generalista. ho finito per parlare di qualcos’altro? iff, scusa, a volte mi capita. comunque non era il nòcciolo del commento).

    è vero: poi ti ritrovi a combattere contro i lettori diseducati a fruire un universo fantastico coerente (perché sono abituati a universi fantasy i cui personaggi dicono: dovresti fare lo scrittore, dopo che uno gli ha raccontato una storia) ma, tanto, quelli vendono se c’è il marketing, non se c’è la buona storia. se passi la buona storia, forse magari potrebbe darsi il caro che capiti di ri-educarli. ma è difficile.

    per esempio, io ho smesso di scrivere e ho iniziato a pensare al marketing (vendistica, in italiano). presto partirò con un progetto (di marketing!) che mi sta molto appassionando, in cui cerco di vendere una buona storia. vedi?, è diventato più importante, perché puoi smettere di scrivere — e magari non sei mai stato buono a scrivere buone storie — ma non puoi proprio smettere di leggerne.

    oddio, di nuovo. sono stato ot?

  3. Una prosa un po’ sincopata, ma non è OT… per lo meno quello che son riuscito a capire non lo è.

    E’ vero – per lo meno nel mondo anglosassone – che un buon successo come e-book comporta entro tempi brevi anche una pubblicazione tradizionale.
    In questo, l’e-book non è ancora un’alternativa alle small press (tutt’ora il principale vivaio di nuovi autori o di direzioni alternative per autori collaudati), ma ci si sta lentamente avvicinando.
    Le major li tengono d’occhio, e chi vende viene contattato.

    Qui da noi ho l’impressione che la ricerca sia diversa, da parte degli editori.
    Non si cerca in rete il sito che distribuisce libri, si cerca il blog del disoccupato che si vende un rene per vivere per fargli scrivere un istant book e farne un “caso”.
    ma forse sono io che sono poco informato.

    Il marketing come sostituto per la qualità…
    Possibile, ma non garantito.
    Io credo che il punto sia un altro – nella logica finanziaria, per un editore è meglio vendere lo stesso libro a dieci milioni di persone che trenta volumi a cinquecentomila lettori.
    Quindi il marketing pesa – ma più sui lettori deboli che sui lettori forti.

    Poi, certo, il marketing è divertente.
    Ma non è scrive.

  4. Sinceramente non credo siano molti in Italia i cacciatori di talenti professionali che cercano sul web manoscritti da pubblicare per conto di editori moderni e vivaci. Me ne vengono in mente soltanto un paio: le edizioni nbg (prima Unwired) che hanno pubblicato nel 2006 otto volumetti a dieci euro ciascuno dei quali riprendeva «il meglio» di altrettanti blog caciaroni, scollacciatielli o umoristici. Vendite scarse. Anche Fazi ha tentato qualcosa del genere, in seguito al successo di «Cento colpi di spazzola», (scritto dalla fidanzata del figlio di Elido Fazi, mi dicono – secondo altri semplicemente scritto da qualche redattore della casa editrice) e c’è qualche altro caso di blog diventato libro. Ma si tratta di blog, quindi di testi necessariamente autoreferenziali/autobiografici pubblicati per acchiappare lettori giovani e giovanissimi. Può darsi – e se qualcuno conosce esempi sarei lieto di conoscerli – che sia uscito su carta qualche romanzo pubblicato on line, ma al momento non ne ricordo nessuno. In Italia, almeno.
    Perché il problema vero si chiama Italia.
    I «dieci milioni di copie» citate da Davide nel suo esempio sono qui da noi semplice utopia. Due o tre milioni di copie vendute in un arco di tempo relativamente lungo è il massimo che si sia visto in Italia e riguarda libri come «Il nome della rosa» o gli ultimi Harry Potter.
    Non c’è trippa per gatti, insomma.
    Figure professionali come gli agenti editoriali o strutture come agenzie editoriali in Italia esistono in misura minima, secondo me perché qui da noi non è mai stata raggiunta la «massa critica» o la marxiana «accumulazione primitiva» che fa dell’editoria un business consistente. Quindi niente cacciatori di teste, pochi agenti e agenzie editoriali, un clima da pollaio tra gli scrittori, traduttori malpagati, editor incompetenti e redattori esternalizzati e precari.
    A leggere almeno un libro al mese ci sono tre milioni di italiani, a non leggerne nemmeno uno all’anno il 58% della popolazione italiana. La spesa pro capite in libri degli italiani è pari alla metà di quella dei francesi e a un terzo di quella di tedeschi, inglesi e olandesi. Il volume d’affari degli editori olandesi (l’olandese lo leggono soltanto gli olandesi, ovviamente) è superiore di una volta e mezzo a quello degli editori italiani… Questo senza contare i colossi editoriali come Kluwer che pubblicano anche in inglese.
    Il marketing è importante in editoria come in qualsiasi altro settore, ma se l’industria editoriale è debole diventa per lei necessario «appoggiarsi» ad altri media – in primo luogo la televisione – e a tutti i possibili eventi e pseudoeventi, personaggi e pseudopersonaggi pur di raggiungere un pubblico significativo. La debolezza strutturale dell’editoria italiana spiega anche la netta prevalenza dei titoli tradotti su quelli prodotti in Italia e la mancanza o l’insufficienza di mecccanismi seri di promozione di nuovi autori.
    Si tratta di un classico panorama «a volo d’uccello» ma credo possa essere utile come sistema di riferimento per ogni riflessione sul tema.

  5. Nota: dicevo dieci milioni perché mi piacciono le cifre tonde.

    Ricapitolando: mancano in Italia due figure-chiave dell’editoria matura, l’agente letterario e l’editor.
    Da noi il mercato non ha mai raggiunto una maturità tale da sviluppare le nicchie ecologiche per queste figure professionali.

    Sarebbe bello un giorno discutere di quali fattori abbiano mantenuto in Italia il mercato a livelli primitivi – mentre così non è stato, evidentemente, in gran parte degli altri paesi europei.
    Ma diventerebbe, temo, un discorso molto lungo.

  6. Mancano e sono pure fraintese. Ormai l’editor viene generalmente confuso con il correttore di bozze e gli autori stessi si alterano subito se un editor osa dirgli che devono cambiare una parte di quello che hanno scritto…
    Per gli agenti, i pochi che ci sono qui funzionano solo per chi e’ gia’ divenuto famoso; non fanno assolutamente promozione per gli altri. Nel resto del mondo un agente guadagna anche nello spingere e trovare lavori a scrittori meno noti…

  7. D’altra parte, ho visto offerte di master semestrali per diventare editor, offerti qua e là da centri di formazionedi vario livello.
    A fare l’editor si impara in anni di esperienza, non in sei mesi di teoria più uno stage aziendale di due settimane.

    Idem per i corsi da traduttore.

    Quindi c’è anche il solito problema della scarsa serietà di fondo.

  8. Difatti il problema della formazione di editor e traduttori e’ molto sentito anche in paesi con un forte mercato librario come l’America o il Giappone.
    Ci vuole esperienza, ma non solo. Bisogna pure esserci portati.
    In Italia si pensa di risolvere tutto con qualche corso di master o una laurea triennale. Pura illusione…
    La poca considerazione con cui vengono trattati i traduttori risulta evidente semplicemente guardando la copertina di un libro italiano. Mentre negli altri paesi il traduttore e’ sempre chiaramente indicato, da noi il suo nome non compare mai (vero che c’e’ all’interno del volume ma, sinceramente, chi e’ che va mai a leggerlo? Tanto uno vale l’altro no?).

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